sabato 14 settembre 2013

Buone riforme e manipolazioni


Nei giorni in cui si compie il secondo passaggio parlamentare del disegno di legge sulla revisione costituzionale, mi pare opportuno cercar di evitare o dissipare alcuni equivoci. Il primo, e il più vecchio, riguarda la contrapposizione tra conservatori e riformatori. Questa è assai spesso una contrapposizione ambigua, che diventa addirittura distorcente quando si parla della Costituzione. Difendere principi e diritti in essa affermati, impedire manomissioni di suoi aspetti essenziali, significa certamente voler “conservare” qualcosa. Che cosa, però? Esattamente quello che costituisce il fondamento stesso della nostra democrazia repubblicana. Nel 1988 la Corte costituzionale ha stabilito che i principi supremi dell’ordinamento costituzionale non possono “essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali”. Una sorta di conservatorismo “obbligato”, dunque. In questa direzione, la difesa intransigente della Costituzione non è conservatorismo, ma resistenza necessaria.

Chiarito questo punto essenziale, bisogna considerare un altro tipo di critica, emersa proprio nelle ultime giornate. Si dice, infatti, che l’opposizione al disegno di legge che impone modalità di revisione costituzionale diverse da quelle fissate dall’articolo 138, finisce con l’impedire l’attuazione di riforme necessarie e largamente condivise, quali sono quelle riguardanti la riduzione del numero dei parlamentari e l’abbandono del bicameralismo perfetto. Così ragionando, tuttavia, si sfugge in primo luogo alle argomentate osservazioni dei molti studiosi che hanno messo in evidenza come il ricorso a quella procedura eccezionale, ennesima variazione della pericolosa logica dell’emergenza, sia essa stessa in contrasto con la ragione profonda dell’articolo 138, norma di salvaguardia, garanzia contro le strumentali manomissioni della Costituzione.

E’ bene sapere, inoltre, che l’opposizione all’attuale pretesa di revisione costituzionale è stata accompagnata dal riconoscimento che, in casi specifici e ben individuati, una “buona manutenzione” di alcune norme della Costituzione sia necessaria. E tra le norme indicate compaiono appunto quelle riguardanti i due casi prima ricordati. Ma questa buona manutenzione può essere effettuata senza stravolgere l’assetto costituzionale in materia di revisione. Già molte volte, e di nuovo in occasione della nascita del governo Letta, si era suggerito di ricorrere a due disegni di legge, sì che Senato e Camera avrebbero potuto lavorare contemporaneamente su riduzione dei parlamentari e bicameralismo perfetto, nei tempi rapidi consentiti dal largo consenso già esistente su quelle riforme e senza bisogno di alterare la procedura di revisione costituzionale. Se fosse stata seguita questa strada, oggi saremmo alla vigilia della seconda lettura di quei disegni di legge, dunque al concreto approdo ad una importante e non traumatica revisione della Costituzione. Non è vero, quindi, che i critici dell’attuale pasticcio costituzionale fossero ignari di questi problemi, dei quali, al contrario, hanno proposto una più rapida e accettabile soluzione.

Perché questo non è avvenuto? Provo ad indicare due possibili ragioni. La prima riguarda una piccola astuzia: mettendo al traino di due riforme condivise altre ipotesi di riforma, assai controverse e persino pericolose, si sarebbe occultata la realtà vera della riforma complessiva, la sua vocazione accentratrice e riduttiva degli equilibri democratici. La seconda è stata rivelata da dichiarazioni di massimi rappresentanti del governo, ed è persino più inquietante. Poichè sono grandi le resistenze parlamentari e burocratiche ad una vera riforma del Senato, l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era quello di imporre una procedura costrittiva, grazie alla quale sarebbe stato possibile domare quelle resistenze. Una difficoltà tutta politica, quindi, non viene affrontata attraverso la logica della politica, mettendo a nudo quali siano gli interessi reali che si oppongono alla buona manutenzione. Viene trasferita nel sistema istituzionale, pagando il prezzo di una sua manomissione. Così l’uso strumentale della Costituzione emerge nettamente. E la vera contrapposizione non è quella, fittizia e ingannevole, tra conservatori e innovatori, ma tra chi vuole la buona riforma costituzionale e chi ne persegue la manipolazione.

