giovedì 17 luglio 2014

L'Avvenire: Boschi: «Nuovo Senato, poi presidenzialismo»


L"'obiettivo non è il Nuovo Senato, è un’altra Italia. E non mi accontento di portare a casa le riforme istituzionali, la sfida del governo è più ambiziosa. È quella di legarle alla riforma del lavoro, della Pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola e dell’università. È disegnare una prospettiva». Maria Elena Boschi usa un’altra immagine per dare forza al messaggio: «Le riforme istituzionali sono un tassello di un puzzle. Senza gli altri, senza un programma di modernizzazione complessivo del Paese la sfida non si vince». Una pausa leggera. Poi il ministro delle Riforme "regala" un altro titolo: «Nella testa del governo non c’è solo il superamento del bicameralismo, per me la riforma del Terzo Settore non vale meno di quella del Senato. Certo oggi la crisi morde e va aggredita con riforme economiche e istituzionali, ma per uscire dall’emergenza in maniera definitiva devi dare risposte di lungo periodo. Ecco, prevedere il servizio civile universale e chiamare i giovani a un nuovo impegno civico significa offrire un’altra idea di stare insieme, di collettività...».

Ministro, i titoli saranno ancora sul confronto sulle riforme... 
Lo capisco e capisco l’attenzione mediatica. Oggi il tema è il Nuovo Senato e io sono serena: il treno corre, a ore si comincerà a votare in aula.

Il voto può slittare a dopo la sentenza su Berlusconi fissata per venerdì?
Voglio rispettare il calendario approvato dalla conferenza dei capigruppo: è previsto che si cominci a votare tra domani e giovedì (oggi e domani, ndr) e mi auguro non ci siano slittamenti: si deve votare e andare avanti con il nostro lavoro. Insisto: il Nuovo Senato e la riforma del Titolo V sono un’urgenza per il Paese e non c’è nessun motivo di rallentare.

La sentenza di Berlusconi può essere un’insidia?
Forza Italia dice con chiarezza che le riforme vanno avanti comunque e Forza Italia fino a oggi ha rispettato gli impegni. Va dato atto a Berlusconi che sulle riforme è stato un alleato responsabile, abbiamo lavorato in modo serio con Fi e con tutti i partiti della maggioranza per costruire un Senato più semplice e rispettare gli impegni con gli italiani.

Ora però piovono emendamenti: alla fine sono oltre settemila.
Presentarli solo per fare ostruzionismo non è serio verso i cittadini. 

Il Cavaliere voleva allargare il patto al presidenzialismo...
Non è questo il momento, il tema non è nell’accordo e non va affrontato ora. Ora va portata a compimento questa riforma. Poi, una volta approvata definitivamente, possiamo mettere a tema il presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo: oggi il presidenzialismo divide e rischia di far saltare una riforma ampia e articolata a cui stiamo lavorando da mesi. 

Che dice di Grillo?
Se fosse stato per i Cinque Stelle le riforme non sarebbero nemmeno partite; staremmo ancora al giorno 0. Per mesi hanno deciso di non sedersi al tavolo, ora una parte del movimento ha cambiato idea e almeno sulla legge elettorale qualcosa si vede.

Che vuol dire una parte?
Vuol dire che nei Cinque Stelle c’è dibattito, c’è confronto, non c’è più una linea monolitica. C’è una parte che vuole bloccare tutto e ci accusa di autoritarismo, ma c’è un’altra parte che vuole dare un contributo, che vuole un confronto vero con il Pd. Una parte sana che però deve trovare la forza di smarcarsi. 

Dialogo anche solo con quella parte?
Dialogo con chi ha interesse a prendere per mano il Paese. Tutti, senza nessuna esclusione. E dialogo non solo sulla legge elettorale. Che pensano i Cinque Stelle della riforma della Pa, del lavoro, della riforma del Terzo Settore? Sarebbe importante un loro contributo anche su queste riforme. Sarebbe importante che entrassero in campo anche sulla giustizia. E invece gli unici segnali, per ora, sono sulla legge elettorale. 

Insomma sul Nuovo Senato non crede a un contributo in extremis?
No, mi pare difficile. Loro stanno facendo ostruzionismo, noi ci prepariamo a votare. Sulle riforme istituzionali Grillo ha detto che cercheranno di bloccare tutto, come hanno già provato a fare con le Province. Mi spiace che i Cinque Stelle che oggi vogliono il confronto sulla legge elettorale abbiano cercato di far decadere il decreto legge sugli 80 euro. È una misura di equità che meritava una condivisione ampia, non tatticismi.

