venerdì 20 dicembre 2013

Fenomenologia dei renziani


Contrapposizione fra le generazioni, fra “vecchio” e “nuovo”, perdenti e vincenti. Avversione per tutto ciò che, della sinistra, è considerato radicale e conservatore. L'ideologia del renziano tipo è la quintessenza di un post-ideologismo che si rivela però funzionale al pensiero unico. L'ennesimo frutto avvelenato del ventennio berlusconiano.

Il vincitore annunciato delle Primarie del Pd è stato, come ovvio, al centro di numerose analisi, tese a cercare di definire il suo sfondo culturale-ideologico (si può definire di sinistra? E' iperliberista o invece un liberista dal volto umano? È blairiano o addirittura anche un po' thatcheriano?) e a descrivere il suo stile comunicativo. 

Mentre questo secondo obiettivo è piuttosto agevole, visto che Renzi, al riguardo, è un caso “di scuola” di politico post-moderrno, con la sua tendenza a ipersemplificare i contenuti e privilegiarne l'efficacia mediatica e l'uso abbondante di stilemi pubblicitari, il primo punto pone invece non poche difficoltà. Se, infatti, tutti i leader politici attuali tendono, per ragioni di marketing, a declinare in forme diverse le proprie proposte a seconda del target che intendono raggiungere e a “riassestarle” qualora rischino di ridurre il potenziale bacino di voti, ciò diventa particolarmente vero per un politico dichiaratamente post-ideologico come Renzi, che privilegia messaggi semplici (il “fare”, il “nuovo” etc.) ed assume caratteristiche spesso “zelighiane”, adattandosi ai contesti e ai pubblici cui si rivolge. 

Per questo, invece di rivolgere l'attenzione alle proposte quasi sempre generiche e a volte contraddittorie del leader, può essere più interessante cercare di conoscere la natura dei suoi seguaci, lo sfondo ideologico-culturale che condividono e, direi, il tipo sociale e antropologico che incarnano. Naturalmente non mi riferisco alle centinaia di migliaia di persone che lo hanno votato alle primarie e che appartengono alle categorie più diverse: persone che hanno dato il loro voto al candidato più noto e mediaticamente efficace o che sono vicine all'ala più moderata del Pd o elettori di centrosinistra che, frustrati da innumerevoli delusioni, hanno aderito al leitmotiv per cui Renzi sarebbe l'unico candidato garanzia di rinnovamento e soprattutto di una vittoria troppe volte sfuggita di mano. 

Parlo della base militante, del cerchio ristretto dei renziani, quelli che, sui social network, luogo privilegiato di confronto e propaganda per la loro generazione, hanno condotto la campagna pro-rottamatore, che hanno partecipato ad una o più Leopolde, che sono attivi nelle realtà locali, dove hanno guidato la battaglia contro la vecchia classe dirigente, e dalle cui fila giungono diversi dei membri della nuova segreteria Pd, ad esempio Nicodemo e Faraone. Il neosegretario afferma che i “renziani” non esistono; ma loro, come l'Agilulfo di Italo Calvino, non sembrano saperlo e possiedono invece spesso una solida armatura di certezze, un forte sentimento d'appartenenza e un'accesa vis polemica nei confronti degli avversari o di chi semplicemente non condivide la loro fede nel verbo “nuovista” (il neonominato responsabile della comunicazione è in questo un esemplare del tutto rappresentativo). 

Proprio il loro attivismo sui social network ci consente un punto d'osservazione privilegiato. Innanzitutto: la fascia d'età. Nella maggioranza dei casi, sono 30-40enni, la generazione in panchina, di cui parla Scanzi, e che si è stufata di esserlo. L'identità generazionale è un aspetto centrale. Quando si tratta di uomini, si avverte un sentore, non proprio gradevole, di giovane maschio adulto dominante, o meglio aspirante tale, non “nativo digitale”, ma che si compiace della disinvoltura con cui maneggia i canali d'accesso al web e il lessico relativo (e si vedano le battute feroci contro i vari D'Alema, Bersani e finanche Cuperlo, accusati di essere retrò, goffamente pre-digitali, di non sapere cos'è un hashtag etc.). 

