sabato 26 luglio 2014

LA MAFIA DENTRO NOI

Presentato in Consiglio regionale il Manifesto dell'Antimafia di Nando Dalla Chiesa

Lunedì scorso (14 luglio), intorno al tavolo voluto dalla commissione Antimafia del Consiglio regionale con Nando dalla Chiesa, autore del Manifesto dell'Antimafia, si sono trovati il sostituto procuratore del Tribunale di Monza Salvatore Bellomo (che ha collaborato all'Operazione Infinito), il giornalista di Altraeconomia Lorenzo Bagnoli ed il presidente della stessa commissione Gian Antonio Girelli.
L'iniziativa si inserisce nel programma di approfondimento voluto dalla Commissione per comprendere il fenomeno mafioso e utile a capire quale ruolo possono avere le istituzioni nella prevenzione e nel contrasto ai fenomeni di criminalità organizzata. Soddisfatto il presidente Girelli "Nando dalla Chiesa - ha commentato - nel libro e con le sue parole ci dice dell'importanza dei percorsi conoscitivi se vogliamo sconfiggere la 'ndrangheta e ci ha spronato a fare di più. Soprattutto ad essere più seri e meno "creativi" e a far sì che i luoghi della politica forniscano un esempio di attenzione e di studio del fenomeno. Per lui, sostanzialmente, uno dei problemi centrali è quello dell'improvvisazione, così come lo sono gli 'antimafiosi creativi', coloro cioè che, senza conoscere il fenomeno mafioso, tendono a darne una interpretazione tutta personale per una ribalta effimera". 
Per Girelli il richiamo di Nando dalla Chiesa è importante anche e soprattutto perché è rivolto al Nord. "Per lui la criminalità organizzata è un pericolo ed occorre creare un retroterra forte in cui, come qualcuno ha detto, anche una semplice denuncia contro il pizzo deve avere la sua efficacia. Ha ragione lui quando dice che la 'ndrangheta è una 'forza sociale criminale', che ha come risorsa principale il controllo del territorio, la terra e le relazioni sociali familiari e di comunità. Il suo attecchire costituisce una perdita del capitale sociale delle terre dove i sistemi solidaristici sono invece rivolti alla costruzione del bene comune". 
"Per questo - conclude il consigliere del PD - il contributo di Dalla Chiesa assume rilevanza: perché ci aiuta a individuare alcuni percorsi per combattere i fenomeni mafiosi e a dirci quali sono i valori importanti da preservare e quelli per cui combattere: Un impegno che dovrà vedere in primo piano le istituzioni che solo in un rinnovato rapporto con i loro territori potranno ricostruire una credibilità ed essere alla guida di un processo di ricostruzione". 

Da SettegiorniPD- 18/7/2014
newsletter del Gruppo Consiliare PD in Regione Lombardia

venerdì 25 luglio 2014

INCONTRO CON FILIPPO TADDEI:SABATO 26.07.2014 FESTA DEMOCRATICA DI MISSAGLIA



A iscritti e simpatizzanti:

Carissime,carissimi

vi invitiamo a partecipare
Sabato 26 luglio 2014 alle ore 21.00
presso la Festa Democratica di Missaglia 
alla Tavola Rotonda sul tema 


“L'azione del PD per il rilancio dell'Italia”


con

FILIPPO TADDEI
 Responsabile economia del PD nazionale

On. Veronica Tentori
On. Gian Mario Fragomeli

Modera
Michele Bianco
Responsabile Lavoro e Sviluppo del PD provinciale

Durante la serata si avrà modo di analizzare il Decreto Lavoro approvato dal Governo ma soprattutto si avrà modo di discutere delle proposte del PD sul lavoro, sulle origini del Jobs Act   le sue motivazioni e l’impatto che potrà avere sulla disastrata situazione occupazionale del nostro Paese.
Vi invitiamo a partecipare numerosi e ad estendere l'invito a quanti ritenete interessati.


Cordiali saluti


Fausto Crimella
Segretario Provinciale PD Lecco

giovedì 24 luglio 2014

24 e 25 LUGLIO ALFIERI E VERONICATENTORI ALLA FESTA DEMOCRATICA DI GALBIATE

Carissime, carissimi
Vi ricordiamo  due interessanti incontri che si terranno presso la Festa Democratica di Galbiate ( Centro Sportivo al Marè, Sala al Barro)

questa sera, giovedì 24 luglio alle ore 21.00
 
incontro sul tema:
"Il Governo Renzi e le Riforme"
con Alessandro Alfieri, segretario regionale PD

VENERDÌ 25 alle ore 21.00
“Costine e parlamento: un anno - e un po’ - da parlamentare”
con l’ on. Veronica Tentori.

