giovedì 17 gennaio 2013

I conti della macro-regione del Nord

Pdl e Lega propongono di costituire una macro-regione del Nord, che dovrebbe finanziarsi trattenendo il 75 per cento del gettito dei tributi erariali localmente pagati. È un’ipotesi finanziariamente sostenibile? E con quali conseguenze per il principio di solidarietà rispetto alle altre aree del paese?
(clikkare sulle varie tabelle per ingrandire)


IL FEDERALISMO E I NUMERI
Sul tema del federalismo circolano spesso numeri di cui non si riesce a ricostruire il fondamento finanziario/contabile. Ciò sembra valere anche per la proposta Pdl-Lega secondo cui andrebbe costituita la macro-regione del Nord – formata da Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli V.G. – che potrebbe finanziarsi trattenendo il 75 per cento del gettito dei tributi erariali localmente pagati, anziché il “misero” 35 per cento attuale.

I contenuti della proposta sono ancora molto vaghi. Non è chiaro, ad esempio, se l’ampliamento della quota di entrate tributarie, da riservare al territorio, debba avvenire a competenze locali invariate oppure associandolo a un assetto simile a quello di talune autonomie speciali, per le quali le maggiori risorse sono la premessa per maggiori competenze. Data l’entità della “devoluzione” è però del tutto ragionevole ritenere che la proposta si riferisca all’ipotesi di assunzione di nuovi e più ampi poteri.

LE SPESE NELLA MACRO-REGIONE
Se si prende a riferimento la spesa statale regionalizzata, così come calcolata annualmente dalla Ragioneria generale dello Stato, è possibile identificare tre componenti:
- le spese dirette sul territorio: istruzione, magistratura, università, sicurezza, ripiano dei saldi tra contributi e prestazioni previdenziali;

- le risorse devolute: compartecipazioni ai gettiti e trasferimenti a Regioni, comuni e provincie;
- le spese “comuni” per i servizi indivisibili: apparati ministeriali, difesa, affari esteri, calamità naturali, organi istituzionali; e per il debito pubblico: interessi passivi.

La tabella seguente riporta le evidenze che riguardano la media delle spese statali per il 2008-2009, disaggregate nelle tre componenti. Le spese dirette e le risorse devolute sono quelle rilevate direttamente dalle rendicontazioni della Ragioneria generale. Le spese comuni sono invece quantificate in proporzione alla popolazione residente, con un pro-capite di circa 2.300 euro.
cerea 1
Esistono squilibri tra i diversi territori che sono del tutto evidenti. Basti pensare che Veneto e Piemonte hanno una dimensione demografica simile, ma una spesa diretta ben diversa. La Lombardia, con oltre il doppio della popolazione del Piemonte, ha la stessa spesa assoluta. Il Friuli appare anomalo per quanto riguarda le risorse devolute. Dietro queste differenze vi sono effetti legati alle diseconomie di scala, sensibili per realtà come quella del Friuli (regione piccola) e della Lombardia, che da sola assorbe oltre il 15 per cento del totale della popolazione italiana. Nel caso del Friuli andrebbero menzionati anche gli effetti legati alle concrete modalità di attuazione della specialità statutaria.
E LE ENTRATE
Anche immaginando che all’interno della macro-regione Nord si riesca a trovare un accordo capace di superare gli squilibri della “spesa storica”, rimane da capire il rapporto di congruità fra le spese e le entrate tributarie.

Non esistono al momento elaborazioni adeguate sull’effettivo gettito regionale dei tributi erariali. In prima approssimazione potremmo assumere a riferimento quanto compete a ciascun territorio applicando al locale Pil la pressione fiscale netta riferibile ai tributi statali.
cerea 2
Dal rapporto fra spese ed entrate emerge un quadro molto variegato:
- il Friuli ha una spesa locale superiore alle imposte che paga; il passaggio al principio del 75 per cento comporterebbe dunque una contrazione di risorse pari a 1/3;

- il Piemonte subirebbe un piccolo “taglio”;
- il Veneto potrebbe vedere le risorse aumentare di circa il 20 per cento;
- la Lombardia otterrebbe invece un sostanziale raddoppio delle disponibilità;
- la macro-regione beneficia oggi di quasi il 53 per cento delle risorse raccolte con i tributi erariali – e non del “misero” 35 per cento indicato dai proponenti.