Sul piano professionale, quando non si tratta di eletti nelle istituzioni locali, raramente si ha a che fare con lavori comuni, impiegati pubblici o privati, commercianti etc.; dominano le professioni di difficile definizione: creativi, professionisti del web, content curators, consulenti di immagine o per i social network. Tutto un precariato post-moderno, che opera nella produzione immateriale, si sente estraneo al mondo del lavoro tradizionale e supera la frustrazione per la propria situazione di precarietà con l'auto-convincimento di essere affluente, di incarnare il futuro. Diversamente che per Civati, che ne ha fatto il centro della sua campagna, i ventenni sono poco presenti nella riflessione dei renziani. E' già così faticoso mandare a casa i “vecchi”, che ci mancherebbe anche doversi occupare di quelli che sono davvero giovani. 

Le metafore calcistiche, come nei discorsi del loro idolo, abbondano. Si respira un'atmosfera da dopo partita di calcetto, fra una battuta complice e il rifare il nodo alla cravatta. L'identificazione col leader è molto forte. E' sentito come “uno di noi”, con gli stessi gusti, le stesse abitudini, gli stessi miti di riferimento. Si veda questo brano, un poco imbarazzante, di Francesco Nicodemo: “Ed è parlando di noi, di quello che rappresenta la vita di ciascuno, che parliamo di Renzi e di quello che Renzi può rappresentare per la vita di questo paese. Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi, prima di conoscerlo. Perché è una sintonia culturale, politica, etica, pratica. È vicinanza anagrafica e simbolica. È la storia di uno di noi, dell’amico con cui ti scrivi i messaggi su WhatsApp, per organizzare la partita di calcetto del giovedì sera. Solo che questo amico prima diverrà leader del partito che sostieni e poi premier di questo paese. Ed è tutto qui, nessuna finzione, nessuna costruzione mediatica. È una straordinaria normalità, che genera fiducia e solidarietà, e solo Dio sa se questo paese ha bisogno di fiducia e solidarietà”.

A parte i toni bondiani, si coglie che l'identificazione non si fonda su basi ideologiche o semplicemente ideali, ma su affinità di gusti e abitudini e sul valore della “semplicità”. E' una semplicità non tanto di forme, ma di visione del mondo, e non è sentita come un limite, ma come un tratto positivo, generazionale, contrapposto ad ogni ideologismo, al gusto per l'astrazione, alla profondità barbosa. Il leader ci piace perché è come noi, non perché sia più informato e competente di noi (ed è per questo che lo scegliamo); se lui è come noi, e vince, noi possiamo essere come lui, e scalzare i “vecchi”. Vengono in mente la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Eco e il rapporto fra gli elettori di Forza Italia e Berlusconi; non contava qualche miliardo di differenza, ma l'ostentazione degli stessi gusti del suo elettorato (il tifo calcistico, l'immaginario televisivo, le barzellette di infimo livello). La cultura, il senso della complessità sono, se non colpe, segni di snobismo, handicap, gravami del passato. 

I riferimenti, oltre a quelli calcistici, sono musicali (principalmente anni '80 e '90) e sempre, anche in fatto di modelli politici, rivolti al mondo anglosassone. L'uso dell'inglese aziendalista e proprio delle nuove tecnologie è di rigore e a volte un po' ridicolo. Così come mostrare consuetudine con Londra e New York, citare con ammirazione Blair, condividere un americanismo anni '50 ed osannare il modello di sviluppo anglosassone proprio, paradossalmente, quando la crisi finanziaria lo ha maggiormente messo in discussione anche e soprattutto in quei paesi. Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi anni fa, questa esterofilia ignora completamente altri modelli un tempo popolari, come la Francia (troppo “statalista” e intellettualistica), l'Olanda o i paesi scandinavi (troppo socialdemocratici). 

Dietro l'ostentazione di modernità e cosmopolitismo, si avverte, in questo entusiasmo per modelli politici e sociali vecchi di almeno vent'anni, un retrogusto provinciale; il mix è molto “anni '80”. C'è peraltro un compiacimento (in stile “Anima mia” di Fazio) nell'opporre miti, riti e ricordi dell'ultimo ventennio del '900 a quelli, a lungo dominanti, propri delle odiate generazioni degli anni della contestazione giovanile. 

