sabato 21 giugno 2014

Riforme, Stefano Rodotà: “La Carta esiste, Renzi non è un Principe”

L’anno scorso incombeva la minaccia di scardinare l’articolo architrave, il 138 della Costituzione. Oggi il pericolo arriva dal combinato disposto di Italicum più riforma del SenatoLibertà e Giustizia organizza anche quest’anno una manifestazione in difesa della Carta, il 2 giugno aModena. Tra i “professoroni” che parteciperanno c’è anche Stefano Rodotà: “L’anno scorso, dopo la festa della Repubblica, prese avvio un lavoro sfociato nella manifestazione del 12 ottobre,La via maestra. In quei mesi si era diffuso un orientamento, largamente condiviso, contro la modifica del 138. Quell’ipotesi poi cadde: dunque non è stato un lavoro inutile”.
E oggi?
L’attacco ai “professoroni” ha prodotto una discussione ricca, sfociata in audizioni parlamentari, che ha prodotto proposte puntuali. I progetti del governo sono stati sottoposti a valutazioni che dovrebbero essere considerate contributi da cui non si può prescindere. Approvare un testo di riforma del Senato senza tener conto di modalità di elezione e competenze della Camera è un modo improprio e pericoloso di affrontare il problema. L’Italicum va verso una democrazia d’investitura– “la sera delle elezioni deve essere chiaro chi governerà” – e una democrazia di ratifica, in cui il Parlamento semplicemente prende atto delle volontà del governo. Il combinarsi di questi due elementi, democrazia d’investitura e di ratifica, cambia radicalmente il nostro sistema: si esce dalla logica della democrazia rappresentativa, su cui si basa la sentenza con cui la Consulta ha dichiarato illegittimo il Porcellum. L’Italicum riprende la logica del Porcellum: ed è una logica conservatrice che tende a concentrare nelle mani del governo un potere assoluto, con una Camera non più in grado di controllare. La democrazia rappresentativa va salvaguardata, garantendo equilibri costituzionali adeguati. 

Il successo elettorale sembra esser diventato una legittimazione universale. L’idea, berlusconiana, del voto-lavacro …
Certamente. Berlusconi diceva: se i cittadini mi hanno votato pur sapendo che sono indagato, significa che a loro non importa. Dire “i cittadini conoscevano la linea del governo quindi l’hanno legittimata con il voto” è un’assoluta forzatura. In ballo c’è la legalità costituzionale da due punti di vista, il rispetto della democrazia rappresentativa e degli equilibri costituzionali. Che non sono materia disponibile e non dipendono da alcun eventuale plebiscito.

Pensare che il vincitore delle elezioni abbia carta bianca su tutto è poco rispettoso di un sistema che si basa anche sulla tutela delle minoranze e quindi sul pluralismo.
Non sono tra quelli che sottovalutano il risultato delle urne, e nemmeno tra quelli che lo interpretano attraverso improbabili confronti con il passato. Il risultato è stato importante, ma non significa che ora Renzi sia un Principe sciolto da ogni vincolo rispetto alle regole costituzionali!

Anche ieri il premier ha ribadito: riforme subito, entro l’estate.
Le riforme della Pa e della giustizia, che ora il governo intende affrontare, possono anche essere accompagnate da accelerazioni politiche. Ma una riforma costituzionale è cosa diversa perché riscrive il patto con i cittadini. Il patto con i cittadini non può uscire dalla logica della democrazia parlamentare rappresentativa. Non è accettabile sentire il premier dire “dopo di me il diluvio” a proposito delle riforme costituzionali.

Si sa assai poco del patto del Nazareno.
Quando Renzi annunciò la volontà di levare il segreto di Stato, dissi che il primo segreto che doveva togliere era sul patto con Berlusconi, di cui non conosciamo i contenuti. Adesso il voto europeo è usato per esaltare il premier, ma si fa finta di non vedere la sconfitta dell’altro contraente di quel patto. O si dice che il risultato è indifferente per tutti, ma se è un voto pesante si deve ridimensionare il ruolo di Berlusconi. Sono possibili maggioranze diverse se si è disponibili a vedere nel Senato non una camera irrilevante, ma un’istituzione fondamentale negli equilibri democratici.