Vi asprettiamo numerosi!


Partito Democratico
Federazione di Lecco

mercoledì 23 luglio 2014

Macché dispotica, la riforma è democratica

Il testo in discussione aggiunge non pochi elementi di democrazia e bilanciamento tra i poteri. Ecco dieci modifiche che danno il senso di una riforma equilibrata.

La riforma della Costituzione in discussione al senato è accusata di visione autoritaria. Il combinato con la proposta di nuova legge elettorale può far sorgere timori, che andranno fugati quando si affronterà quella riforma. Ma questo testo è invece tutt’altro e anzi aggiunge non pochi elementi di democrazia e bilanciamento tra i poteri. Ecco dieci modifiche che danno il senso di una riforma equilibrata, niente affatto dispotica.
1) Si obietta che con l’elezione indiretta dei senatori sarà negato il volere del popolo, ma non è vero. I consiglieri regionali sono quasi tutti eletti con le preferenze in competizioni durissime, i sindaci sono votati a maggioranza dai loro concittadini. È verosimile ritenere che i consiglieri regionali designeranno loro colleghi esperti e votati. Diventando senatori, rappresenteranno anche le loro istituzioni, da cui sono indicati, indirizzati e controllati. Insomma, questi eletti di secondo grado hanno una doppia rappresentanza: dei loro cittadini e delle loro Autonomie locali.
2) Il timore che il governo e il suo capo si prendano tutto è infondato. La forma di governo non viene cambiata, al primo ministro non si danno superpoteri, non si introduce il presidenzialismo. E il presidente della repubblica, che qualcuno temeva a rischio, ne esce invece con poteri di garanzia rafforzati.
3) Una concessione forte al governo c’è: la possibilità di far votare entro sessanta giorni un suo disegno di legge, purché non sia costituzionale, elettorale, di bilancio, di delegazione legislativa o un decreto legge. Ci può stare, ma a condizione che, come indicato nel testo giunto in aula, sia un provvedimento essenziale per l’attuazione del programma di governo, votato dal parlamento. Peraltro, questa facoltà attribuita al governo determinerà un minor uso dei decreti legge, talvolta utilizzati anche in assenza di vera urgenza. Il governo non potrà più reiterare decreti non convertiti o ripristinare l’efficacia di leggi dichiarate illegittime; non si potranno approvare disposizioni estranee all’oggetto o alla finalità del decreto; il presidente della repubblica avrà tempo per esaminarli. Insomma, si tenta di ridurre un po’ lo strapotere praticato dagli ultimi governi, che hanno imposto una miriade di decreti leggeomnibus.
4) Il presidente della repubblica verrà eletto con la maggioranza assoluta solo dopo l’ottavo scrutinio; oggi può esserlo dopo il terzo. Si allunga cioè il percorso, proprio al fine di individuare una figura di garanzia che possa essere non sgradita alle minoranze. D’altronde, né con l’attuale sistema di elezione del senato, né con il nuovo, è scontato che i due rami del parlamento abbiano la stessa maggioranza. E la percentuale derivante dal premio di maggioranza attualmente prevista dall’Italicum certo non garantisce a chi vince l’ipoteca sull’elezione del presidente della repubblica.
5) Al senato vengono assegnate prerogative importanti, tra cui la valutazione dell’attività delle pubbliche amministrazioni, la verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato, il controllo e la valutazione delle politiche pubbliche. La funzione di controllo dell’operato del governo viene formalmente attribuita con il nuovo testo anche alla camera. La nuova Costituzione, insomma, accentua le funzioni di verifica dell’operato dell’esecutivo. Difficile poter dire che ciò significa mani libere per il governo.
6) Si introduce il giudizio preventivo di legittimità costituzionale per le leggi elettorali. Nel caso di illegittimità, la legge non può essere promulgata. Principi costituzionali come la centralità del parlamento, la tutela delle minoranze, la volontà degli elettori non potranno essere violati, pena incorrere nello stop della Consulta. Anche qui non mi pare si sia fatto un favore ai cesaristi.
7) Nel caso di proposta di referendum, il quorum è abbassato: non più la maggioranza degli aventi diritto, ma la maggioranza degli elettori che hanno partecipato all’ultima elezione della camera. Il numero di firme da raccogliere viene alzato, ma la corte costituzionale si esprime subito sull’ammissibilità, così che la raccolta firme si ferma, o continua in discesa. Anche l’iniziativa legislativa esercitata direttamente dal popolo viene valorizzata: ci vogliono più firme, ma poi c’è un impegno certo a che la proposta venga calendarizzata ed esaminata. A differenza di oggi, dove i disegni di iniziativa popolare restano nei cassetti.
8) La funzione legislativa è esercitata collettivamente, da camera e senato, in riferimento all’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le forme associative e le funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane. Inoltre, si introducono i costi standard, che impegnano Regioni e Autonomie a una virtuosa volontà di emulazione dei migliori. Sono decisioni in applicazione del principio di sussidiarietà: il contrario della centralizzazione e dell’autoritarismo.
9) Il fatto che i nuovi senatori siano eletti dai consigli regionali con metodo proporzionale in riferimento alla popolazione e garantendo le minoranze garantisce il pluralismo, non dà per scontato che la maggioranza al senato sia omogenea con quella della camera e non consente alchimie del “grande manovratore” di turno.
10) C’è un nuovo equilibrio tra competenze attribuite allo Stato o alle Regioni, non un rigurgito centralista: allo Stato si attribuisce la legislazione con disposizioni generali e comuni su molte materie di competenza regionale, ma questo non significa che il governo metta il cappello sulle Regioni. Semplicemente, si evita che l’eccessiva varietà di linee guida porti discredito alle stesse amministrazioni regionali e trattamenti diversi per i cittadini.
In conclusione, in quanto allergico a ogni tentazione plebiscitaria, pur sforzandomi di individuarla, sinceramente non la scorgo. Può darsi che qualcosa possa essere migliorato, ma l’impianto è limpidamente democratico. Sul disegno di legge elettorale, su cui il dibattito deve ancora aprirsi al senato, vigileremo. Ma ora va sostenuta la nitida volontà di ridisegnare in modo equilibrato i poteri della nostra Repubblica.