Totem negativo è il termine “ideologia”, con tutti i suoi derivati. Accusare qualcuno di ideologismo significa chiudere la discussione, metterlo irrimediabilmente fuori gioco. La prodigiosa confusione intellettuale che sta alla base dell'uso attuale del termine ideologia ne consente un uso spregiudicato, duttile, ubiquo. “Ideologia” non ha né, ovviamente, il senso marxiano di falsa coscienza funzionale ad interessi di classe né quello più generico di Weltanschauung. L'utilizzo del termine (in primis nell'espressione “fine delle ideologie”) diffuso da una specifica ideologia-quella neoliberista- per indicare in realtà soltanto la sua antagonista sconfitta, il marxismo, viene adottato in maniera semiconsapevole. Si trova così a godere di una certa ambiguità ed elasticità semantica ed indica, più o meno, una sorta di “esprit de système”, di adesione ad una spiegazione del reale astratta ed onniesplicatica. Ma, non essendo la sua adozione figlia di una lucidamente assunta scelta ideologica (ad esempio in favore di un fallibilismo di stampo illuministico), conserva la tara della sua origine e viene in sostanza usato solo per attaccare le opinioni che si rifanno alle idee tradizionalmente di sinistra. Il tutto con effetti, a volte, di involontaria comicità (come quando, dibattendo con un interlocutore su aborto e diritti civili, un renziano ha asserito con convinzione “Il Papa non è ideologico”). 

La generazione renziana è figlia di 30 anni di deideologizzazione è ha fatto, per così dire, di necessità virtù, riunendosi intorno a parole d'ordine come il “fare”, la semplicità, e soprattutto l'efficacia e la vittoria, riconosciute (con una sorta di nichilismo da età del web e della tecnologia immateriale, che contrasta nettamente con la retorica alla “I have a dream”) come unici criteri di giudizio. Non stupisce, quindi, che gli attacchi alla vecchia classe dirigente del centrosinistra siano in genere privi di contenuti e si riducano molto spesso alla contrapposizione fra vecchio e nuovo e all'accusa di “aver perso” (opposta alla propria autocertificata capacità di vincere). E che questo metta molto in difficoltà i fanatici del renzismo riguardo a fenomeni come i cambi di casacca, la corsa al carro del vincitore e l'alleanza con figure come Franceschini o Fassino (Veltroni è l'unico membro della vecchia classe dirigente a godere di un atteggiamento aprioristicamente benevolo da parte dei renziani. Il suo americanismo, l'immaginario pop, l'anti-ideologismo ecumenico lo rendono una sorta di San Giovanni Battista del renzismo, con D'Alema nei panni di Salomé). 

In effetti, se ciò che si propone non è una concezione ideologica, ma una visione manichea in cui solo il “nuovo” è il bene, convertirsi al renzismo, come all'ebraismo, è logicamente impossibile. Ciò porta i fedeli di Renzi che cercano di giustificare le sue mediazioni con l'Ancien Régime a faticose contorsioni che, in nome della necessaria gradualità e di nobili tatticismi, ammettono per il loro idolo attenuanti che non concederebbero mai ad alcun avversario. L' assenza di collante ideologico è infatti compensata da un forte senso di appartenenza, un vero spirito di corpo, con gradi diversi di inclusione a seconda dell'antichità della militanza renziana. La fede nei benefici effetti del trionfo del leader è assoluta, del tutto priva dell' alone di disincanto e dell' ironico pessimismo che sempre accompagnavano l'attivismo volenteroso dei tradizionali militanti di sinistra. 

Gli attacchi contro gli avversari sono spesso duri fino all'invettiva e al sarcasmo; non solo contro i “vecchi” (ferocissimi e spesso eccessivi quelli contro Bersani, visto semplicisticamente come fonte di ogni male e responsabile unico della non-vittoria), ma contro chiunque si opponga o si sia opposto alla marcia trionfale del vincitore annunciato (Cuperlo “vetero”, grigio e libresco; Civati portatore di un radicalismo che, una volta di più, condannerebbe la sinistra alla sconfitta, etc.). Al contempo, la suscettibilità nei confronti delle critiche o delle battute ironiche nei confronti del loro leader è estrema. 