Rivedrete l’immunità?
Si è raggiunto un equilibrio: si cambia solo con il sì di tutti. E poi l’immunità non può essere il tema dei temi in una riforma così ampia, così articolata, destinata a trasformare in modo profondo lo Stato.

Ministro, lei parlava di puzzle, Renzi di un lavoro da realizzare in mille giorni...
C’è chi ancora pensa «vogliono le riforme per andare a votare...». È l’esatto contrario: vogliamo tempo per fare tutte le riforme. Saranno più di mille giorni, stiamo lavorando per arrivare a fine legislatura, al 2018. E lavoreremo per quell’obiettivo. Ma con un’inevitabile postilla: ha senso che la legislatura vada avanti se facciamo le cose, se diamo risposte ai problemi concreti della gente, se queste riforme non restano un sogno nel cassetto ma diventano realtà capace di incidere. Ecco questa ossessione delle scadenze, dei tempi: la gente reclama risposte, noi abbiamo il dovere di dargliele.

Da L'Avvenire

martedì 15 luglio 2014

Zagrebelsky: “Sulle riforme il governo strozza il dibattito chiedendo la fiducia”

Secondo il presidente emerito della Corte costituzionale in una poposta inviata al ministro Maria Elena Boschi, "è comprensibile voler abolire il bicameralismo". Ma avverte: "Così il Senato sarà non elettivo e la Camera sottomessa al governo".

1. Bicameralismo
Il cosiddetto bicameralismo perfetto è certamente una duplicazione difficilmente giustificabile in quanto le medesime funzioni siano attribuite a due Camere che presentano la stessa sostanza politica, come è oggi, in presenza di analoghe leggi elettorali, le cui marginali e irrazionali differenze circa l’attribuzione dei “premi di maggioranza” sono tali da aver creato una grave disarmonia nella formazione delle maggioranze nell’una e nell’altra, ma non tali da averne fatto due organi di natura diversa. L’incongruenza, di per sé, non deriva dalla partecipazione paritaria a procedimenti comuni. Se le due Camere fossero espressione di “logiche e sostanze politiche” diverse, ma ugualmente apprezzabili e meritevoli di concorrere, ciascuna con il suo originale contributo, alla formazione delle decisioni politiche, non vi sarebbe ragione di scandalo. Anzi: la vita politica ne risulterebbe arricchita. Diverso, invece, il caso in cui le logiche e le sostanze politiche siano le stesse (e per di più organizzate in modo incoerente). In tal caso – che è quello che si è determinato nel nostro Paese – il “bicameralismo perfetto” (per identità di funzioni e di natura delle due Camere) è certamente un’incongruenza costituzionale. Ben vengano, dunque, le discussioni e le proposte per il suo superamento. In questo caso, ma solo in questo, vale l’osservazione (che mi pare risalga all’abate Sieyès) che, se le due Camere sono d’accordo, una delle due è inutile; e che, se non sono d’accordo, una delle due è un impiccio, un anacronismo.

2. Costi
Ugualmente comprensibile, anzi apprezzabile, è l’intento di alleggerire, di limitare i “posti della politica”, e con essi, i “costi della politica”, purché, naturalmente, ciò non si traduca, come effetto, in difetto di rappresentanza democratica, tanto più in presenza di forti correnti antipolitiche, per compiacere le quali esiste il rischio di cedimenti a soluzioni costituzionali antiparlamentari che possono condurre a governi forti, con contrappesi deboli.

3. Funzionalità
Altrettanto comprensibile è l’esigenza di funzionalità delle istituzioni parlamentari, funzionalità che è precondizione (insieme alla competenza, alla moralità e alla responsabilità verso i cittadini) per l’efficace difesa della democrazia rappresentativa. Sotto questo aspetto, l’opinione comune è che il bicameralismo, così come l’abbiamo, sia difettoso. È perfino un’ovvietà che, se una legge, per diventare tale, richiede il doppio passaggio in una Camera e nell’altra, i tempi si raddoppiano e, se modifiche sono apportate nella seconda (o terza, o quarta…) lettura, i tempi s’allungano ancora in questo andare e venire che potrebbe non concludersi mai, o concludersi non in tempo utile.

