L’Europa e il gioco del silenzio


Ma l’Europa esiste ancora? Perché, a cinque settimane tonde dal voto più importante per il futuro dell’Unione, così ci hanno detto e così probabilmente sarà, colpisce la straordinaria ostinazione con cui riusciamo a parlare di tutto tranne che di questa campagna elettorale. Con effetti francamente curiosi, come quelli di un’Europa lontana, ma di una Cina vicina. Non è un gioco di parole: oggi sappiamo più delle polveri di Pechino e dei miasmi di Shanghai che dell’inquinamento record in Francia e Belgio mentre, al contrario, nessuno accenna al miracolo della Ruhr, ex bacino di acciaierie e veleni che, bonificato e riconvertito, oggi richiama più visitatori di Pompei. Fa più notizia lo sciopero degli operai cinesi della Yue Yuen di Dongguan (producono scarpe per Nike, Timberland, Adidas e Asics) che il blocco totale dei treni che fra tre giorni paralizzerà la Romania o i ripetuti scioperi in Spagna e Grecia di cui nessuno parla al di fuori dei diretti interessati e dei rispettivi confini.
Certo, la cronaca è la cronaca, ma il risultato è che tra i neuroni della nostra memoria in questo momento circolano le immagini di una casa di riposo di Cesano Boscone e di un ospedale di Beirut, mentre le sedi del Parlamento europeo di Bruxelles e Strasburgo (ci sono uffici anche in Lussemburgo, ma pochi lo sanno) potrebbero tranquillamente andare da Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?
Il guaio è che nel gran silenzio generale, il sogno dell’Europa unita rischia di rovesciarsi come la Concordia sullo scoglio del Giglio. Con conseguenze devastanti. Ecco perché da qui al 25 maggio, come dice la pubblicità di Isoradio, sarebbe bene viaggiare informati. Ad esempio segnalando il patto antieuropeo siglato tra il Fronte Nazionale di Marine Le Pen e il Pvv, il Partito per la Libertà dell’olandese Geert Wilders. Oppure ricordando la riunione dello scorso 15 novembre all’Hotel Bristol di Vienna a cui parteciparono, oltre i rappresentanti di quei due movimenti, anche esponenti del Partito per la libertà austriaco (Fpo), Interesse fiammingo (Vlaams Belang), Partito nazionale slovacco e Lega nord. Tema dell’incontro? Realizzare, come è stato detto, «un’alleanza antieuropea per liberare l’Europa dal mostro di Bruxelles»: un patto tra demolitori a cui potrebbero presto aderire il Partito per l’indipendenza del Regno Unito (Ukip) del «grillino inglese» Nigel Farage, il Partito popolare danese e i «veri finlandesi» del Finns party. Ed è vero che Grillo, a differenza di Salvini, ha detto subito no alle avance di Marine le Pen, ma non è da escludere, una volta in Parlamento, la possibilità di «larghe intese» franco-grillo-olandesi sui temi più caldi e antieuropei.
Qualcuno ha definito questi gruppi come i cugini europei di Sarah Palin, gli emuli di quei Tea Party che hanno tenuto per qualche anno in fibrillazione la politica americana finendo in realtà per danneggiare più il Partito repubblicano che non i Democratici e tantomeno il Paese. Come scrive Mark Leonard, direttore dello European Council on Foreign Relations e autore di un interessante intervento suItalianiEuropei, gli euroscettici dell’Hotel Bristol potrebbero essere più dannosi dei Tea Party perché, «mentre la destra americana non mette in discussione l’esistenza stessa dell’Unione e del Congresso, i partiti euroscettici non sopportano l’esistenza della Ue».
Il pericolo, tanto per esser chiari, è quello di un sabotaggio democratico dell’Europa realizzato con i poteri ottenuti dal voto. Se gli euroscettici dovessero diventare uno dei principali blocchi politici avremmo il singolare e triste spettacolo di «un Parlamento che odia se stesso» e che punta alla propria abolizione. E non solo quella. Come ricorda Leonard: «Il primo Parlamento sovranazionale del mondo ha oggi il potere di bloccare l’agenda della Commissione europea, di porre il veto alla maggior parte della legislazione europea, di impedire la firma dei trattati internazionali e tenere in sospeso il bilancio annuale della Ue».
Questo, più o meno, è quello che potrebbe cominciare ad avvenire tra cinque settimane e un giorno, che non è il remake mal riuscito di Nove settimane e mezzo, ma il film che rischiamo di vedere nei prossimi mesi sugli schermi di tutta Europa se nessuno romperà il pericoloso gioco del silenzio a cui stiamo allegramente partecipando, soprattutto in Italia.
Gli eurottimisti (qualcuno c’è ancora) credono che un simile scenario sia esagerato e che gli euroscettici non andranno oltre il 15% dei seggi. Premesso che non sarebbe affatto poco, esiste il fondato sospetto che quelle previsioni siano sbagliate o, per l’appunto, ottimistiche. Per due motivi. Il primo è la scarsa affluenza che ha sempre accompagnato questo tipo di consultazioni, ma che è andata peggiorando di volta in volta: se alle prime elezioni del 1979 ha votato il 63% degli aventi diritto, a quelle del 2009 siamo rimasti ancorati a un 43% triste, ma probabilmente non solitario néfinal. A differenza delle elezioni nazionali, percepite come lo strumento per scegliere un governo (in Italia attraverso l’elezione di un Parlamento, ma il risultato alla fine è quello) gli effetti delle elezioni europee sono avvertiti come troppo lontani nello spazio e nel tempo: più uno sfogo personale che un voto che decide e cambia, qui e ora. In questo senso le dinamiche emotive, e quelle rilevate dai sondaggi, potrebbero riservare autentiche sorprese.
Il secondo motivo per non esagerare con l’eurottimismo è legato alla crisi dell’euro e alle politiche di austerità. Perché il risultato è una popolazione in grande difficoltà economica e sociale, dove i venti del populismo anti-euro e del qualunquismo anti-tutto soffiano su strati politici che, per i motivi detti prima, potrebbero seriamente essere tentati dal voto di sfogo.
Piaccia o meno, è arrivato il momento di rovesciare la clessidra e, dando un occhio alla sabbia che corre, spiegare con chiarezza e voce che quello del 25 maggio non è, non sarà un atto emotivo, ma un voto profondamente politico. Perché non si tratterà di applaudire chi la spara più grossa, ma di scegliere a quale impresa affidare la costruzione difficile di una casa importante. Evitando, magari, di chiamare un demolitore.


Luca Landò
da l'Unità.


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