giovedì 13 febbraio 2014

Il guaio in cui si caccia Renzi

Tre giorni fa Matteo Renzi non voleva andare a Palazzo Chigi. “Chi me lo fa fare”, diceva ai giornali. Eravamo in tanti, con lui, a non capire il senso di un’operazione che sembrava ancora il parto allucinato di qualche commentatore politico in crisi d’astinenza da retroscena. In seguito ha evidentemente cambiato idea. Non c’è niente di male nel cambiare idea; succede a tutti tranne che ai cretini. Il problema è che giorno dopo giorno, dichiarazione dopo dichiarazione, Renzi si è messo da solo nella situazione in cui qualsiasi passo farà oggi sarà un passo falso. Se Letta cadrà, si ritroverà addosso i panni di D’Alema del ’98: gli saranno rinfacciate quotidianamente le promesse tradite di ridar voce ai cittadini e chiudere con gli intrighi di palazzo. È una prospettiva deprimente, ma lasciare Letta al suo posto dopo averlo apertamente sfidato sarebbe una sconfitta ancora peggiore e Renzi non se la può permettere. Si è esposto troppo. In fondo fa parte del suo stile: chi lo ha scelto come segretario del Pd aveva in mente probabilmente qualcosa del genere. Un giovane all’arrembaggio del palazzo che non si fa scrupoli a dire quel che pensa, anche se in tre giorni gli può capitare di pensare cose assai diverse: Renzi è fatto così, lo abbiamo scelto così, inutile prendersela con lui.
D’Alema era diverso – e nessuno sembra avere nostalgia per i suoi tempi: nemmeno D’Alema stesso. Anche a lui capitò, nel ’98, di cambiare idea; forse una maggiore esperienza gli suggerì di non strombazzare prematuramente sui giornali “chi me lo fa fare”: purtroppo la Storia ci insegna che c’è sempre qualcuno che riesce a farci fare qualcosa, il Quirinale o la Nato o la crisi o la Ue. Le trattative che intavolò in quei giorni con Scalfaro, Ciampi e Cossiga, rimasero quasi del tutto riservate: D’Alema non passò per una banderuola. In compenso non poté più scrollarsi di dosso l’immagine di segreto tessitore di trame. Ecco un rischio che Renzi e Letta non corrono: tra una conferenza stampa e una riunione in streaming, abbiamo finalmente la possibilità di assistere al parto di un progetto politico in diretta. Purtroppo, come tutti i parti non è un bello spettacolo: c’è il sangue, gente che urla e maledice i propri affetti; forse era meglio restare in sala d’attesa a riflettere.
Forse è un po’ presto per azzardarsi a dire che si stava meglio prima: quando i lunghi coltelli si snudavano di notte, i panni sporchi si lavavano in riunioni a porte chiuse, e al mattino vincitori e vinti rilasciavano ai giornali dichiarazioni unanimi. Una delle conseguenze forse non previste dell’aver mandato giovani quarantenni al potere è questa drammatizzazione della scena politica: sempre meno simile a un salotto di anziani che confabulano mentre Vespa annuisce e aspetta il momento giusto per chiamare la pubblicità, sempre più affine a un reality di Maria De Filippi con giovani uomini e giovani donne che parlano prima di pensare, poi in esterna cambiano idea e si fanno le piazzate. Lo stesso Enrico Letta che di fronte al baratro convoca una conferenza stampa e tira fuori dal cassetto un programma di governo pieno di buoni propositi fin qui non realizzati, che figura ci fa? È inevitabile immaginarsi un ospite di C’è posta per te che promette al partner che d’ora poi si comporterà bene e non sarà più geloso e distratto mentre la busta, implacabile, si richiude su di lui. Chiudi, Maria, è finita.
Si poteva fare di meglio? Sembra proprio di sì. Forse Renzi e Letta avrebbero dovuto parlarsi di più; forse le trattative per allargare la maggioranza avrebbero dovuto restare in un primo momento riservate, quanto basta per evitare la corsa al totoministri sui quotidiani (ammesso che sia possibile fermarne la deriva retroscenista). Forse la direzione del PD dovrebbe essere un luogo dove ci si confronta, in modo anche duro, finché non si trova una sintesi; non una videoconferenza in cui tutti fanno il proprio numero e il segretario si riserva il diritto di ribattere in conferenza stampa. Forse Renzi dovrebbe riflettere un po’ di più prima di affermare qualcosa di cui si potrebbe pentire il giorno dopo, e non dare l’impressione di arrivare a Roma ogni tanto come un fulmine distruttore, dal momento che in gioco c’è anche la sua credibilità. Ma si può chiedere a Renzi di essere un po’ meno Renzi?
Leonardo Tondelli 

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