Accanto alla “correzione” delle dotazioni delle singole realtà prima indicata, si potrebbe invece pensare che, all’interno della macro-regione, le risorse vengano assegnate in base a una qualche nozione di fabbisogno dei singoli territori, ovvero indipendentemente dal contributo fornito in termini di fiscalità.

Rispetto alla sostenibilità finanziaria della proposta, occorre osservare che, accanto alla componente di spesa locale, la fiscalità dovrebbe concorrere alla copertura anche delle spese comuni. Come risulta dalla tabella seguente, ciò avviene in misura insufficiente, in quanto le risorse trattenute e le spese comuni sopravanzano il complesso del prelievo tributario.
cerea 3
Il saldo quasi si azzera se invece si considerano anche le altre entrate del bilancio dello Stato, pari a circa 40 miliardi di euro, delle quali una quota di 13 miliardi potrebbe essere riconosciuta alla macro-regione in base alla popolazione residente.

L’equilibrio così ottenuto si riferisce comunque all’ipotesi secondo cui la nuova istituzione sia disposta ad assumersi tutte le competenze dello Stato, esercitate su scala locale: la scuola, l’università, ma anche la polizia, le carceri, la magistratura, i vigili del fuoco, l’Agenzia delle entrate, i prefetti. Se ciò non avvenisse, il saldo finanziario peggiorerebbe.
Ma se anche la macro-regione avesse i conti in pareggio, è però chiaro che, con l’assetto 75 per cento,  finirebbe per concorrere alla sola copertura della spesa diretta e comune che la riguardano. Verrebbe dunque meno l’attuazione del principio di solidarietà rispetto al resto del paese e, più in particolare, verso le aree economicamente meno sviluppate.

UN GIUDIZIO CONCLUSIVO
Per essere considerata come un esercizio coerente con i principi della legge n.42 di attuazione del federalismo, voluta dal Governo Lega-PdL e approvata nel 2009, la proposta della macro-regione del nord dovrebbe  associare maggiori risorse a più consistenti responsabilità di spesa. Se si prendesse a riferimento la soglia del 75% dei gettiti locali, la nuova entità dovrebbe però dilatare i propri poteri a tutta la sfera dell’intervento statale, autoescludendosi al contempo da ogni forma di solidarietà nei confronti del resto del Paese.

Otre che irrealistico, l’esercizio è chiaramente contrario alla normativa voluta da chi ora avanza la proposta.
E, in questo senso, la richiesta ha solo il sapore di una semplice rivendicazione di maggiori disponibilità, senza alcuna contropartita:  il 75% è una percentuale “da campagna elettorale”, priva di fondamento economico-finanziario.

