mercoledì 30 luglio 2014

STAMINA, PD E PATTO CIVICO ALL'ATTACCO

Presentata una controrelazione sull'indagine conoscitiva

Su Stamina la Regione ha chiare responsabilità, avendo favorito l'accordo tra l'omonima fondazione e gli Spedali Civili di Brescia. L'indagine conoscitiva, chiesta dal Pd e in via di conclusione, lo ha dimostrato chiaramente, sebbene gli esponenti di maggioranza pare abbiano visto tutt'altro film. È quanto traspare dalla relazione conclusiva dell'indagine scritta dal consigliere della Lista Maroni Fabio Fanetti e resa nota la scorsa settimana: "irricevibile" secondo i consiglieri di Pd e Patto civico, troppo evasiva e parziale sui quesiti originari, sul ruolo della Regione e sui correttivi da assumere. Da qui la decisione di presentare in commissione una propria contro-relazione (il testo della relazione e la nota riassuntiva), presentata martedì, poco prima della seduta, con una conferenza stampa da Umberto Ambrosoli, Sara Valmaggi e Gian Antonio Girelli. La relazione di minoranza, prevista dal regolamento regionale, rimarrà tale se non ci sarà la possibilità di condividere un testo con la maggioranza.

"La decisione di presentare una relazione alternativa - spiega Ambrosoli - deriva da alcune evidenti carenze di quella presentataci dalla maggioranza. Carenze su punti critici per noi importanti e che sono alla base della nascita stessa della Commissione di Indagine. Il lavoro fatto in questi mesi era infatti focalizzato a mettere in chiaro almeno cinque punti. E cioè: sapere come è nato il rapporto tra Spedali Civili e Stamina Foundation; capire se all'origine non ci fosse stato qualcuno interessato a quella 'Convenzione' con l'ospedale bresciano; capire per quale motivo Regione Lombardia decise di appoggiare il ricorso in opposizione ad Aifa; comprendere i costi che tutta la vicenda ha comportato a carico delle strutture pubbliche; accertare se davvero molti pazienti avessero già pagato Stamina Foundation per avere la somministrazione delle infusioni in strutture pubbliche. Su tutto questo la Commissione d'indagine ha svolto un lavoro egregio. Ma nulla emerge dalla relazione conclusiva sui quei punti critici. Va ristabilita la correttezza delle procedure - aggiunge Ambrosoli - con delle proposte specifiche che noi indichiamo nella nostra relazione alternativa, facendo tesoro di tutto quello che abbiamo compreso nelle straordinarie audizioni di questi mesi. Solo così il caso Stamina e il nostro lavoro avrà un senso utile per la sanità italiana e per i tanti pazienti in attesa di cure". 
"Non abbiamo mai avuto come intento quello di fare polemica politica -aggiunge Gian Antonio Girelli - ma di condurre un'analisi approfondita e puntuale di quanto successo, soprattutto per impedire che succedesse nuovamente. Chi entra in una struttura sanitaria pubblica in Lombardia, e nel resto d'Italia, deve essere certo che non verrà sottoposto a metodiche che non siano validate scientificamente e che quello che gli verrà somministrato sia una cura".
Soddisfazione per il lavoro fatto è stata espressa anche dalla vicepresidente del Consiglio regionale Sara Valmaggi: "questa indagine che abbiamo richiesto e voluto ci ha permesso di raccogliere molti elementi che confermano la responsabilità della Regione in questa vicenda. Responsabilità condivisa da diversi livelli, dalla direzione generale dell'assessorato alla sanità, dalla direzione degli Spedali Civili e dal Comitato etico. Non siamo invece riusciti a sapere quanto è stato pagato dal Servizio sanitario nazionale e regionale, questo anche perché la direzione dell'assessorato, pur avendo preso un impegno, non ci ha fatto avere la risposta che ha dovuto dare alla Corte dei Conti per la medesima domanda. Da ultimo, il lavoro della commissione è stato utile anche per riaffermare che il centrodestra ha compiuto un grosso errore quando, su suggerimento dell'assessore alla salute Mario Mantovani, approvò in aula un ordine del giorno per far proseguire le infusioni di Stamina in altre strutture anche fuori dalla Lombardia".

lunedì 28 luglio 2014

Fassina: redistribuire il tempo di lavoro e formare meglio i giovani

Fassina: redistribuire il tempo di lavoro e formare meglio i giovani. Le ricette degli anni Novanta non servono più di fronte al cambiamento che ci aspetta.