Stefano Lepri
da Europa
www.europaquotidiano.it

martedì 22 luglio 2014

Riforme, democrazia è anche possibilità di decidere

Tra i padri costituenti c’era chi voleva un bicameralismo differenziato. Diamo spessore a una nuova cultura politica per superare la forbice tra rimpianto del passato e frettolosità vitalistica.


Nell’aula del senato, durante le lunghe ore di discussione di questi giorni, sono riecheggiati, con nostalgia e rimpianto, i nomi dei grandi costituzionalisti. E spesso proprio dalle bocche dei colleghi del Movimento 5 Stelle. La qualcosa si commenta da sé.
Eppure. Nello schema di un’ipotetica Costituzione italiana, nel giugno del 1946, il presidente Meuccio Ruini, allora presidente della commissione dei 75 che attendeva alla redazione del progetto di Costituzione, trattava di un bicameralismo differenziato (nel 1946!), «con una seconda camera delle regioni e degli interessi economici, culturali e spirituali». Contro un parlamentarismo dominante su un governo debole in nome di un governo forte e stabile, cercando in tutti i modi di non eccedere nei poteri del parlamento, proprio per evitare un parlamentarismo estenuato che, già dalla crisi di fine secolo e con i governi Giolitti aveva accelerato la fine della democrazia e portato al fascismo. Poi non si fece il bicameralismo differenziato per il bisogno dei partiti maggiori di controllarsi, condizionarsi e bloccarsi e, soprattutto, per avere i contrappesi che salvassero la tanto sudata democrazia.
E, sempre nel corso di queste infinite discussioni, quante sciocchezze sono riecheggiate in aula a proposito di democrazia, come se essa fosse un oggetto sacro immobile e bloccato nel tempo. E naturalmente a rischio delle famose “derive”, le derive autoritarie, in particolare, come si sa.
Ovviamente, è un’obiezione centrale, la madre di tutte. Chi non è per la democrazia? Come se chi volesse la riforma non avesse a cuore la “democrazia” ed essa fosse custodita gelosamente solo dagli oppositori della riforma del senato.
Ma dove dobbiamo arrivare per capirlo?
Intendiamoci, è un’obiezione da prendere molto sul serio. E proprio per questo non andrebbe motivata attraverso categorie ancora più obsolete di quelle dei nostri padri. Perché richiamare come un mantra la difesa della democrazia prescinde completamente da come sia profondamente e assolutamente cambiata la democrazia nei nostri paesi. E dal fatto che ciò che la minaccia davvero è l’inefficacia e l’estraneità della politica dalle decisioni, quelle decisioni che sole possono cambiare la vita concreta delle persone. Insomma, la vera minaccia della democrazia è non decidere. È su quello scarto che essa muore.
E in effetti, proprio perché non si capisce che la politica è cambiata, non solo si confonde (altro tabù da sfatare) autoritarismo con decisione e decisione con decisionismo.
Certo, la decisione deve avere ovviamente una radice e un mandato parlamentare. Ma se questo nesso tra decisione e parlamento, tra decisione, partecipazione e rappresentanza, si inceppa, se si blocca bisogna riattivarlo, come se fosse una vena sclerotizzata che occorre bypassare in un corpo che altrimenti muore; la democrazia muore, insieme al corpo della Nazione.
