Riforme, democrazia è anche possibilità di decidere

Tra i padri costituenti c’era chi voleva un bicameralismo differenziato. Diamo spessore a una nuova cultura politica per superare la forbice tra rimpianto del passato e frettolosità vitalistica.


Nell’aula del senato, durante le lunghe ore di discussione di questi giorni, sono riecheggiati, con nostalgia e rimpianto, i nomi dei grandi costituzionalisti. E spesso proprio dalle bocche dei colleghi del Movimento 5 Stelle. La qualcosa si commenta da sé.
Eppure. Nello schema di un’ipotetica Costituzione italiana, nel giugno del 1946, il presidente Meuccio Ruini, allora presidente della commissione dei 75 che attendeva alla redazione del progetto di Costituzione, trattava di un bicameralismo differenziato (nel 1946!), «con una seconda camera delle regioni e degli interessi economici, culturali e spirituali». Contro un parlamentarismo dominante su un governo debole in nome di un governo forte e stabile, cercando in tutti i modi di non eccedere nei poteri del parlamento, proprio per evitare un parlamentarismo estenuato che, già dalla crisi di fine secolo e con i governi Giolitti aveva accelerato la fine della democrazia e portato al fascismo. Poi non si fece il bicameralismo differenziato per il bisogno dei partiti maggiori di controllarsi, condizionarsi e bloccarsi e, soprattutto, per avere i contrappesi che salvassero la tanto sudata democrazia.
E, sempre nel corso di queste infinite discussioni, quante sciocchezze sono riecheggiate in aula a proposito di democrazia, come se essa fosse un oggetto sacro immobile e bloccato nel tempo. E naturalmente a rischio delle famose “derive”, le derive autoritarie, in particolare, come si sa.
Ovviamente, è un’obiezione centrale, la madre di tutte. Chi non è per la democrazia? Come se chi volesse la riforma non avesse a cuore la “democrazia” ed essa fosse custodita gelosamente solo dagli oppositori della riforma del senato.
Ma dove dobbiamo arrivare per capirlo?
Intendiamoci, è un’obiezione da prendere molto sul serio. E proprio per questo non andrebbe motivata attraverso categorie ancora più obsolete di quelle dei nostri padri. Perché richiamare come un mantra la difesa della democrazia prescinde completamente da come sia profondamente e assolutamente cambiata la democrazia nei nostri paesi. E dal fatto che ciò che la minaccia davvero è l’inefficacia e l’estraneità della politica dalle decisioni, quelle decisioni che sole possono cambiare la vita concreta delle persone. Insomma, la vera minaccia della democrazia è non decidere. È su quello scarto che essa muore.
E in effetti, proprio perché non si capisce che la politica è cambiata, non solo si confonde (altro tabù da sfatare) autoritarismo con decisione e decisione con decisionismo.
Certo, la decisione deve avere ovviamente una radice e un mandato parlamentare. Ma se questo nesso tra decisione e parlamento, tra decisione, partecipazione e rappresentanza, si inceppa, se si blocca bisogna riattivarlo, come se fosse una vena sclerotizzata che occorre bypassare in un corpo che altrimenti muore; la democrazia muore, insieme al corpo della Nazione.
Quante citazioni di Tocqueville, in queste lunghe ore. E nessuno che ricordasse come per lui la democrazia liberale non equivaleva a un estenuato parlamentarismo. Tutt’altro! In Tocqueville è tutt’altra l’idea di democrazia rispetto al parlamentarismo inconcludente.
Certo, dobbiamo sorvegliare affinché la decisione e anche il decisionismo in cui siamo in questa fase non si identifichino con una perenne emergenza, un vitalismo che giustifica tutto, anche l’insulto a chi dissente. Senza neppure cadere però nella reattività a questi eccessi di decisionismo. Una reattività che contribuisce ad alimentare – quella sì – una vera deriva autoritaria. Però non si può confondere, non si può sostenere questa reattività con motivazioni che sono vere e proprie resistenze conservatrici, perché queste resistenze conservatrici oltre a paralizzare finiscono con l’impoverire e alimentare la superficialità e la frettolosità.
Insomma, dobbiamo tutti contribuire a dare spessore a una nuova cultura politica perché questo è l’unico modo per superare la forbice tra rimpianto del passato e frettolosità vitalissima.
Qui entra in gioco il ruolo degli intellettuali, dei cosiddetti professoroni, peraltro divisi tra chi la riforma la vuole e chi no. Mi rivolgo soprattutto a loro perché non guardino con la testa rivolta all’indietro senza girarsi in avanti, altrimenti il rischio è di bloccarsi e diventare una statua di sale, insieme all’oggetto guardato.

da Europa

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