Peraltro, al riguardo, si possono individuare due tipologie di renziani. Quelli che detestano i critici come persone escluse dalla comunione dei fedeli e sono egualmente irritati da tutti i tipi di attacco; e quelli che soffrono di una sorta di cattiva coscienza nei confronti delle posizioni più a sinistra e sono soprattutto intolleranti verso i dubbi sulla natura “di sinistra” delle proposte e dei valori di Renzi, anche quando questi sono pre-politici (come la lotta agli sprechi e il culto dell'efficienza) o francamente moderati (come l'adesione ai dogmi neo-liberisti). Il centro di questa “ideologia dell'anti-ideologismo”, e anche il suo aspetto più sorprendente, è la lettura che dà della storia italiana degli ultimi vent'anni. E' convinzione universale fra i renziani che la sinistra abbia perso in quanto “troppo di sinistra”, troppo ideologizzata. 

Se guardata con candore e senza il filtro dell'abitudine, questa posizione non può che suscitare stupore e portare ad interrogarsi sulla sua origine. Per vent'anni, la parte di elettorato di centrosinistra che si è mostrata critica nei confronti della sua dirigenza, l'ha accusata soprattutto di non avere una linea riconoscibile e di avere annacquato oltre ogni misura la sua identità. In primo luogo, mostrando di non volere o di non essere in grado di capire e contrastare l'anomalia berlusconiana (evidente a tutti i nostri vicini europei), nella sua natura di vulnus permanente ai principi fondanti una democrazia liberale, causa di danni profondi, che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, al tessuto civile del paese. Per farlo, sarebbe bastata una solida cultura liberale, magari con una spruzzata di azionismo. 

E' contro l'atteggiamento compromissorio e ottuso dei propri dirigenti che gli elettori del centrosinistra sono scesi in piazza, a difesa della legalità costituzionale e per una legge sul conflitto d'interessi, con i girotondi in diverse città, a Piazza San Giovanni nel 2002, in molte altre occasioni; che hanno difeso la libertà di Biagi e della Guzzanti, si sono riconosciuti, di volta in volta, nelle posizioni di MicroMega e nella protesta di Moretti, nelle denunce dei giornalisti non collusi o assuefatti e nelle opinioni che sono valse a Furio Colombo la sua cacciata dalla direzione dell'Unità. Il sentire comune di molti cittadini di sinistra era avverso all'anti-antiberlusconismo della dirigenza pds-ds-pd, fosse dovuto a togliattismo senza fini o a semplice mediocrità morale e intellettuale. 

In secondo luogo, l'insoddisfazione riguardava le posizioni in tema di laicità (con la sudditanza verso le gerarchie ecclesiastiche, la rinuncia alle leggi sui diritti civili, i finanziamenti alle scuole confessionali, fino alla partecipazione alla beatificazione di un franchista) e di giustizia sociale (con l'inseguimento del centro moderato, la rinuncia ad ogni politica redistributiva, candidature come quella di Calearo e così via). Insomma, la percezione era che tutto fosse, il nostro centrosinistra, meno che “troppo di sinistra”; che mostrasse, anzi, un'estrema sudditanza verso le posizioni del campo opposto, un'ansia di accreditarsi verso i poteri forti, una mancanza di tenuta su ogni principio. 

Da dove sia venuta fuori la convinzione dei renziani che la sinistra abbia perso perché troppo antiberlusconiana, radicale e ideologica è qualcosa che, a prima vista, pare inspiegabile. Eppure la ripetono come un mantra (i continui ed esclusivi riferimenti a Blair si spiegano anche col fatto che, se si eccettua la specificità inglese – che ha portato ad un tasso di diseguaglianza, secondo l'Indice di Gini, di tipo statunitense ed allo sfascio di molti servizi pubblici –, le posizioni del PD sono ultramoderate rispetto a quelle dei partiti socialisti o socialdemocratici europei). 

