sabato 15 febbraio 2014

Caro Sindaco Pisapia, una “Kyoto del cibo? noi EcoDem, ci stiamo

“L’Expo 2015 può essere davvero una grande opportunità. Per l’agricoltura, per il made in Italy, ma più in generale per una parte del globo che ha compreso che si esce dalla crisi modificando alcuni paradigmi dello sviluppo.
Quanto annunciato nei giorni scorsi dal Sindaco Pisapia è di grande interesse: “un protocollo come quello di Kyoto, ma sul cibo”. Forse non è immediata per tutti la portata della proposta. Il tema può sfuggire ed essere confuso con montagne di piccoli eventi, con richiami ad una abusata tipicità indistinta, spesso più folkloristica che realmente espressione di sistemi locali, o a pur lodevoli iniziative di imprenditori illuminati.
Il tema da lui ipotizzato è invece decisamente rivoluzionario, significa molto seriamente, dare centralità al tema del cibo, alla sovranità alimentare, alla sostenibilità delle produzioni, alle possibilità di mettere in campo azioni concrete di contrasto ai mutamenti climatici, di adattamento, accentuando la resilienza. Così come significa sostenere processi di mutamento sociale, economico e urbanistico delle città, una loro nuova relazione tra i propri spazi e i territori urbani.
Significa accogliere e sollecitare nuove forme di civismo che stanno crescendo in tutto il mondo, per la crisi, ma non solo. Di ritorno alla terra, di nascita di orti urbani ed autoconsumo, di forme di acquisto e consumo solidale e consapevole.
Significa interrogarsi e sperimentare nuove forme di accesso alla Terra e di gestione aziendale (gruppi di acquisto della terra ecc…), stoppare la pericolosa corsa all’accaparramento della terra.
Significa discutere di sprechi alimentari, di utilizzo dell’acqua e di troppa chimica in agricoltura.
Significa ri-orientare la ricerca anche di tanti soggetti privati su questo orizzonte: quello della sostenibilità, dei mutamenti climatici, della biodiversità, delle pratiche biologiche.
Ma significa anche dar vita a nuove filiere che investono proprio sulla sostenibilità dalla produzione alla commercializzazione, e quindi nuovi sistemi economici locali e non solo. Anche Paolo de Castro ricorda spesso come la nuova Pac chieda comportamenti ecosostenibili, e spero davvero che alla prova dei fatti sia così.
Proprio nei giorni scorsi, nell’ambito delle audizioni chela XIIICommissionedella Camera svolge sull’ Expo, Unioncamere ci ha illustrato alcuni buoni e interessanti previsioni sull’agroalimentare italiano e sull’export. Con un dato vicino ai 33 mld il fatturato per le nostre esportazioni agroalimentari. Si tratta di buone notizie.
Quello che tutti però tendiamo a rimuovere è che oramai la relazione tra questi importantissimi numeri potenzialmente migliorabili e le difficoltà di tanti cittadini a fare un minimo di spesa alimentare quotidiana, tra le produzioni di eccellenza, cosi come il “land crabbing”, tra gli avvelenamenti avvenuti nella terra dei fuochi, così come la straordinaria esperienza delle produzioni agricole nelle terre confiscate alla mafia, tra i disastri di queste settimane per gli eventi meteorologici, cosi come il ritorno di tanti giovani e di molte donne alla terra, ci sono relazioni oramai inscindibili. Sono facce dello stesso grande tema che dobbiamo provare ad affrontare con coraggio, con capacità innovativa e soprattutto con determinazione. “Nutrire il pianeta” può davvero essere tutto questo se la facciamo diventare trampolino di un cambiamento epocale. Gli Ecologisti del Pd affronteranno il tema molto presto con un appuntamento nazionale, e la strada di Pisapia ci piace molto.”