I mutamenti provocati dalla globalizzazione, dall'aumento delle disuguaglianze frutto delle politiche liberiste e dalle nuove tecnologie stanno accelerando. Non siamo di fronte alla fase bassa del ciclo economico, ma a un cambiamento strutturale. E le ricette degli anni '80 e '90 non servono più. Il nuovo libro di Stefano Fassina.

“Sabato scorso sono stato alla conferenza programmatica del partito laburista della Gran Bretagna. Mi ha colpito la decisione con la quale insistono sulla necessità di far crescere la qualità della formazione del capitale umano per prepararlo alla competizione che verrà”. Stefano Fassina, parlamentare ed economista, ex viceministro del governo Letta e già responsabile economico del Pd, continua il suo percorso di ricerca sulle strategie per affrontare la crisi. Una crisi che, secondo Fassina, come ha ribadito nel suo ultimo lavoro - il libro intervista “Lavoro e libertà, la sinistra nella grande transizione, scritto da Roberto Bertoni e Andrea Costi per Imprimatur editore - non rientra nel normale alternarsi dei cicli dell’economia, ma riguarda un cambiamento strutturale dell’economia, del lavoro e della stessa organizzazione sociale, fino a far riemergere come una necessità attualissima il tema della riduzione dei tempi di lavoro, sul quale riflette da anni l’ex segretario della Cisl, Pierre Carniti.

Domanda. Insomma, secondo te, non è solo questione di aspettare o sollecitare la ripresa. Bisogna prepararsi a un mutamento di scenario, un cambiamento del campo di gioco?

Risposta. Il punto è esattamente questo. C’è una difficoltà, anche della sinistra a capire il cambiamento che stiamo attraversando. Non è una crisi, ma una transizione che cambia il contesto in cui si vive, si fa economia, si lavora. Questo cambiamento non è cominciato oggi, ma vent’anni fa. Oggi sta subendo un’accelerazione fortissima. Tutta l’agenda per gli interventi in Europa e in Italia è invece legata alla realtà degli anni Ottanta e Novanta, un’agenda liberista rispetto alla quale anche una parte della sinistra sembra ancora subalterna.

Domanda. Il progetto e la cultura con i quali la sinistra affronta questo passaggio secondo te sono inadeguati?

Risposta. Sì. Torno a sottolineare come ho fatto più volte che la Chiesa, prima con papa Ratzinger e ora con Papa Bergoglio, ha colto pienamente la dimensione antropologica di questo passaggio. La sinistra continua a restare appesa alla Terza via, che per primo il partito laburista della Gran Bretagna ormai ha chiuso in soffitta.

Domanda. Tu quindi ritieni che abbia ragione l'economista Piketty, quando afferma che l’accumulo di patrimonio e di ricchezza e l’aumento della disuguaglianza abbiano creato un circolo vizioso, una situazione che tende a perpetuarsi e che produce peraltro stagnazione, frenando la crescita. E che, nello stesso tempo, i cambiamenti che la tecnologia ha portato nella manifattura e ora sta provocando anche nei servizi (si legga l’articolo di Maria Chiara Carrozza pubblicato da questo giornale), mutamenti dei prodotti, del modo di produrre, del lavoro e dell’intera organizzazione sociale stiano modificando in modo irreversibile il mondo che abbiamo conosciuto fin qui?

Risposta. E’ esattamente questo il punto centrale, il punto di partenza. Dobbiamo ripensare a quale crescita desideriamo, quale tipo di sviluppo, cosa e come produrre. E in questo contesto, bisogna riconoscere che siamo in una fase in cui ci sarà meno lavoro e in parte di tipo diverso. Dunque bisogna ripartire dal libro scritto l’anno scorso da Pier Carniti, che da tempo riflette su questo tema, sulla redistribuzione del tempo di lavoro.

Domanda. L’esperimento delle 35 ore non sembra aver portato lontano.

Risposta. No, no, non parlo affatto delle 35 ore. Partiamo da un fatto concreto: di fronte a milioni di persone che non trovano o che hanno perso lavoro, l’Italia è l’unico paese che ancora prevede sgravi fiscali per gli straordinari. Penso che sarebbe meglio valorizzazione il part time, rendere più flessibile il pensionamento, introdurre il pensionamento part time, sostenere una migliore e maggiore applicazione dei congedi parentali. Insomma redistribuzione dei tempi di lavoro e dei tempi di vita. Non 35 ore a tappeto per tutti, ma una rimodulazione che consenta di contenere, gestire l’eccesso di offerta di lavoro. Da affiancare a una politica per sostenere la domanda. 

Domanda. E secondo te la sinistra non è in grado oggi di affrontare questa sfida?