Particolarmente significativa, come pietra di paragone del cambiamento verificatosi, è l'immagine di D'Alema. Le sue responsabilità ed i suoi errori sono a tutti noti e lo hanno reso, negli anni, il bersaglio privilegiato delle critiche alla dirigenza del centrosinistra. La bicamerale, che legittimava Berlusconi con l'assurdo obiettivo di riformare insieme a lui i fondamenti del nostro vivere civile, era l'epitome delle sue colpe; la scena di “Aprile” con la famosa battuta di Moretti “dì qualcosa di sinistra”, la sintesi icastica del giudizio sulla sua condotta politica. 

Ora, i renziani sono in apparente continuità con questo atteggiamento e hanno in D'Alema uno dei loro nemici più detestati. Ma non si sono mai stracciati le vesti per il recente tentativo dei “saggi”, eredi della bicamerale, di riformare la costituzione aggirando l'articolo 138, con l'appoggio di una maggioranza ancor meno idonea di quella di allora; hanno, anzi, scarsa simpatia per i movimenti e gli intellettuali, come Zagrebelsky e Rodotà, che si sono battuti accanitamente contro questo progetto: li sentono intellettualistici, radicali, chiusi in un ridotto elitario e antiquato. E detestano profondamente giornali come “Il fatto quotidiano” e commentatori come Travaglio, che accusano di giustizialismo, in linea con l'opinione di osservatori a loro più graditi come Polito o Battista. 

Che cosa rimproverano, quindi, a D'Alema? Twittano, ad esempio, il link ad suo intervento del 1997, in cui, criticando Cofferati, si schierava a favore di un approccio nuovo e meno “ideologico” al problema dei diritti del lavoro; e, nei commenti, lo citano a esempio di un D'Alema “buono”, blairiano, poi soverchiato da quello “cattivo”, legato a una concezione di sinistra “vetero” e identitaria. Insomma, lo attaccano per ragioni opposte a quelle che erano alla base delle critiche precedenti; come si sia passati dal D'Alema incitato da Moretti a dire (e a fare) qualcosa di sinistra a quello simbolo di una sinistra troppo identitaria resta abbastanza oscuro. 

Se, insomma, si cerca qualcosa che non sia la mera contrapposizione fra le generazioni, fra “vecchio” e “nuovo”, perdenti e vincenti, si trova solo un'avversione per tutto ciò che, della sinistra, viene considerato ideologico, radicale, legato a valori del passato (“conservatore” è un altro termine chiave. Usato in accezione assolutamente negativa e al di fuori di qualsiasi determinazione storica legata alla tradizionale contrapposizione con “progressista”; senza accorgersi che, così, l'accezione sempre negativa è del tutto priva di senso, dato che anche chi difendesse i principi democratici contro una deriva autoritaria sarebbe “conservatore”). 

La difesa dei beni comuni? Ideologica (per questo, oltre che per il suo essere diventato un punto di riferimento per molti cittadini autenticamente di sinistra, Rodotà è assai poco amato dai renziani). Idem quella dei servizi pubblici, da cui la netta avversione a proteste come quelle dei tranvieri di Genova e Firenze. L'argomento più utilizzato dai renziani è che non ha importanza che un servizio sia pubblico o privato, ma solo che funzioni. Il resto è ideologia. Così come la difesa della scuola pubblica, infatti la loro antipatia per movimenti come il Comitato articolo 33 è nettissima e hanno osteggiato, e poi cercato in tutti i modi di dichiarare fallimentare, il referendum di Bologna. 

L'idea che possano esistere alternative all'attuale modello di sviluppo è completamente assente dal novero delle cose pensabili, così come quella che vi siano diversi interessi di classe o di ceto, sostituita da un appello al “fare squadra” di stampo neocorporativo. I sindacati sono visti con estraneità, se non con un'esplicita avversione, che va oltre la sottolineatura, spesso fondata, dei loro limiti e difetti, e rasenta la classica ostilità piccolo-borghese e bottegaia degli anni 70'-'80 (“L'Italia l'hanno rovinata i sindacati”). Curioso vederla presente in questa forma in militanti del più grande partito della sinistra. I renziani non giungono alla dichiarazione, propriamente di destra, che destra e sinistra non esistono più, ma si fermano giusto un passo prima; la differenza fondamentale è quella fra inefficienza ed efficienza, priva di significato politico, in quanto nessuno si dichiara a favore della prima e tutti in grado di portare la seconda. 