Quante citazioni di Tocqueville, in queste lunghe ore. E nessuno che ricordasse come per lui la democrazia liberale non equivaleva a un estenuato parlamentarismo. Tutt’altro! In Tocqueville è tutt’altra l’idea di democrazia rispetto al parlamentarismo inconcludente.
Certo, dobbiamo sorvegliare affinché la decisione e anche il decisionismo in cui siamo in questa fase non si identifichino con una perenne emergenza, un vitalismo che giustifica tutto, anche l’insulto a chi dissente. Senza neppure cadere però nella reattività a questi eccessi di decisionismo. Una reattività che contribuisce ad alimentare – quella sì – una vera deriva autoritaria. Però non si può confondere, non si può sostenere questa reattività con motivazioni che sono vere e proprie resistenze conservatrici, perché queste resistenze conservatrici oltre a paralizzare finiscono con l’impoverire e alimentare la superficialità e la frettolosità.
Insomma, dobbiamo tutti contribuire a dare spessore a una nuova cultura politica perché questo è l’unico modo per superare la forbice tra rimpianto del passato e frettolosità vitalissima.
Qui entra in gioco il ruolo degli intellettuali, dei cosiddetti professoroni, peraltro divisi tra chi la riforma la vuole e chi no. Mi rivolgo soprattutto a loro perché non guardino con la testa rivolta all’indietro senza girarsi in avanti, altrimenti il rischio è di bloccarsi e diventare una statua di sale, insieme all’oggetto guardato.

da Europa

lunedì 21 luglio 2014

Rodotà: “Avremo un governo padrone del sistema costituzionale”


Riportiamo l'intervista a Stefano Rodotà di Silvia Truzzi, da il Fatto quotidiano

Mentre al Senato comincia il dibattito sulle controriforme, Stefano Rodotà, già professorone, risponde così al telefono: “Il mio stato d’animo è terribilmente malinconico. Poteva finire in modo molto migliore di come si avvia a concludersi”.

Siamo un Paese alla rovescia: chi insinua dubbi sulla legittimazione degli oppositori o è membro di un’alleanza di governo che nessun cittadino ha votato o di un Parlamento fortemente sospettato di legittimità dalla sentenza della Consulta sul Porcellum.

È una vecchia tecnica: invece di discutere le tesi dell’interlocutore, lo si delegittima. Mi spiace perché la famosa lettera dei professoroni aveva messo in modo un meccanismo virtuoso, di iniziative parlamentari che andavano verso un processo riformatore, che non era in contrasto con la democrazia. Invece chi sostiene un’idea di riforma non brutale e semplificata, viene apostrofato come gufo o rosicone. Alla peggio lo si accusa di voler salvare lo stipendio.

Al Corriere della Sera, domenica il premier ha anche dichiarato “Mi piacerebbe discutere sulle grandi questioni del disegno di legge costituzionale”.

Ma chi gliel’ha impedito? Ha avuto sul suo tavolo una tale ricchezza di proposte che certamente questa auspicata discussione avrebbe potuto aver luogo! Solo che si è preferito andare avanti senza confronti. La domanda che dobbiamo porci è: Renzi e il suo gruppo dirigente hanno la cultura costituzionale adeguata per caricarsi il peso di questo cambiamento radicale?