Risposta. Io vedo un problema di tipo culturale per la sinistra in Italia e in Europa. Negli Usa le condizioni sono migliori. In Europa e in Italia anche la sinistra o una parte di essa pensa che la flessibilità, e anche la precarietà, siano una via per sostenere lo sviluppo. E’ davvero preoccupante che si pensi ancora con gli stessi argomenti degli anni Novanta. Negli Usa il Job Act di Obama prevede fondi pubblici per impedire che nei diversi stati vengano licenziati gli insegnanti, investimenti pubblici, sostegni finanziari per l’assunzione di disoccupati. Qui si continua a pensare solo alle regole che riguardano il lavoro. A dimostrazione della subalternità, anche della sinistra, all’idea che solo la flessibilizzazione del lavoro porti alla ripresa. Si continua a girare intorno all’articolo 18.

Domanda. Il governo ha detto che non si tocca l’articolo 18, e tutta la sinistra lo dice.

Risposta. Una parte di noi, della sinistra, pensa che abbiano ragione Sacconi e Ichino. Ma non ha il coraggio di dirlo. Così usa le loro posizioni, tra l’altro minoritarie o sconfitte nel corso delle elezioni politiche, per spingere in quella direzione.

Domanda. Usciamo dalle polemiche. Se il cambiamento che prevedi è così forte. Non dovremmo preparare anche un nuovo percorso di formazione dei nostri giovani e dei nostri lavoratori?

Risposta. Non c’è dubbio. Dovremmo farlo. Sabato sono stato alla conferenza programmatica del partito laburista della Gran Bretagna. Mi ha colpito la decisione con la quale insistono sulla necessità di far crescere la qualità della formazione del capitale umano per prepararlo alla competizione che verrà. Dobbiamo farlo anche noi.

di Roberto Seghetti 
Giornalista. Per 40 anni ha scritto di economia per diverse testate. Nell'ordine: Agenzia Italia, Paese Sera, Il Messaggero, Panorama. Già segretario generale dell’Associazione stampa romana, consigliere dell'Inpgi e del Fondo di previdenza integrativa dei giornalisti italiani; ex direttore del master di giornalismo della Lumsa; dal 2006 al 2008 portavoce di Vincenzo Visco alle Finanze; dal 2010 al 2013 capo dell’ufficio stampa del Partito Democratico.

domenica 27 luglio 2014

IL CONSUMO DI SUOLO AGRICOLO È ALLE STELLE

Il Pd sostiene le proteste di tutti gli agricoltori lombardi. In Regione il progetto di legge è però fermo al palo
Il Partito democratico sostiene convintamente la protesta di tutti gli agricoltori lombardi che denunciano una diminuzione di circa il 25% delle superfici agricole nell'arco di cinquant'anni a causa del consumo di suolo selvaggio.
"Siamo la terza regione agricola europea e niente meglio di una buona legge regionale sul consumo di suolo può aprire la stagione di Expo - dichiara Jacopo Scandella - una stagione nuova attenta alla valorizzazione del territorio, dell'agricoltura e delle produzioni locali contro uno sfruttamento del territorio insostenibile sia a livello ambientale che economico". 
In Regione il progetto di legge contro il consumo di suolo è fermo. Lo stesso gruppo di lavoro creato ad hoc nella commissione Territorio per lavorare ad un testo condiviso è stato sciolto per la mancanza di una proposta da parte della maggioranza. Il problema è serio ma evidentemente alla maggioranza non interessa. "Ad oggi sono 414.193.400 i metri quadrati di territorio lombardo che i pgt approvati dai comuni prevedono di edificare nei prossimi anni - ricorda Scandella - una cifra pari alla superficie della provincia di Monza e Brianza e più del doppio dell'intero comune di Milano. Un'enormità che va fermata per il bene della nostra regione mettendo in campo una legge che guardi al suolo agricolo come bene comune, e quindi vada a lavorare sui residui, che ragioni su area vasta per quel che riguarda la programmazione territoriale e punti alla riqualificazione delle aree dismesse attraverso incentivi economici e burocratici. Ma purtroppo dobbiamo constatare che nonostante gli spot di Maroni tutto, in Regione, è fermo al palo". 
Il Partito democratico annuncia la presentazione di un emendamento in occasione della discussione dell'assestamento di bilancio, nella seduta d'Aula del 28 luglio, con il quale si chiede alla Giunta di sostenere economicamente i Comuni che attuano pratiche virtuose in termini di riduzione del consumo di suolo. "Si diano più soldi a chi investe nella qualità ambientale invece che nella speculazione edilizia" conclude Scandella.