Susanna Cenni 
Deputata Pd e Portavoce Ecodem

giovedì 13 febbraio 2014

Il guaio in cui si caccia Renzi

Tre giorni fa Matteo Renzi non voleva andare a Palazzo Chigi. “Chi me lo fa fare”, diceva ai giornali. Eravamo in tanti, con lui, a non capire il senso di un’operazione che sembrava ancora il parto allucinato di qualche commentatore politico in crisi d’astinenza da retroscena. In seguito ha evidentemente cambiato idea. Non c’è niente di male nel cambiare idea; succede a tutti tranne che ai cretini. Il problema è che giorno dopo giorno, dichiarazione dopo dichiarazione, Renzi si è messo da solo nella situazione in cui qualsiasi passo farà oggi sarà un passo falso. Se Letta cadrà, si ritroverà addosso i panni di D’Alema del ’98: gli saranno rinfacciate quotidianamente le promesse tradite di ridar voce ai cittadini e chiudere con gli intrighi di palazzo. È una prospettiva deprimente, ma lasciare Letta al suo posto dopo averlo apertamente sfidato sarebbe una sconfitta ancora peggiore e Renzi non se la può permettere. Si è esposto troppo. In fondo fa parte del suo stile: chi lo ha scelto come segretario del Pd aveva in mente probabilmente qualcosa del genere. Un giovane all’arrembaggio del palazzo che non si fa scrupoli a dire quel che pensa, anche se in tre giorni gli può capitare di pensare cose assai diverse: Renzi è fatto così, lo abbiamo scelto così, inutile prendersela con lui.
D’Alema era diverso – e nessuno sembra avere nostalgia per i suoi tempi: nemmeno D’Alema stesso. Anche a lui capitò, nel ’98, di cambiare idea; forse una maggiore esperienza gli suggerì di non strombazzare prematuramente sui giornali “chi me lo fa fare”: purtroppo la Storia ci insegna che c’è sempre qualcuno che riesce a farci fare qualcosa, il Quirinale o la Nato o la crisi o la Ue. Le trattative che intavolò in quei giorni con Scalfaro, Ciampi e Cossiga, rimasero quasi del tutto riservate: D’Alema non passò per una banderuola. In compenso non poté più scrollarsi di dosso l’immagine di segreto tessitore di trame. Ecco un rischio che Renzi e Letta non corrono: tra una conferenza stampa e una riunione in streaming, abbiamo finalmente la possibilità di assistere al parto di un progetto politico in diretta. Purtroppo, come tutti i parti non è un bello spettacolo: c’è il sangue, gente che urla e maledice i propri affetti; forse era meglio restare in sala d’attesa a riflettere.
Forse è un po’ presto per azzardarsi a dire che si stava meglio prima: quando i lunghi coltelli si snudavano di notte, i panni sporchi si lavavano in riunioni a porte chiuse, e al mattino vincitori e vinti rilasciavano ai giornali dichiarazioni unanimi. Una delle conseguenze forse non previste dell’aver mandato giovani quarantenni al potere è questa drammatizzazione della scena politica: sempre meno simile a un salotto di anziani che confabulano mentre Vespa annuisce e aspetta il momento giusto per chiamare la pubblicità, sempre più affine a un reality di Maria De Filippi con giovani uomini e giovani donne che parlano prima di pensare, poi in esterna cambiano idea e si fanno le piazzate. Lo stesso Enrico Letta che di fronte al baratro convoca una conferenza stampa e tira fuori dal cassetto un programma di governo pieno di buoni propositi fin qui non realizzati, che figura ci fa? È inevitabile immaginarsi un ospite di C’è posta per te che promette al partner che d’ora poi si comporterà bene e non sarà più geloso e distratto mentre la busta, implacabile, si richiude su di lui. Chiudi, Maria, è finita.
Si poteva fare di meglio? Sembra proprio di sì. Forse Renzi e Letta avrebbero dovuto parlarsi di più; forse le trattative per allargare la maggioranza avrebbero dovuto restare in un primo momento riservate, quanto basta per evitare la corsa al totoministri sui quotidiani (ammesso che sia possibile fermarne la deriva retroscenista). Forse la direzione del PD dovrebbe essere un luogo dove ci si confronta, in modo anche duro, finché non si trova una sintesi; non una videoconferenza in cui tutti fanno il proprio numero e il segretario si riserva il diritto di ribattere in conferenza stampa. Forse Renzi dovrebbe riflettere un po’ di più prima di affermare qualcosa di cui si potrebbe pentire il giorno dopo, e non dare l’impressione di arrivare a Roma ogni tanto come un fulmine distruttore, dal momento che in gioco c’è anche la sua credibilità. Ma si può chiedere a Renzi di essere un po’ meno Renzi?
Leonardo Tondelli