Gianfranco Cerea
lavoce.info

martedì 15 gennaio 2013

La politica non si fa (più) in Parlamento



Qui non si parla di politica o di alta strategia. Qui si lavora”. Credo che in pochi riconosceranno l’origine di questa frase, che era un pericoloso cartello di avvertimento in ogni luogo pubblico durante la guerra fascista.
Nel momento in cui scrivo è una perfetta descrizione del Parlamento che è stato appena sciolto. Ma anche del lavorio infaticabile e intenso, degli scontri e incontri e incroci e ripulse e improvvisi ritorni di legami perduti che la preparazione del nuovo Parlamento attraverso la composizione delle liste elettorali. Quelle che sono già disponibili sono lì a dimostrare ciò che sto dicendo: liste di dirigenti, di quadri e di impiegati per future imprese parlamentari che devono produrre con disciplina certi prodotti. Le liste che non ci sono ancora dimostrano quanto sia difficile mettere insieme persone efficienti, sottomesse, laboriose, fingendo di accumulare talenti.   
Ogni lista ha i suoi ornamenti o i suoi pezzi di antiquariato, un po’ come esporre nell’atrio della ditta il primo macchinario con cui era cominciata l’impresa. Per il resto, personale di fiducia, che non alzi la testa. Qui mi scontro – lo so – con la diffusa persuasione che “il Parlamento non lavora”. Il Parlamento, salvo quando subisce gravi incidenti di percorso, come è accaduto nella lunga agonia dell’ultimo governo Berlusconi, lavora moltissimo, ma non per fare politica. Quando si dice ‘di questo discuterà il Parlamento’, non si dice niente. Il Parlamento produce con alacrità atti amministrativi fatti di labirintici commi ed emendamenti, il cui senso e le cui conseguenze sono chiari solo ai committenti e ai destina-tari.   
Molto dipende, naturalmente, dal rapporto fra Parlamento e governo. Il Parlamento, quando è guidato da Monti, lavora intensamente ad approvare in fretta, quasi senza discutere, ciò che è stato deciso in materia economica, per ragioni di emergenza (vera emergenza provocata dall’incompetenza e tendenza a mentire di Berlusconi). L’ultimo governo “generalista” del Paese (nel senso che voleva, allo stesso tempo, produrre alcuni risultati tecnici e alcuni fatti politici) è stato ilgoverno Prodi. Poi è diventata abituale la totale assenza del dibattito politico, salvo stentorei discorsi di parti e controparti ogni due o tre mesi, su questioni gravi, come i diritti umani, la scuola, il lavoro, la pace, questioni che non hanno mai avuto in Parlamento né un prima né un dopo. Dunque sono privi di fondamento quei “rating” che assegnano ai vari parlamentari gradi di “produttività”. Lo sono perché non si domandano “produttività” di che cosa?   
Sto descrivendo, temo in modo accurato, un Parlamento che sta alla larga dalla politica e in cui un parlamentare non può prendere alcuna iniziativa politica da solo tranne che parlare a un’aula vuota, una volta esaurito l’ordine del giorno alla cui compilazione non partecipa. Allora dov’è la politica? Come abbiamo visto il percorso verso il governo non serve. Se un governo ha interesse a non fare politica (per esempio per non compromettere una coalizione, si pensi alle “coppie di fatto”) il Parlamento rimane afasico. Infatti c’è il regolamento, stravagante, rigoroso e invalicabile delleCamere. Stabilisce che un parlamentare, persino nella o nelle Commissioni di cui fa parte, può presentare un’interrogazione solo tramite il rappresentante del suo gruppo. Stabilisce che il deputato o senatore possono proporre tutto quello che vogliono. Non arriverà mai in aula (e il parlamentare proponente non potrà parlarne in aula) fino a quando il suo gruppo, cioè il partito con cui è stato eletto, non darà il permesso . Il più delle volte non accade mai. Dunque se cercate dove comincia e dove finisce la politica (e dove si esercita o si azzera la “produttività” politica) la freccia punta ai partiti. Ed è qui che un segugio indagherebbe per rispondere alla domanda: che fine ha fatto la politica? L’indagine può cominciare benissimo dalle nuove liste elettorali che si sono composte o si stanno componendo, e ai partiti (ai loro leader) che le hanno volute. Ognuno ha cercato uno o duepersonaggi di valore estranei all’organizzazione, ma destinati a ornare il salotto, a depositare un discorso o una memorabile intervista e a togliere il disturbo. Ma ha voluto soprattutto numerose e ben distribuite pattuglie di lavoratori che al momento giusto restano in attesa dell l’input, qualunque esso sia (andare avanti, tornare indietro, accordarsi o scontrarsi per ragioni che non sempre vengono condivise) o anche solo spiegate).   
Come esempio pensate alla scelta Pd del dottor Galli, già direttore generale di Confindustria, dato come probabile ministro del Lavoro a nome del partito che ospita il candidato ed ex ministro del Lavoro Damiano. A Damiano non si è potuto dire di no e far finta che non esista, come è accaduto al deputato Sarubbi (che si era ostinato a parlare di politica, di diritti umani, e non di Eni, al tempo del trattato con la Libia) e in due, oltre ai Radicali, avevamo votato no. Ma la sua presenza è saggiamente compensata e “coperta” dal dottor Galli per non correre il rischio di “ali estreme”. Come esempio prendete Paola Binetti e osservate dove l’ha collocata il nuovo mondo di Monti: due volte capolista in punti essenziali delle nuove liste per rassicurare chi deve essere rassicurato sui valori non negoziabili. Sono solo due lampi nel buio, ma servono per dire che la politica ha un suo unico luogo, i partiti.
Ma i partiti, anche quelli rispettabili, hanno deciso di tenersi le mani libere “per negoziare”. Negoziano risultati che hanno a che fare con il potere, non con i cittadini. I cittadini restano soli e, di tanto in tanto, sono accalappiati nella rete di decisioni che non si sa se siano buone o cattive perché sono indecifrabili. Si sa che sono pesanti, che cambiano la vita di molti. Sarebbe importante discutere di tutto ciò in politica. Ma quale politica?

Furio Colombo

Il Fatto Quotidiano, 13 Gennaio 2013