Si tratta appunto di un’ovvietà, ma forse un po’ troppo ovvia. L’argomento del tempo raddoppiato sarebbe incontrovertibile se si trattasse dell’approvazione di una sola legge. Ma se le proposte di legge sono numerose e si accalcano contemporaneamente, creando ingorghi all’entrata del procedimento legislativo, disporre di due porte d’ingresso consente – per continuare nell’immagine – di smaltire il traffico con una velocità doppia. Mentre una Camera lavora su una proposta, l’altra lavora su un’altra. Vero è che al termine del primo round la legge deve passarne un secondo ma, se il quadro politico fosse solido e omogeneo nelle due Camere, si tratterebbe di una mera convalida. Se non lo è, la questione non è tanto costituzionale, quanto politica. Sembra, insomma, doversi temere l’intasamento del procedimento legislativo, per così dire, “a ingresso unicamerale”, cioè precisamente un effetto contrario alle intenzioni riformatrici. A meno che non si decida di sottoporlo a condizioni e termini iugulatori, come quelli indicati nell’art. 72 u.c. del progetto (60 giorni o anche meno, a discrezione del governo, secondo il Regolamento della Camera), termini che farebbero della Camera, nella realtà, un organo di ratifica delle decisioni del Governo, anche perché l’iniziativa legislativa parlamentare, già oggi sottorappresentata, sarebbe ancor più emarginata in un procedimento monocamerale.
Così, la questione della funzionalità delle procedure legislative – in particolare, sotto il profilo della loro messa in moto – si mostra per quella che effettivamente è: una questione che riguarda il posto della rappresentanza parlamentare nelle decisioni politiche, rispetto al governo.
4. Tempi
D’altra parte, pur senza disporre di numeri e statistiche, mi pare che la questione dell’allungamento dei tempi legislativi sia non di poco sopravvalutata. Quante sono le leggi che vanno e vengono? E, soprattutto, che genere di leggi sono? L’impressione è che si tratti delle leggi di maggior rilievo, sulle quali esistono contrasti che la democrazia parlamentare dovrebbe non soffocare, ma consentire d’esprimersi in libere discussioni. Oppure, che si tratti di veri e propri errori, la cui correzione è nell’interesse stesso della maggioranza e del governo; oppure, ancora, di casi di alleggerimento della tensione politica, come quando si dice (e ancora recentissimamente s’è detto e non per poca cosa: la legge elettorale): per ora approviamo, poi ridiscuteremo. D’altra parte, quando il governo lo ritiene necessario, c’è (quasi) sempre a disposizione la questione di fiducia, che tronca la discussione e fa piazza pulita degli emendamenti, ma sempre sotto il controllo del Parlamento, al quale spetta la parola finale. In mancanza della seconda lettura, che cosa accadrebbe in caso d’errore o di ripensamento? La legge da correggere sarebbe in vigore e occorrerebbe promuovere un nuovo procedimento legislativo per abrogarla o modificarla: sarebbe un’alternativa conveniente, dal punto di vista dell’efficienza? E dal punto di vista della certezza del diritto? Insomma: la seconda lettura non è sempre e solo una perdita di tempo: se fosse una possibilità, quando occorre, invececheunanecessità,anchequandononoccorre,il giudizio in proposito dovrebbe essere diverso da quello corrente.

5. Riforme
Fin qui, i miei preconcetti, giustificati o ingiustificatichesiano. Ma la questione di fondo, nel mettere mano alla riforma della seconda Camera, è quella della sua sostanza politico-costituzionale. In breve: per quale ragione la si vuole mantenere? E, volendola mantenere in qualche forma, quale funzione rappresentativa le si chiede di svolgere? Schmatizzando e guardando alla storia e agli esempi che ne vengono, i Senati esprimono o ragioni federative, nei confronti dello Stato centrale, o ragioni conservative, di fronte alla Camera elettiva e alle sue mutevoli e instabili maggioranze. Le ragioni federative possono eventualmente, di fatto, risolversi in conservazione e le ragioni conservative possono risolversi in federative. Ma quello che conta è l’accento, cioè la ragione principale e, da questo punto di vista, la distinzione tiene. Il Senato degli Stati Uniti e il Bundesrat tedesco appartengono alla prima categoria; il Senato del Consolato e dell’Impero in Francia (il Sénat detto, per l’appunto, conservateur il quale nel 1814 dispose la decadenza di Napoleone), i Senati delle Carte costituzionali della Restaurazione (dello Statuto Albertino, per esempio) e, per ragioni prevalenti, anche il Senato francese odierno (pur nella sua matrice municipalista) appartengono alla seconda categoria.