L'ideologia del renziano tipo è, insomma, la quintessenza del post-ideologismo funzionale al pensiero unico, perché incapace di immaginare la possibilità stessa di un'attitudine critica nei suoi confronti. La spiegazione più semplice è che sia l'ennesimo frutto avvelenato del ventennio berlusconiano, come, in modi diversi, il grillismo, di cui i renziani condividono la visione semplicistica della questione dei costi della politica. 

Probabilmente è sbagliato temere Renzi; il suo entusiasmo, il suo attivismo, la necessità stessa in cui si trova di dovere, in tempi brevi, dimostrare di essere in grado di innovare profondamente possono, forse, scuotere in qualche modo lo stagnante quadro politico in cui ci troviamo. Quelli che, per certi aspetti, fanno a volte davvero un po' paura sono i suoi troppo entusiasti sostenitori.


Andrea Bianchi
da Micromega

martedì 17 dicembre 2013

Vile atto vandalico alla sede del Circolo PD di Osnago

Nella notte la sede del Circolo del PD di Osnago è stata oggetto di un vile attacco da parte di ignoti che con un'ascia hanno sfondato la vetrina lungo la strada principale del paese. Appena appresa la notizia, in tarda mattina, un brivido mi è corso lungo la schiena, quanto accaduto a Osnago questa notte è di una gravità assoluta e non si può derubricare come semplice gesto di uno o più vandali. Attaccare la sede di un partito è un metodo che ci riporta a tempi bui per il nostro paese, che speravamo di esserci lasciato alle nostre spalle per sempre. La mia condanna è senza se e senza ma, perchè se la protesta è legittima e, in alcuni casi, rispecchia un malessere concreto, la violenza non è mai accettabile. Non ci faremo intimidire mai, risponderemo sempre con la forza delle nostre idee e il nostro coraggio. Siamo una forza democratica che affonda le proprie radici nei valori della costituzione, continueremo a lavorare nel paese e nelle istituzioni per portare l'Italia fuori dalla crisi contribuendo a raffreddare il clima con atti concreti e a combattere contro la violenza. Il mio pensiero affettuoso e la mia solidarietà va al segretario della Federazione Fausto Crimella, al segretario di circolo di Osnago Felice Rocca, al Sindaco Paolo Strina e a tutti i militanti e iscritti del Pd di Osnago e della Federazione di Lecco.

On. Veronica Tentori
Camera dei Deputati

lunedì 16 dicembre 2013

Fabrizio Barca: "L'abolizione dei fondi pubblici favorisce partiti votati dai ricchi"

L'ex ministro Fabrizio Barca a Bologna: "Una legge non buona. Nel resto d'Europa i contributi sono significativi. Bene l'obbligo di certificazione dei bilanci"

BOLOGNA - Aspetti positivi, come l'obbligo di certificazione dei bilanci. Ma soprattutto limiti, tanto da far definire all'ex ministro ed esponente Pd, Fabrizio Barca, la misura varata dal governo che rivede il finanziamento ai partiti "una legge non buona".

"L'obbligo di certificazione bilanci è un fatto importantissimo - ha detto Barca a Bologna per il lancio dell'iniziativa 'Luoghi ideali' - che permette di fare quello che avviene nel resto d'Europa. Peccato che nel resto d'Europa sia esistente e significativo il finanziamento pubblico e che il resto della norma finisca per mantenere in realtà una forma di finanziamento che favorisce partiti votati da persone danarose". Per l'ex ministro, queste "possono permettersi di dare grandi donazioni che pagheremo noi. Pagheremo noi la contribuzione ma il beneficiario sarà il partito che attrarrà persone che mettono 300mila euro". Discorso simile anche per il due per mille che "consentirà di fare arrivare più fondi ai partiti che parlano a persone più ricche. Quindi la legge è una legge non buona".

