giovedì 13 maggio 2010

Neanche le cooperative sociali sono perfette

Le cooperative sociali italiane sono una realtà che coinvolge migliaia di organizzazioni e lavoratori. E' un settore in costante crescita, ma non mancano le ombre. A partire dal basso livello degli stipendi, dovuto in parte alle aste al massimo ribasso indette dalle amministrazioni pubbliche per minimizzare il costo per l'erogazione dei servizi sociali. Poi ci sono percorsi di carriera piuttosto appiattiti, che non premiano l'istruzione e penalizzano le donne. E la scarsa trasparenza di alcuni enti rischia di danneggiare la reputazione di tutti.

In Italia, le cooperative sociali coinvolgono 244mila lavoratori e 34mila volontari operanti in 7mila organizzazioni. Possono svolgere attività finalizzate all’offerta di servizi socio-sanitari ed educativi (cooperative di tipo A, le più diffuse) o all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come i disabili fisici e mentali, gli ex-carcerati, gli ex-tossicodipendenti, e altro (cooperative di tipo B).

I NUMERI DELLE COOPERATIVE
Secondo l’ultimo censimento Istat disponibile, nel 2005 le cooperative sociali hanno prestato la propria attività a favore di circa 3,3 milioni di persone, producendo beni e servizi per 6 miliardi di euro. Rispetto ai due anni precedenti, l’incremento è stato del 19,5 per cento per numero di organizzazioni, del 26,2 per cento per numero di lavoratori e del 32,2 per cento per fatturato. La crescita tumultuosa è il frutto del livello insufficiente dei servizi sociali offerti dalle amministrazioni pubbliche (lacuna che le cooperative sociali cercano di colmare), del progressivo invecchiamento della popolazione, che genera un costante aumento della domanda, e della crescente sensibilità della popolazione nei confronti del problema dell’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati. Negli ultimi tempi, però, sono emersi diversi problemi. Il primo è senza dubbio il basso livello delle retribuzioni dei lavoratori, sia impiegati che dirigenti. Un recente studio condotto con Leonardo Becchetti, basato su dati raccolti dall’università di Trento in collaborazione con altri cinque atenei italiani, mostra come nel 2006 lo stipendio medio degli impiegati (età media 37 anni, 74 per cento di donne, 30 per cento di laureati) fosse di 867 euro, 1.012 euro considerando i soli lavoratori a tempo pieno, mentre quello dei dirigenti (età media 46 anni, 47 per cento di donne, 52 per cento di laureati) era di 1.071 euro, 1.356 per il tempo pieno, escludendo i volontari. Le medie calcolate a livello nazionale nascondono però differenze marcate a livello regionale. Inoltre, come mostrato nel nostro studio, mentre i salari nominali sono più elevati nelle regioni settentrionali, una volta che si corregge per il costo della vita il salario reale è più elevato dal 5 al 9 per cento nelle regioni meridionali rispetto a quelle centro-settentrionali, che risulterebbero così ancor più penalizzate.

PERCHÉ LO STIPENDIO È BASSO
Le ragioni di un livello delle retribuzioni così basso sono varie. Innanzitutto, le cooperative sociali sono enti senza fine di lucro che si occupano dell’assistenza e del reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, settori che per loro natura non sono particolarmente redditizi e che dunque non consentono di corrispondere stipendi molto elevati. In secondo luogo, le cooperative sociali si trovano di fronte a un dilemma: pagare stipendi più elevati oppure erogare un maggiore numero di servizi ai bisognosi di assistenza? In sostanza, e supponendo che la qualità delle prestazioni erogate rimanga invariata, bisogna dare la priorità al benessere dei lavoratori oppure a quello degli utenti? Inoltre, a torto o a ragione, nel settore no-profit vi è la diffusa convinzione che corrispondere salari più bassi serva ad auto-selezionare i lavoratori più motivati e coinvolti nella causa sociale, mentre con salari più elevati si presenterebbe una quota maggiore di soggetti che ha a cuore soprattutto l’aspetto monetario del proprio lavoro. A ciò si aggiunga che parte della crescita poderosa delle cooperative sociali è da imputare all’intenzione delle pubbliche autorità di ridurre il costo dell’erogazione dei servizi sociali mediante l’esternalizzazione e l’assegnazione con aste pubbliche al massimo ribasso. Il sistema, da un lato, ha portato all’aumento del numero di associazioni e del personale coinvolto, con conseguente crescita del ruolo esercitato dal terzo settore, ma, dall’altro, ha creato una concorrenza sfrenata tra le cooperative sociali, tutte a caccia di appalti senza i quali non possono sopravvivere. Ciò è avvenuto anche a costo di un peggioramento delle condizioni contrattuali dei propri dipendenti in termini di stipendi netti corrisposti, contributi pensionistici versati, stabilità e sicurezza del lavoro. Il sistema delle gare al massimo ribasso, in cui non si tiene minimamente conto delle condizioni dei lavoratori, della qualità del servizio o delle professionalità coinvolte, costringe le cooperative sociali a un’autodistruttiva guerra tra poveri che rischia di disgregarne il consenso alla base. Lo sciopero nazionale dei lavoratori delle cooperative sociali, che si è tenuto il 4 aprile 2008 e ha avuto una (auto-dichiarata) partecipazione dell’80 per cento, è un importante segnale da non sottovalutare.

PERCORSI DI CARRIERA
Come se ciò non bastasse, al basso livello delle retribuzioni si aggiunge un secondo problema, non meno grave del primo e messo in luce dalla nostra ricerca: la mancanza di percorsi di carriera ben definiti. Lo stipendio sembra dipendere più dagli anni di esperienza nella cooperativa che non dal livello d’istruzione: quest’ultimo, infatti, non mostra alcun effetto diretto sullo stipendio di impiegati e dirigenti. Delle due l’una: o l’istruzione non è remunerata adeguatamente, oppure per il tipo di mansioni svolte all’interno delle cooperative sociali non è necessario un elevato livello educativo. Inoltre, a parità di condizioni e mansioni svolte, le donne guadagnano meno degli uomini. Tutto ciò potrebbe generare frustrazione nei lavoratori già occupati e ridurre l’interesse nei confronti di questo settore da parte delle giovani donne neo-laureate che si affacciano sul mercato del lavoro, con conseguente danno per la qualità del capitale umano impiegato e dei servizi offerti dalle cooperative sociali. Infine, soprattutto nel Centro-Sud, vi sono svariate cooperative che operano con scarsa trasparenza o, peggio, sono delle vere e proprie scatole vuote create appositamente per accaparrare fondi pubblici. Se non si vuole danneggiare la reputazione complessiva del sistema delle cooperative sociali è urgente intensificare i controlli e iniziare a punire le organizzazioni scorrette.

Stefano Castriota
da La Voce

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