Parliamo del merito. La questione centrale è analizzare la riforma del Senato insieme alla nuova legge elettorale che dovrebbe sanare l’illegittimità del Porcellum alla Camera.

E quindi torniamo al patto del Nazareno. Quante volte abbiamo chiesto di conoscere i punti di questa intesa e quante volte siamo stati liquidati con un “ma cosa volete”? Siamo costretti a dar ragione a Fitto – a Fitto! – che chiede chiarezza all’interno di Forza Italia! Non vogliamo chiamare il combinato disposto del nuovo Senato più Italicum “svolta autoritaria”? Diciamo allora che assisteremmo a un enorme accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier. Alla diminuzione, e in qualche caso alla scomparsa, di controllo e contrappesi. Se questi poteri e contropoteri sono esclusi dal procedimento democratico – governo e attività legislativa – allora la funzione di controllo viene spostata all’esterno. Cioè sulla Consulta che viene caricata di un compito politicamente molto delicato. Ed è ciò che ha costituito l’oggetto della critica degli ultimi vent’anni, troppo potere alla magistratura. Ma se le forme di controllo all’interno del processo politico vengono eliminate, è ovvio che si spostano all’esterno. Non ci sono più gli equilibri costituzionali.

A cosa porta tutto questo?

La maggioranza viene costruita attraverso una legge maggioritaria e un premio molto alto: quindi nelle sue mani finiscono tutti i diritti fondamentali. Aggiungo: nessuno può essere preso in giro a proposito dell’elezione del presidente della Repubblica, che sarebbe maggiormente garantita con lo slittamento al nono scrutinio dell’abbassamento della soglia di maggioranza. La storia di questi anni – in alcuni si è arrivati anche al 22esimo scrutinio – racconta che basta aspettare. Rinviare nel tempo la necessità della maggioranza non qualificata non garantisce proprio nulla.

Chi va al governo con l’Italicum controllerà direttamente o indirettamente 10 dei 15 giudici costituzionali (5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal Quirinale).

La maggioranza può impadronirsi del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Mi spingo più in là: avremo un premier e un esecutivo che si impadroniscono del sistema costituzionale, senza forme efficaci di controllo. Ora si devono eleggere due membri della Corte che sono in scadenza: siamo alla sesta votazione perché si aspetta un accordo tutto politico. Scadendo il presidente, la Corte deve immediatamente provvedere, ma lo farà con un organico che non è pieno, 13 giudici su 15. Anche l’ultimo presidente è stato eletto con un solo voto di scarto: tutto questo incide, pesantemente, sulla sostanza degli equilibri costituzionali. Invece di preoccuparsi di mettere la Consulta nella situazione formalmente giusta per eleggere il presidente, si discute dei nomi di politici. Un fatto gravissimo che dimostra lo spirito che accompagna la fase che stiamo vivendo.

Cosa pensa della ghigliottina in Costituzione, con la limitazione di emendamenti e ostruzionismo?

Il voto bloccato altera il processo legislativo. La velocità di cui si parla, finisce per travolgere la discussione: l’unico interesse è eliminare i punti di vista critici e arrivare al risultato . Una volta costruita la famosa maggioranza blindata, in teoria non ci sarebbe bisogno della ghigliottina. Invece oltre alla legge maggioritaria, s’introduce anche la ghigliottina: un’altra riduzione di spazi democratici.

Dicono: chi si oppone è contrario all’innovazione.

Le soglie dell’8 e 12 per cento previste dall’Italicum chiudono completamente gli spazi a nuove aggregazioni politiche. Questi numeri vogliono dire: non entra più nessuno. Trovo in questa riforma uno spirito di conservazione, di garanzia delle posizioni acquisite. I cittadini, più si va verso un parlamento non rappresentativo, più ritengono di avere diritto a strumenti di partecipazione importanti. Portare a 800mila le firme per un referendum, addirittura a 250 mila le firme per un disegno di legge popolare, è esattamente il contrario di ciò che si chiede. Il referendum in Italia ha avuto un ruolo fondamentale : nel 1974, sul divorzio, ha sbloccato il sistema politico. È sconvolgente la volontà di andare in così palese controtendenza: si fanno diventare impraticabili gli strumenti di partecipazione. L’idea è non disturbare il manovratore: non si vuole che i cittadini non dico interferiscano, ma che intervengano. Invece sarebbe stato necessario introdurre il referendum propositivo e aumentare le forme di controllo diffuso.