"Ci sono due modi per ricomprare la fiducia degli italiani. Uno è il modo di Nerone, gettando in pasto cose ai leoni nel Colosseo - ovvero assecondarne la rabbia - e la legge sul finanziamento ai partiti è una di questi, oppure far loro vedere che sei in grado di migliorare la loro condizione di vita" ha aggiunto Barca.

Renzi, Letta e i teorici dell’inciucio


Prima ancora che Matteo Renzi vincesse le primarie, era chiaro che la stabilità intesa come valore assoluto era una cornice vuota, senz’alcun dipinto dentro. Giaceva a terra, come il potere dei vecchi regimi che i rivoluzionari raccattano facilmente. Il nuovo segretario del Pd gli ha assestato il colpo di grazia, domenica a Firenze («ai teorici dell’inciucio diciamo: v’è andata male») e in un baleno il mondo di ieri è apparso ingrigito, obsoleto.
È così anche se Renzi non sarà che schiuma delle cose. Già da tempo in Europa son fallite le strategie anticrisi che come fondamento hanno scelto la sospensione della democrazia e dell’idea stessa di conflitto, sociale o politico. Anziché spegnersi, la crisi s’è acuita. Perfino il Wall Street Journal, in nome dei mercati, ha scritto il 24 novembre che i toni sempre bassi, i compromessi tra oligarchi, la pacificazione come dogma, prefigurano la «stabilità dei cimiteri». Continueranno a prefigurarla se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente, ma pur sempre concesse.
Il suo tempo è brevissimo, perché enorme è la forza d’inerzia dei vecchi regimi, anche se incartapecoriti. Possiedono l’energia del corpo che non cessa di gorgogliare anche dopo morto, come nell’Illustre Estinto di Pirandello: sottosegretari deputati e curiosi s’affollano nella camera ardente, e nel silenzio quasi sacro della scena può accadere l’inatteso: «Un improvviso borboglìo lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? — Digestio post mortem, — sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo».
Il che vuol dire: nel ventre d’Italia tutto è ancora possibile, anche il borboglìo squacquerato che inneggia alla stabilità degli inciuci, e questo per il semplice fatto che il Paese vi sta rannicchiato da anni. Dante avrebbe detto, con i suoi magnifici neologismi: s’è in-ventrato nella stabilità oligarchica. Con linguaggio più moderno l’ultimo rapporto del Censis — presentato il 6 dicembre — usa metafore identiche. Narra un’Italia imbozzolata, senza «sale alchemico»: «sciapa, infelice », cerca riparo nella Reinfetazione.
Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis). È il dispositivo, al tempo stesso disciplinatore e rasserenante, che il pacificatore Napolitano coltiva da anni. Nella reinfetazione, scrive De Rita nel suo 47° rapporto, tutti i soggetti politici, i rappresentanti, le forze sociali, vivono «in stato di sospensione nelle responsabilità del Presidente della Repubblica». Vogliose, ma incapaci di «tornare a respirare».
Questo teorema avvizzisce d’un colpo: in realtà la reinfetazione «riduce la liberazione delle energie vitali. Implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti». Usa crisi e paure per salvaguardare il potere di poche, chiuse cerchie. Riduce e demonizza il conflitto, quando dovrebbe invece considerarlo sale della rinascita. Tradisce le speranze in Rodotà o Prodi. È probabile che gran parte degli elettori, votando Renzi e anche Civati (82%, insieme), più che un nuovo capopopolo abbia cercato precisamente questo: uscire dal ventre, chiudere l’era fetale, e fatale, cara a Napolitano. Riabilitare il conflitto, a cominciare da quello contro le larghe, strette, o larvate intese. Non sappiamo fino a che punto Renzi ne sia conscio. Se non lo è non gli basterà la veduta lunga consigliata da Fabrizio Barca. Entro un anno sarà sfinito.