Al di là di queste ultime considerazioni, mi sembra necessario ricordare alcune questioni più generali. Pd e Pdl, le due forze costitutive dell’attuale maggioranza, sono in questo momento profondamente e platealmente divise proprio dal modo di guardare alla Costituzione, a partire dal tema fondamentale dell’eguaglianza davanti alla legge. Come si può ragionevolmente ritenere che la riforma costituzionale annunciata possa avvenire in condizioni diverse da quelle, miserevoli, che caratterizzano oggi la discussione pubblica su questi temi? E, seconda questione, è davvero possibile invocare l’urgenza di approvare alla Camera in prima lettura il disegno di legge sulla riforma perché così vuole un “cronoprogramma” del Governo che non ha più alcuna relazione con la realtà dei fatti? Non perdiamo altro tempo e, invece, lavoriamo insieme per una vera politica costituzionale.


di Stefano Rodotà, da l'Unità, 11 settembre 2013

venerdì 13 settembre 2013

Barbara Spinelli: “Lo stravolgimento dell’art.138 è un colpo di mano”


Tra urla, appelli e minacce che accompagnano in questi giorni il dibattito sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi, pare che nessuno si sia posto una semplice, ma capitale, domanda: quanto costerebbe al Paese sacrificare un principio fondamentale come l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Lo abbiamo chiesto a Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista di Repubblica

Perché sembra una bestemmia dire che una persona condannata definitivamente per frode fiscale – reato ai danni dello Stato – non può rappresentare i cittadini in Parlamento? 
Perché è difficile dire quel che pure è ovvio: questo nostro Stato si definisce a parole democratico, ma ha perduto la coscienza di essere una democrazia costituzionale, cioè dotata di una legge fondamentale che garantisce principi come la separazione dei poteri e, appunto, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. 

Si procede con sospetta premura alla modifica dell’articolo cardine della Costituzione, il 138, che disciplina la revisione della Carta con procedure di garanzia. Tutto questo per volontà di un governo “contro natura”, nato da un’infedeltà elettorale, insieme a un Parlamento eletto con una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. C’è più di qualcosa che non quadra. 
Cambiare la Costituzione con procedure accelerate che stravolgono l’articolo 138 – una valvola di sicurezza pensata dai Padri costituenti proprio per evitare manomissioni – è un colpo di mano. Si parla di deroga, ma la parola giusta è violazione della Costituzione: finché non è modificato, l’articolo 138 è legge da osservare. Tanto più è un colpo di mano se pensiamo alla presente congiuntura storica: un Parlamento di nominati, un governo di larghe intese che gli elettori non volevano e che distorce la democrazia. Infine il conflitto di interessi: immutato, esso resta il male volutamente non curato del sistema politico. Come rafforzare i poteri dell’esecutivo, quando chi più si batte per il rafforzamento è Berlusconi, condannato e interdetto dai pubblici uffici perché frodava lo Stato per i propri interessi di imprenditore mentre governava? Altra stortura, gravissima: la legge elettorale viene accorpata al riesame costituzionale, dunque chissà quando ne avremo una nuova. Come se il Porcellum fosse parte della Carta! 

Che impressione ha di questa lunga discussione nella Giunta per le elezioni del Senato: stanno prendendo/perdendo tempo? 
Certo: già questo è un successo per Berlusconi. È come nei processi: rinvii, cavilli, dilazioni fino ad arrivare alla prescrizione. Anche in politica il traguardo pare essere una sorta di prescrizione. A forza di allungare i tempi si giungerà a ottobre, quando Berlusconi deciderà sull'affidamento ai servizi sociali e quando la Corte d’appello ridefinirà l’interdizione dai pubblici uffici. Sarebbe una vittoria per lui: vorrebbe dire che il parlamento non è riuscito a farlo decadere e che lo faranno i giudici, contro cui potrà inveire in nome del popolo sovrano e del Parlamento. 

Il capo dello Stato martedì ha dichiarato: “Se non teniamo fermi e consolidiamo questi pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio”. L’appello all’unità è stato messo in relazione con il braccio di ferro sulla decadenza di Berlusconi. Lei cosa pensa di questo intervento? 
Il Presidente è intervenuto due volte, in agosto e settembre, sulla decadenza. Un’interferenza abbastanza irrituale, che tradisce la sua gerarchia delle urgenze: la cosa che più conta è la sopravvivenza del governo delle grandi intese. In altre parole: dà a quest’ultimo il primato, e pesa sulla Giunta ricordandole che essenziale è non abbattere i “pilastri della convivenza nazionale” con una rottura tra Pd e Pdl. L’intervento è pericoloso, e anche singolare: se è vero che le sentenze vanno rispettate, e Napolitano lo ribadisce con forza, come evitare uno scontro fra Pd e Pdl? Nella sostanza, siamo a un bivio: se vuole ritrovare identità ed elettori, il Pd deve interrompere questa venerazione di Napolitano, che va ben al di là del rispetto istituzionale. È l’adesione a una visione emergenziale della democrazia italiana, fatta propria dal Quirinale: da anni siamo “sull'orlo del precipizio”, “a un passo dal baratro”, dunque in stato di eccezione. Nulla deve muoversi. La democrazia è sospesa. Io non ritengo affatto pericolosa la caduta di un governo. Ne abbiamo avute tante e l’economia ne ha risentito poco. 