Da noi, il dibattito si è orientato pacificamente verso l’idea del Senato come organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, cioè – non essendo l’Italia una federazione, se non nel linguaggio politico compiacente – della Repubblica autonomista: non più Senato della Repubblica, ma Senato delle Autonomie, secondo la nuova, rivoluzionaria, denominazione. Rivoluzionaria perché viene mantenuto il divieto di “vincolo di mandato” ma è eliminata (anche per i deputati alla Camera: nuovo art. 67) la “rappresentanza della Nazione”, onde c’è da chiedersi: svincolati in vista di che cosa? Per che cosa saranno eletti? Crediamo che si tratti solo di parole, e non di etica pubblica?
A quanto sembra, l’orientamento anzidetto è dominante in assoluto. Perché ciò che bene funziona in America e in Germania non dovrebbe funzionare altrettanto bene in Italia? Non esistono forse buone ragioni di coordinamento tra enti territoriali anche da noi? E poi chi si arrischierebbe, oggi, a proporre qualcosa di “conservativo”?
6. Senato
Comprendo bene che le idee, per quanto possano apparire buone – e quella che vorrei proporre all’attenzione mi pare buona – devono tenere conto delle condizioni date. E le condizioni date sono dettate dall’opinione comunemente condivisa che si è appena detta: una concezione che definirei “amministrativistica” e non “costituzionalistica” del Senato prossimo futuro. Si abbia un poco di pazienza. La comparazione con gli Stati effettivamente federali – effettivamente significa non che hanno strutture giuridiche federali o simil-federali, ma che hanno radici in realtà così nettamente definite in senso storico-politico come sono gli Stati federati in Usa o i Länder in Germania – questa comparazione, dunque, mi pare porti a dire che la somiglianza con le nostre Regioni è solo esteriore.

Le nostre Regioni sono grossi apparati politico-amministrativi che riproducono (salvi, forse, i casi della Valle d’Aosta e della provincia di Bolzano) vizi e virtù dell’amministrazione e della politica nazionale: sono, in altri termini, delle articolazioni più o meno felici di quest’ultima. Non è qui il caso di ragionare sulle cause ma, se ciò è vero, che senso ha un Senato delle Autonomie, se non quello di ricondurre e rispecchiare al centro ciò che già il centro ha trasmesso alla periferia? Che sostanza politica, nuova e diversa, quest’organo esprimerebbe? Nessuna, se non eventualmentemaggioranze dissimili da quelle politiche che si formano alla Camera dei deputati. Personale politico di partiti si troverebbe a operare qui e là, e il Senato delle Autonomie si risolverebbe in un segmento secondario d’un sistema politico unico che ha da risolvere al suo interno questioni di natura essenzialmente amministrativa, questioni che, comunque, troverebbero sbocco finale nel contenzioso costituzionale, come già succede ora (con le complesse procedure previste, il rischio è di ulteriore confusione). Si tratterebbe d’un organo di contrattazione di risorse finanziarie e porzioni di funzioni pubbliche, in una sorta di do ut des che già oggi trova la sua sede nelle due “Conferenze” paritetiche Stato-RegionieStato-Autonomie locali. Coloro che ragionano con tanta sicurezza di Senato delle Autonomie temo che assumano essere le “autonomie” qualcosa com’essi desidererebbero ch’esse fossero, ma che non sono. E, se sono quelle che sono, invece che quelle che si vorrebbe che fossero, il loro “senato” si riduce a ben poca e inutile cosa.
7. Costituzione
Se, invece, si volesse cogliere l’occasione della riforma del bicameralismo per un’innovazione che a me parrebbe davvero significativa dal punto di vista non “amministrativistico” ma “costituzionalistico”, tenendo conto di un’esigenza e di una lacuna profonda nell’organizzazione della democrazia, si potrebbe ragionare partendo in premessa dalla considerazione generale che segue.

(1. – continua)
Da Il Fatto Quotidiano del 12 luglio 2014