Il rapporto del Censis non è stato il solo segno precursore. Non avremmo i sussulti odierni, senza la scossa di 5 Stelle. E anche la Corte costituzionale ci ha messo del suo, il 4 dicembre, abolendo un Porcellum carezzato per 8 anni dalla classe politica. È vero, nel gennaio 2012 proprio la Consulta bocciò il referendum col ritorno al Mattarellum chiesto da 1,2 milioni di cittadini. È innegabile, essa ci restituisce il grado zero della democrazia (la proporzionale). Ma mette i politici davanti alla verità e dice: volutamente avete preferito regole che hanno promosso i rappresentanti dei partiti anziché dei cittadini, allargando la faglia tra voi e loro, e questo lo dichiariamo illegittimo. Se non vi date da fare, avrete il proporzionale come nella Repubblica di Weimar. Una iattura? La questione è controversa, tra gli storici tedeschi: se Hitler vinse, sostengono molti, la colpa non fu solo del proporzionale.
Zagrebelsky ricorda giustamente che lo Stato continua, dopo la sentenza. Ma Stato non è sinonimo di governo. E il Parlamento attuale, pur non annullato, di fatto è «delegittimato dal punto di vista democratico»(Repubblica 8-12). Si è delegittimato lasciando che il gong, ogni volta, venisse suonato da fuori: da outsider come Grillo, i magistrati della Consulta, gli elettori dei referendum. Anche qui il Censis parla chiaro: la salvezza, anche economica, verrà dagli esterni. Dagli immigrati che si fanno imprenditori con più lena degli italiani, dalle donne che fondano aziende, persino dai giovani che fuggono all’estero e si riveleranno una risorsa. Tutti costoro, e tutti i movimenti cittadini di protesta, sono come un esercito straniero di liberazione: pronti ad approdare in Italia come le truppe anglo-americane in Sicilia e Calabria nel luglio e settembre ’43.
È uno sbarco generalizzato — Grillo ha dato il via, poi son venute la Consulta, le parole del Censis, le euforiche primarie — e per forza il popolo è «allo sbando», come l’8 settembre ’43 all’armistizio. Colpisce che l’espressione —Paese sbandato—appaia in tanti commenti di questi giorni. L’aveva usata Elena Aga Rossi, nel bel libro sulla fine della guerra (Una nazione allo sbando,2003). Furono anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti. Il governo Badoglio ordinò la resa agli alleati, ma senza rompere l’inciucio col socio nazista. Il giorno dopo fuggì col Re consegnando ai tedeschi due terzi dell’Italia, Roma compresa.
Seguì una reazione disperata del Paese, caotica. I più tornarono a casa senza battersi, e però la patria non morì: il 9 settembre nacque il Comitato di liberazione, e furono tanti i militari che rifiutando la doppiezza combatterono Hitler. Tuttavia il caos poteva esser risparmiato, se la rottura con il fascismo fosse stata netta. Se non fosse perdurata l’abitudine a restare nel suo ventre, a reinfetarsi. Ne nacquero film come Tutti a casa di Luigi Comencini, o ancor più Vita difficile di Dino Risi. Il protagonista di quest’ultimo — impersonato da Sordi — senza fine narra il nostro sperare e disperare, credere e sbandare. I suoi urli d’ira sulla litoranea di Viareggio, contro il Paese che ha tradito lui e la Resistenza, esplodono tali e quali in questi anni, questi giorni. Il voto a Renzi è l’ultimo della serie.
È una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia. Troppo presto forse Enrico Letta ha detto: «Non è un voto contro di noi. È un argine contro il populismo e la deriva distruttiva, estremista» di Grillo, più che di Berlusconi. Il senso del voto è in mano a Renzi. Non mente quando dice: l’urlo dei Vday è altro dalle primarie. Ma nella sostanza è simile quel che muove ambedue: la rabbia, la sete di rigenerazione. Ignorarlo è rischioso, non solo per lui.
È rischioso anche per l’Europa, bisognosa di scosse simili. Non per scaricarla (lo Stato del tutto sovrano è imbroglio) ma per edificare, questo sì, una vera Comunità.

Barbara Spinelli
da Repubblica, 11 dicembre 2013