Fassina: redistribuire il tempo di lavoro e formare meglio i giovani

Fassina: redistribuire il tempo di lavoro e formare meglio i giovani. Le ricette degli anni Novanta non servono più di fronte al cambiamento che ci aspetta.

I mutamenti provocati dalla globalizzazione, dall'aumento delle disuguaglianze frutto delle politiche liberiste e dalle nuove tecnologie stanno accelerando. Non siamo di fronte alla fase bassa del ciclo economico, ma a un cambiamento strutturale. E le ricette degli anni '80 e '90 non servono più. Il nuovo libro di Stefano Fassina.

“Sabato scorso sono stato alla conferenza programmatica del partito laburista della Gran Bretagna. Mi ha colpito la decisione con la quale insistono sulla necessità di far crescere la qualità della formazione del capitale umano per prepararlo alla competizione che verrà”. Stefano Fassina, parlamentare ed economista, ex viceministro del governo Letta e già responsabile economico del Pd, continua il suo percorso di ricerca sulle strategie per affrontare la crisi. Una crisi che, secondo Fassina, come ha ribadito nel suo ultimo lavoro - il libro intervista “Lavoro e libertà, la sinistra nella grande transizione, scritto da Roberto Bertoni e Andrea Costi per Imprimatur editore - non rientra nel normale alternarsi dei cicli dell’economia, ma riguarda un cambiamento strutturale dell’economia, del lavoro e della stessa organizzazione sociale, fino a far riemergere come una necessità attualissima il tema della riduzione dei tempi di lavoro, sul quale riflette da anni l’ex segretario della Cisl, Pierre Carniti.

Domanda. Insomma, secondo te, non è solo questione di aspettare o sollecitare la ripresa. Bisogna prepararsi a un mutamento di scenario, un cambiamento del campo di gioco?

Risposta. Il punto è esattamente questo. C’è una difficoltà, anche della sinistra a capire il cambiamento che stiamo attraversando. Non è una crisi, ma una transizione che cambia il contesto in cui si vive, si fa economia, si lavora. Questo cambiamento non è cominciato oggi, ma vent’anni fa. Oggi sta subendo un’accelerazione fortissima. Tutta l’agenda per gli interventi in Europa e in Italia è invece legata alla realtà degli anni Ottanta e Novanta, un’agenda liberista rispetto alla quale anche una parte della sinistra sembra ancora subalterna.

Domanda. Il progetto e la cultura con i quali la sinistra affronta questo passaggio secondo te sono inadeguati?

Risposta. Sì. Torno a sottolineare come ho fatto più volte che la Chiesa, prima con papa Ratzinger e ora con Papa Bergoglio, ha colto pienamente la dimensione antropologica di questo passaggio. La sinistra continua a restare appesa alla Terza via, che per primo il partito laburista della Gran Bretagna ormai ha chiuso in soffitta.

Domanda. Tu quindi ritieni che abbia ragione l'economista Piketty, quando afferma che l’accumulo di patrimonio e di ricchezza e l’aumento della disuguaglianza abbiano creato un circolo vizioso, una situazione che tende a perpetuarsi e che produce peraltro stagnazione, frenando la crescita. E che, nello stesso tempo, i cambiamenti che la tecnologia ha portato nella manifattura e ora sta provocando anche nei servizi (si legga l’articolo di Maria Chiara Carrozza pubblicato da questo giornale), mutamenti dei prodotti, del modo di produrre, del lavoro e dell’intera organizzazione sociale stiano modificando in modo irreversibile il mondo che abbiamo conosciuto fin qui?

Risposta. E’ esattamente questo il punto centrale, il punto di partenza. Dobbiamo ripensare a quale crescita desideriamo, quale tipo di sviluppo, cosa e come produrre. E in questo contesto, bisogna riconoscere che siamo in una fase in cui ci sarà meno lavoro e in parte di tipo diverso. Dunque bisogna ripartire dal libro scritto l’anno scorso da Pier Carniti, che da tempo riflette su questo tema, sulla redistribuzione del tempo di lavoro.

Domanda. L’esperimento delle 35 ore non sembra aver portato lontano.

Risposta. No, no, non parlo affatto delle 35 ore. Partiamo da un fatto concreto: di fronte a milioni di persone che non trovano o che hanno perso lavoro, l’Italia è l’unico paese che ancora prevede sgravi fiscali per gli straordinari. Penso che sarebbe meglio valorizzazione il part time, rendere più flessibile il pensionamento, introdurre il pensionamento part time, sostenere una migliore e maggiore applicazione dei congedi parentali. Insomma redistribuzione dei tempi di lavoro e dei tempi di vita. Non 35 ore a tappeto per tutti, ma una rimodulazione che consenta di contenere, gestire l’eccesso di offerta di lavoro. Da affiancare a una politica per sostenere la domanda. 

Domanda. E secondo te la sinistra non è in grado oggi di affrontare questa sfida?

Risposta. Io vedo un problema di tipo culturale per la sinistra in Italia e in Europa. Negli Usa le condizioni sono migliori. In Europa e in Italia anche la sinistra o una parte di essa pensa che la flessibilità, e anche la precarietà, siano una via per sostenere lo sviluppo. E’ davvero preoccupante che si pensi ancora con gli stessi argomenti degli anni Novanta. Negli Usa il Job Act di Obama prevede fondi pubblici per impedire che nei diversi stati vengano licenziati gli insegnanti, investimenti pubblici, sostegni finanziari per l’assunzione di disoccupati. Qui si continua a pensare solo alle regole che riguardano il lavoro. A dimostrazione della subalternità, anche della sinistra, all’idea che solo la flessibilizzazione del lavoro porti alla ripresa. Si continua a girare intorno all’articolo 18.

Domanda. Il governo ha detto che non si tocca l’articolo 18, e tutta la sinistra lo dice.

Risposta. Una parte di noi, della sinistra, pensa che abbiano ragione Sacconi e Ichino. Ma non ha il coraggio di dirlo. Così usa le loro posizioni, tra l’altro minoritarie o sconfitte nel corso delle elezioni politiche, per spingere in quella direzione.

Domanda. Usciamo dalle polemiche. Se il cambiamento che prevedi è così forte. Non dovremmo preparare anche un nuovo percorso di formazione dei nostri giovani e dei nostri lavoratori?

Risposta. Non c’è dubbio. Dovremmo farlo. Sabato sono stato alla conferenza programmatica del partito laburista della Gran Bretagna. Mi ha colpito la decisione con la quale insistono sulla necessità di far crescere la qualità della formazione del capitale umano per prepararlo alla competizione che verrà. Dobbiamo farlo anche noi.

di Roberto Seghetti 
Giornalista. Per 40 anni ha scritto di economia per diverse testate. Nell'ordine: Agenzia Italia, Paese Sera, Il Messaggero, Panorama. Già segretario generale dell’Associazione stampa romana, consigliere dell'Inpgi e del Fondo di previdenza integrativa dei giornalisti italiani; ex direttore del master di giornalismo della Lumsa; dal 2006 al 2008 portavoce di Vincenzo Visco alle Finanze; dal 2010 al 2013 capo dell’ufficio stampa del Partito Democratico.

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