mercoledì 30 novembre 2011

Flexsecurity, ecco la nostra ricetta

Caro direttore, le chiediamo spazio per tentare di chiarire la posizione del Pd sul tema dei cosiddetti “licenziamenti facili” riproposto da ultimo nella lettera del premier Berlusconi al vertice europeo della settimana scorsa. La riforma del welfare per riconoscere piena cittadinanza sociale a tutte le tipologie di rapporti di lavoro è tra le priorità di tutti, nel Pd. In particolare, è tra le nostre priorità la promozione di lavoro stabile e dignitoso per tutti e la riforma delle indennità di disoccupazione al fine di coprire anche i lavoratori e le lavoratrici flessibili.
Tali innovazioni impongono, nelle proposte di legge in campo, un significativo aumento del costo del lavoro per le imprese: da 3 miliardi di euro all’anno a salire, a seconda dell’importo del benefit, delle attività di outplacement e formazione e della “congiuntura”. Le imprese, come è inevitabile, si oppongono. E, non a caso, nel loro “Manifesto per l’Italia” non fanno alcun riferimento alle regole per i licenziamenti. Va sottolineato infatti che il costo in termini di assicurazione sociale per la possibilità di ricorrere ai licenziamenti, a differenza di quanto scrive il dott. Montezemolo aRepubblica, lo devono pagare le imprese, altrimenti viene meno per esse il disincentivo a “liberarsi” di lavoratori e lavoratrici.
L’opposizione delle imprese, ecco il punto decisivo, ma rimosso sul piano politico, non è attenuata dalla proposta di eliminare i fragili limiti al licenziamento per motivi economici previsti nell’art 18 dello Statuto dei lavoratori. La ragione è semplice: le imprese sotto i 15 dipendenti (il 99,5% dell’universo) non avrebbero alcun vantaggio, soltanto un aumento del costo del lavoro, poiché ad esse, come noto, non si applica l’art 18; le imprese sopra i 15 dipendenti, per le quali vige l’at. 18, avrebbero qualche semplificazione ma non tale da giustificare, secondo le loro valutazioni, i maggiori oneri previsti poiché dispongono già di numerosi canali per liberarsi di lavoratori e lavoratrici (in particolare, la Legge 223/91).
Insomma, l’art. 18 non è l’ostacolo alla rimozione della precarietà. Allora, perché continuare a “metterlo in mezzo”? Perché non tentiamo di rimuovere l’ostacolo vero, ossia i costi per le imprese? Perché non sosteniamo sul piano fiscale il “contratto a garanzie crescenti” già in vigore, ossia il “contratto di apprendistato”, fino a farlo diventare un contratto tendenzialmente unico? Come? Come indicato nelle proposte del Pd approvate a maggio 2010 e dalla Conferenza per il lavoro di giugno scorso, per far diventare tendenzialmente unico il “contratto a garanzie crescenti”, ossia il “contratto di apprendistato”, si deve innanzitutto disboscare la giungla di contratti precari oggi disponibili, incluse le partite Iva a committenza esclusiva o largamente prevalente, e limitare le forme contrattuali a pochissime, (part time o full time): sostanzialmente il contratto a tempo indeterminato e, secondo specifiche causalità ed entro limiti quantitativi per ciascuna impresa, il contratto a tempo determinato per le attività stagionali ed i picchi di produzione. Si deve inoltre finanziare la contribuzione figurativa prevista per il contratto di apprendistato, ripetiamo, contratto a tempo indeterminato a garanzia crescenti già disponibile. Si deve, insieme, ridurre la contribuzione sociale per i contratti a tempo indeterminato (e fiscalizzare la riduzione a fini pensionistici) ed eliminare la convenienza economica delle residue forme contrattuali flessibili (ad esempio, il contratto a progetto).
Si deve, non ultimo, fare una profonda riforma del welfare, oltre al taglio dell’evasione fiscale, per recuperare risorse. In particolare, per introdurre e porre a carico delle imprese lo schema di compiuta flexsecurity appena richiamato, va ad esse ridotta l’imposizione fiscale e/o contributiva, ad esempio, come abbiamo indicato in "Fisco 20, 20, 20", attraverso l’eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap. Gli obiettivi di riforma elencati sono difficilissimi perché abbiamo già raschiato il fondo del barile (policy mix da rivedere, ma a tassi invariati) e perché, contestualmente alle riforme, dobbiamo recuperare 20 miliardi all’anno dal 2014 per riempire il buco lasciato aperto dalla delega fiscale ed assistenziale (altro “dettaglio” dimenticato dal “programma di salute pubblica” del dott. Montezemolo nel quale i conti proprio non tornano).
In ogni caso, per sconfiggere la precarietà è condizione necessaria uscire dall’orizzonte culturale delle policy supply side e dedicarsi nell’area euro alle politiche macroeconomiche di bilancio e monetarie per lo sviluppo sostenibile. Altrimenti la revisione delle regole del mercato del lavoro, nel migliore ed improbabile dei casi, porta soltanto a redistribuire la miseria di lavoro di oggi. Un programma non particolarmente ambizioso e sexy per una forza progressista.

Emilio Gabaglio e Stefano Fassina

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