Che pensa della mediazione maturata nel Pd sul “Senato alla francese”, cioè eletto indirettamente?
Il problema, sulla Camera alta, non è solo quale legge elettorale, ma anche quali funzioni. Avrà competenza su materie costituzionali, diritti fondamentali, commissioni parlamentari? Si possono anche considerare modalità di elezione diverse da un sistema diretto e proporzionale che a mio avviso sarebbe il migliore, ma a patto di garantire gli equilibri costituzionali complessivi.

di Silvia Truzzi
da Il Fatto Quotidiano del 30 maggio 2014 

mercoledì 18 giugno 2014

L'ABOLIZIONE DEI SOTTOSEGRETARI È RINVIATA A SETTEMBRE

La proposta del Pd si inserirà in un lavoro più organico di revisione dello statuto regionale

La proposta del Pd di abolizione della figura dei sottosegretari alla presidenza è rimandata a dopo l'estate. La Commissione Affari Istituzionali, riunitasi questa settimana per discutere proprio del progetto di legge del Pd, ha deciso di avviare un lavoro più organico di revisione dello statuto lasciando tempo, fino al 15 settembre, ai gruppi consiliari di presentare le proprie proposte di legge che poi verranno prese in esame dal gruppo di lavoro.
"Noi restiamo convinti dell'inutilità della figura del sottosegretario - ha dichiaratoFabio Pizzul - uno spreco di denaro pubblico pari ad almeno 1,336 milioni di euro l'anno, un costo che solo Maroni ritiene di dover sostenere. 
Ancora di più dopo che lunedì scorso, all'incontro con i parlamentari lombardi, organizzato dal Consiglio regionale per discutere della riforma costituzionale, il sottosegretario alle riforme istituzionali ed enti locali Daniele Nava ha pensato bene di non presenziare". 

da SettegiorniPD n°273

martedì 17 giugno 2014

ZERO TICKET? UN FLOP DA 200MILA EURO

Il PD smaschera l'inutilità dell'iniziativa tanto reclamizzata e rilancia: via i ticket sotto i 30mila euro e più progressività per tutti gli altri.

Le città lombarde sono state per settimane tappezzate da cartelloni che indicavano l'azzeramento dei ticket sanitari per 800mila lombardi, ovvero i cittadini over 66 con redditi fino a 18mila euro (in pratica, è stata estesa la fascia di esenzione per il ticket sui farmaci). In realtà, per ora, ad aver potuto diminuire la compartecipazione alla spesa sanitaria sui medicinali sono state poche migliaia di lombardi. I numeri sono chiari: se la Regione aveva annunciato che avrebbe avuto una contrazione delle entrate da ticket per 40 milioni, al giro di boa del primo mese, quello di aprile, le entrate sono invece aumentate di quasi mezzo milione. La Lombardia continua dunque ad essere la regione italiana con i ticket più cari, nonostante i conti in ordine, e i lombardi continuano a pagare di più i farmaci e le prestazioni. 
Lo ha affermato Carlo Borghetti che in Consiglio regionale ha presentato un'interrogazione per sapere dall'assessore Mantovani la verità sulla campagna pubblicitaria "Zero ticket", uscita peraltro in piena campagna elettorale. "Mantovani ha confermato che l'iniziativa tanto pubblicizzata, oltre al fatto di essere costata alla Regione circa 200mila euro in spese di comunicazione, non è servita a esentare dal pagamento del ticket 800mila lombardi, come promesso, ma solo alcune migliaia. Tanti proclami ma, a conti fatti, si è comunicata ai cittadini un'iniziativa in modo ingannevole, che non ha di fatto ridotto la spesa del ticket per la platea stabilita - ha detto Borghetti - . Altre regioni hanno introdotto esenzioni per i redditi medi e medio bassi per tutte le fasce di età, come propone il Pd lombardo da tempo: via i ticket per i redditi fino a 30mila euro e progressività per tutti gli altri".