Napolitano è stato rieletto, per la prima volta nella storia repubblicana, al sesto scrutinio. Ma ci sono stati presidenti eletti al 21esimo. E così ora una possibile caduta del governo cui seguissero nuove consultazioni ed eventualmente un nuovo esecutivo sembra un strappo. Che fine ha fatto la fisiologia istituzionale? 
L’ideologia emergenziale permette a oligarchie chiuse di governare aggirando il normale funzionamento delle istituzioni, e anche gli esiti elettorali. È un ricatto sotto il quale viviamo da tempo. Ci ha anestetizzati. Il terrore del tracollo si è insinuato nelle menti, tanto ossessivamente viene ripetuto. Ci sono poi parole assassine: “governo di scopo”, “governo di servizio” trasmettono un’unica immagine: qualunque altro governo nato da elezioni non sarà “di servizio”. Nella migliore delle ipotesi sarà “senza scopo”, nella peggiore sarà in mano a populisti e malfattori. 

Paolo Mieli ha detto: “Il ricatto di Berlusconi sulla caduta del governo è una pistola scarica”. Non è che tutto questo urlare alla catastrofe in caso di caduta del governo, carica quest’arma? 
Berlusconi si è sempre nutrito della retorica emergenziale. La sua idea del capo legibus solutus, non ostacolato da nessuno, è coerente all’idea, valida in tempi di guerra, dello stato di necessità. 

Perché si sono consegnati mani e piedi a un uomo che stava per essere condannato? 
Nel 2009, a proposito del lodo Alfano, Ghedini disse che il premier non è un primus inter pares, ma un primus super pares. Che la “legge è uguale per tutti, non la sua applicazione”. Sono controverità entrate negli usi e costumi della Repubblica. Nella dichiarazione del 13 agosto, Napolitano ha preso atto della condanna di Berlusconi, ma al tempo stesso ha considerato “legittimi” gli attacchi e le rimostranze del Pdl contro i magistrati e la sentenza. Contrapporre la legittimità alla legalità è materia incandescente. È uno iato di cui s'è nutrita la cultura antilegalitaria delle destre e sinistre estreme, nella storia d'Europa. 

Il capo dello Stato ha ricevuto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che secondo il Corriere della Sera, è salito al Colle in veste di ambasciatore di Berlusconi. 
Il fatto in sé non mi scompone. Ma era il caso di riceverlo proprio in questi giorni? È il momento prescelto che inquieta. Come le telefonate di Nicola Mancino. Telefonare con Mancino è del tutto normale, tranne nel momento in cui l’ex ministro è indagato sulla trattativa Stato-mafia.


Intervista a Barbara Spinelli di Silvia Truzzi, da il Fatto Quotidiano - 12 settembre 2013

giovedì 12 settembre 2013

Va bene le bandierine, ma quando si lavorerà …



Bandierine. Da mostrare irridenti, le mani in alto sopra la testa, in piedi nei propri scranni di onorevoli del movimento 5 stelle. Da piantare sui tetti, anzi sul tetto del palazzo, accanto alla campana di Montecitorio dove si arriva da parlamentari ma con l’illusione fanciullesca di non esserlo davvero. Da sventolare seri, convinti di fronte ai propri sostenitori per vantarsi di essere gli unici rimasti a difendere la costituzione dalla brama famelica di chi è pronto a stravolgerla. L’art. 138 non si tocca. Giù le mani dalla sentinella della costituzione. Slogan semplici che luccicano. Non troppo a lungo però. Basta guardarli appena un attimo per accorgersi che sono di latta. L’art. 138 della costituzione, che dispone il procedimento rafforzato per le modifiche della costituzione stessa, rimane inalterato. Le camere istituiscono un comitato parlamentare per dare materie e tempi precisi al processo di riforma costituzionale. Solo per l’attività del comitato sono previste due deroghe, temporanee, alla procedura del 138. L’intervallo tra la prima lettura e la seconda è portato a 45 giorni invece dei 90 previsti e il referendum sul testo approvato dal parlamento può essere chiesto anche se il testo è approvato a maggioranza qualificata, del 75% e non solo a maggioranza assoluta del 50% come previsto. Un intervallo più breve tra le due letture e referendum anche con maggioranza del 75%. Questa sarebbe la manomissione? Con tutto il rispetto che si deve a ogni opinione, io non riesco a vedere altro che bandierine. E le ho viste con grande amarezza tra i banchi riconquistati alla libertà e alla democrazia da chi ci ha dato poi la bella costituzione di cui siamo orgogliosi, da attuare ancora pienamente e da riformare in alcune parti di funzionamento della forma di governo. Ognuno deve metterci il suo, nel ruolo che è chiamato a svolgere, con la responsabilità necessaria. Spero si riesca a passare dalle bandierine al lavoro serio.

Stella Bianchi
L'Unità