venerdì 7 maggio 2010

Torna a casa Scajola: per la terza volta uno scandalo gli fa perdere la poltrona

Per la terza volta Scajola torna a casa, la casa-padre di Imperia dove per quarant’anni la famiglia si è assicurata le poltrone di quasi tutti i poteri. E per la terza volta torna con la faccia lunga. Il primo guaio gli è capitato quand’era sindaco della città, 1983. A 32 anni infila la fascia tricolore che era stata del padre e poi di Alessandro, fratello grande. Passano pochi mesi e deve andarsene: Pier Luigi Davigo, procuratore di Milano, l’accusa di concussione aggravata. Sarebbe coinvolto negli intrighi per l’appalto del casinò di Sanremo.
Ieri, come oggi, Scajola si dichiara innocente, ma non si sottrae. Telefona ai carabinieri: “Venite a prendermi, sono in municipio”. Trascorre 70 giorni a San Vittore e cinque anni di purgatorio in attesa della sentenza che lo assolve dal peccato delle tangenti intascate. Anni di una Dc ancora robusta, soprattutto compatta attorno al “martire Scajola”. Si ripresenta e riconquista la poltrona perduta. Sindaco fino al 1995. Per il padre (Ferdinando Scajola) è quasi una rivincita personale. Aveva subito l’affronto di dimissioni obbligate per aver imposto un cognato come primario all’ospedale della città. Intanto il fratello è diventato deputato, due legislature a Roma, poi presidente della Camera di Commercio.
Insomma, famiglia che mantiene il bastone di comando. Vorrebbe resistere ma l’Italia è cambiata. È arrivato Berlusconi e il “nemico” del Polo della Libertà è una signora architetto sulla quale puntano gli strateghi di Arcore. Questa volta i Dc sono stanchi della grande famiglia rampante che ammette un solo dogma: mai approvare una leadership se il nome non è Scajola. E il sindaco che non si arrende va a trattare a Genova con gli ex comunisti del Pds. Rossi importanti ascoltano incuriositi e subito lo scoraggiano: “Non se ne parla nemmeno…”. Anche gli imprenditori amici (olio Carli e Isnardi) scuotono la testa: “con quelli non ci stiamo”.
Ma Claudio non molla. Ricorda gli insegnamenti del padre e chiude la campagna elettorale con una scomunica ormai parte della storia della città. Nel comizio di chiusura colpisce Forza Italia e le sue truppe ex democristiane, ex craxiane: “Non votateli, sono solo fascisti”. In un lampo Imperia si copre di manifesti che lampeggiano lo slogan. Ma la spallata non serve; questa volta perde. Torna nell’ufficio della giovinezza, funzionario Inpdad dove era stato rapidamente sistemato nel ‘75 quando aveva lasciato l’università. Diventa dottore che è già ministro dell’interno, governo Berlusconi Due. Dopo la prima caduta non sopporta il grigiore della vita di tutti. I cattivi pensieri lo avviliscono. Politica addio? “Non arrenderti come tuo padre. Sei uscito dallo scandalo casinò per riprendere il posto che ti compete”, lo consolano Carli e Isnardi, il cui cognato (Fermo Martinelli che al tempo faceva girare le roulettes di Sanremo) era buon amico di Berlusconi.
Lo incontra per affari e fa scivolare un consiglio: “A Imperia si è perso perché hai sbagliato cavallo. Avrei un nome…”. E il Cavaliere manda i suoi uomini a indagare. Tornano con la buona notizia: “Claudio è più bravo del padre. Sa come trovare alleanze” e nel ‘96 Scajola arriva a Montecitorio vestito di azzurro, appena un anno dopo aver accusato di fascismo chi marciava con Berlusconi. A volte la vita gira così. “Non è uno dei nostri ma neanche uno degli altri”, amarezza ingiusta di un vecchio democristiano di Imperia.
Scajola è diventato alfiere di un solo uomo. La campagna elettorale 2001 si chiude col Cavaliere che arriva in elicottero, baci e abbracci nel delirio di fan con giacca e cravatta, abbronzati come si deve. Gli unici in maglione sono i protagonisti: B. che sorride, S. che pavoneggia. Diventa ministro dell’Interno ma un’altra volta: deve subito tornare a casa. Quando uccidono Marco Biagi e i giornalisti chiedono come mai la protezione gli fosse stata tolta malgrado le richieste del professore che si sentiva minacciato. Scajola non recita la commedia del dolore e si lascia andare: “Non fatemi parlare. Biagi? Chiedete a Maroni [allora ministro del Lavoro del quale Biagi era consulente, ndr]. Un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto”. Otto anni fa come in questi giorni, Berlusconi lo dimette. E torna a casa.
Sono andato a Imperia ad incontrarlo. L’ufficio politico dell’ex ministro è al primo piano di un palazzo non lontano dalla piazza. Dove sono finite le immagini che celebravano Scajola padre? chiedo a Paola, ragazzi Forza Italia. Foto dello Scaloja padre a braccetto di Taviani, suo grande protettore nel partito. E padrino del piccolo Claudio nel giorno del battesimo. La ragazza spegne il sorriso: “Sono qui da poco. Non lo so”. Come mai l’ufficio ha cambiato nome? La segretaria storica di Claudio Scajola mi tiene sull’uscio che divide le stanze pubbliche dalle stanze private dell’onorevole. Appena uno spiraglio per far passare la voce. “Giornalista? Mi scusi, sono impegnata di là“. E lo spiraglio diventa un muro.
Gli uffici Scajola si raggiungono con due rampe di scale accolti da invocazioni che sbiadiscono sotto il vetro: “Unisciti a noi per resistere a questa sinistra pericolosa per l’Italia, per la democrazia, per la libertà“. L’ufficio dei bisbigli che contano ha un’entrata laterale, scalinata esterna dirimpetto le pompe di un distributore. L’ex ministro entra ed esce da lì. La scritta che attraversava la facciata del palazzo negli anni ruggenti era “Democrazia Cristiana – Sezione Ferdinando Scaloja”. Sede provinciale personalizzata dagli eredi, come usava nella prima e continua nella seconda repubblica. Nostalgia Dc tramontata nelle elezioni comunali ‘95; delusione che ha sciolto la devozione di un signore profugo politico nei giardini di Arcore.
Per restare a galla ha epurato il padre e la Dc si trasforma nel movimento Amministrazione Imperia pronta a “confluire” in Forza Italia e nel Popolo della Libertà. Gran lavoro degli imbianchini. Ma è il padre ripudiato a fare impressione. Nella tradizione mediterranea la figura del padre trascende il legame di sangue per diventare l’esempio che orienta la famiglia. Quante storie e quanti film: da “Onora il Padre” a “Io ero tuo figlio”. E a Imperia la saga si interrompe: figlio che epura il padre morto.
Adesso Scajola è tornato. Anche la storia su come va e viene da Roma è il risvolto insolito del potere dell’ex ministro. Va e viene con aereo di linea, volo quotidiano Fiumicino-Albenga. Non serve prenotare con un certo anticipo: è quasi sempre vuoto. Alitalia comincia nel 2002 “per interessamento del ministro degli interni”. Ma dopo le parole su Biagi e le dimissioni anche il volo non si alza più. Nessuna spiegazione. Riparte nel 2003 appena Scajola rientra nel governo: volo Air One che riceve dallo Stato di un contributo di un milione di euro in quanto collega “aree decentrate”. 2006: Prodi vince le elezioni, Scajola non è ministro, gli aerei non decollano. Ma Berlusconi torna a palazzo Chigi, Scajola torna ministro, i voli ricominciano. E adesso?

Ippolito Mauri

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