Da SettegiorniPD n°273

lunedì 16 giugno 2014

Le troppe norme aiutano i furbi

Un grosso paio di forbici volteggia sulle nostre chiome. Le impugna il presidente del Consiglio, che ne ha fatto ancora uso lo scorso venerdì. Tagli alle prefetture (da 106 a 40). Tagli alle camere di commercio (ne sopravvivranno una ventina). Tagli alle sezioni distaccate dei Tar (amputazione totale). E poi sforbiciate sui permessi sindacali. Sulle propine degli avvocati dello Stato. Sui gettoni dei segretari comunali. Sui doppi incarichi dei magistrati. Sulle 5 scuole della pubblica amministrazione. Sui ruoli dirigenziali. Su ogni ufficio locale, centrale, interstellare. Risultato: ci era cresciuta sulla testa una zazzera leonina, rischiamo di finire pelati come un uovo.
Però l’Italia aveva bisogno d’un barbiere. Non solo perché troppi capelli non riesci a pettinarli, e infatti il nostro Stato è fin troppo arruffato. Anche perché sotto ogni ricciolo può ben nascondersi la pulce della corruzione. Quella che negli ultimi vent’anni ci ha fatto precipitare dal 33º al 69º posto nella classifica di Transparency International anche in virtù di scandali come quelli del Mose e dell’Expo. Non a caso la seconda lama della forbice s’infila proprio lì, rafforzando i poteri di Cantone sugli appalti. Quali? Soprattutto uno: l’Autorità nazionale anticorruzione potrà sospendere rami d’attività delle aziende, commissariarli, avviarne una contabilità separata.

Funzionerà? Lo sapremo presto. Anche se è lecito nutrire qualche dubbio - in termini economici, prima ancora che giuridici - sulla possibilità che un’impresa riesca a camminare con un piede o una caviglia congelati. Anche se bisogna sempre soppesare i costi sociali di ogni misura repressiva, a partire dall’occupazione: ricordiamoci dell’Ilva. Anche se l’eccesso di controlli può risultare altrettanto pernicioso rispetto al vuoto di controlli, contraddicendo le istanze di semplificazione che sorreggono quest’ultima manovra del governo Renzi.
Ma un intervento era comunque necessario. Magari per renderlo ancora più efficace servirebbe allungare i tempi della prescrizione, che mandano in fumo 130 mila processi l’anno. E ripristinare il falso in bilancio, depenalizzato nel 2002 dal governo Berlusconi. Però nessuna norma, nessuna authority , nessun gendarme ci potrà salvare l’anima se noi italiani non sapremo riconciliarci con la cosa pubblica, con l’etica pubblica. Anzi: c’è il rischio che la legge diventi un mantello che copre i malfattori. L’ha osservato, d’altronde, anche Cantone: gli appalti truccati sono sempre costruiti sul rispetto formale delle regole, come un abito cucito su misura per questo o quell’imprenditore. E quando le regole si contano a migliaia, il sarto non ha che da scegliere la stoffa migliore per accontentare i suoi clienti.
Ecco, qui entra in scena l’ossimoro, il paradosso della semplificazione. Sta di fatto che le forbici di Renzi fendono l’aria con due decreti legge omnibus (vietati dalla Consulta) e un disegno di legge delega. Totale: 120 articoli, un centinaio di pagine. Il solo comunicato stampa diramato da Palazzo Chigi inanellava 2.287 parole. Parole che reclamano altre parole di legge per ricevere attuazione (non prima del 2015). E del resto sono quasi 500 i provvedimenti attuativi fin qui rimasti in mezzo al guado. Il governo lo sa, e infatti aveva predisposto un meccanismo per rendere in futuro certa l’attuazione delle leggi. Dopodiché i meccanici (le burocrazie ministeriali) hanno bloccato il meccanismo, depennandolo dal testo approvato in Consiglio dei ministri.
Ma che cos’è l’attuazione, se non altro diritto che va ad aggiungersi al boccale del diritto? Nella legislatura in corso abbiamo già inghiottito 3.917 commi, 55 leggi, 41 decreti. E il gabinetto Renzi (con una media di 3,33 decreti al mese) ha superato di gran lunga i 4 esecutivi precedenti. È insomma la loro quantità che stroppia, non soltanto la loro qualità, non solo la collezione di norme astruse o strampalate di cui racconta Gian Antonio Stella nel suo ultimo volume (Bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli ). Da qui la conclusione: per semplificarci l’esistenza, nonché per liberarci dai corrotti, serve una legge in meno, non un decreto in più.

Michele Ainis
dal Corriere della Sera 16 Giugno 2014