mercoledì 2 ottobre 2013

COMUNICATO STAMPA FRAGOMELI E TENTORI (PD): SI ALLA FIDUCIA PER NON LASCIARE IL PAESE ALLO SBANDO

Roma, 2 ottobre 2013

A seguire il commento dei due parlamentari lecchesi del Partito Democratico, Gian Mario Fragomeli e Veronica Tentori, in merito alla giornata odierna:

«Quello di oggi è stato un passaggio cruciale per il nostro Paese: a questo proposito vogliamo ribadire con convinzione l’importanza - per chi come noi vuole realmente essere un “parlamentare del territorio” - di saper rendere conto ai cittadini, con la massima trasparenza, del proprio operato e delle motivazioni alla base delle proprie scelte.
In questa ottica, domani sera alle 21, presso la sede del PD in via Parini a Lecco, terremo perciò un'assemblea aperta, alla quale invitiamo a portare il loro contributo iscritti e simpatizzanti del PD.»

«Nel merito del voto odierno, inoltre, evidenziamo la ferma volontà di assumerci - in piena coscienza - la decisione di non lasciare il Paese allo sbando e senza la minima prospettiva di Governo in questo che è, per la nostra Provincia e per l’Italia intera, un momento di estrema difficoltà.»

«Siamo consapevoli» continua Fragomeli «di come il voto positivo che oggi abbiamo espresso in favore del Governo sia una risposta perfettamente in sintonia con la volontà della stragrande maggioranza degli elettori lecchesi, e questo a prescindere dall’orientamento politico personale di ognuno.»

«Allo stesso modo" ribadisce infine l’On. Fragomeli "quello di oggi, non è stato un voto meramente “confermativo”: oggi abbiamo dato sostanza ad una precisa volontà politica, quella cioè di stabilire definitivamente delle priorità, accelerando sul discorso delle riforme e degli interventi atti a contrastare la crisi.
È messa quindi in agenda, finalmente, la questione della riduzione del costo del lavoro: un impegno decisivo per garantire più risorse in busta paga ai lavoratori e, al contempo, restituire maggiore competitività alle imprese medio-piccole.»

«Confermo oggi la mia fiducia al Governo Letta sulle cose da fare» precisa l'On. Veronica Tentori «come ho fatto sei mesi fa. Ribadisco che questo non deve essere un Governo a tutti i costi, e questa fiducia non può essere incondizionata vista la maggioranza che lo sostiene.
Diamoci degli obiettivi chiari: misure urgenti per far ripartire l'economia e creare nuovi posti di lavoro, in particolare per i giovani, legge elettorale e legge di stabilità. Sono inaccettabili i giochetti politici ricattatori e le farse di chi fino a due giorni fa minacciava dimissioni dei parlamentari e dei ministri. Questo atteggiamento irresponsabile deve cessare immediatamente perchè ora dobbiamo lavorare per dare risposte agli italiani.»

martedì 1 ottobre 2013

Incontro PDLAB a Barzago

Segnaliamo l'incontro di "PDLAB - lavori in circolo" presso la sede del circolo PD di Barzago, in piazza Garibaldi (piazzetta vicino alla chiesa, appartamento al primo piano),  mercoledì 2 ottobre, ore 21.00.
Per informazioni su PDLAB, si consiglia di visitare il blog: http://pdlab2013.blogspot.it/
Buona giornata

PD Merate

lunedì 30 settembre 2013

Un governo senza Berlusconi

Silvio Berlusconi ha aperto la crisi contro l’Italia. Non si tratta soltanto di una crisi di governo. Siamo pericolosamente vicini a un collasso delle istituzioni democratiche, mentre nella società si diffonde un impasto di sfiducia, paura, perdita di competitività e di diritti. Questa crisi segnerà uno spartiacque: dalla seconda Repubblica purtroppo non si può uscire con una, pur limitata, condivisione.
Il governo Letta, benché privo di un accordo politico, è stato l’ultimo tentativo di gettare insieme un ponte verso un nuovo sistema, di porre le precondizioni di cambiamenti necessari.

Ma con Berlusconi è impossibile costruire. Non ha il minimo senso di responsabilità nazionale. Non gli interessa che a pagare i suoi ricatti siano i cittadini più deboli, le imprese che cercano di resistere alla crisi, le famiglie già colpite dalla perdita del lavoro e dai tagli al welfare. Così come, con cinismo, ha imposto che l’esenzione dall’Imu del 10% più ricco del Paese fosse a carico dei cassintegrati e delle imprese, oggi ha usato l’aumento dell’Iva – da lui provocato – per coprire la vergogna del ritiro dei ministri, motivato dalla ribellione eversiva ad una sentenza di condanna definitiva.
Qualcuno dirà che tutto era già scritto e che non bisognava avventurarsi sul terreno delle intese parlamentari con il Pdl. La discussione resterà aperta a sinistra. Ma in punto di partenza non può che essere il Paese, cioè quest’Italia declinante che aumenta il distacco dall’Europa e che rischia di precipitare in termini di produzione, di lavoro, di reddito, di solidarietà, di senso civico. Le elezioni non hanno dato alcuna maggioranza. Grillo ha giocato per Berlusconi e le larghe intese, fregandosene del cambiamento e cercando di lucrare su una rendita di opposizione. Il Pd non è stato capace di liberarsi dalla tenaglia, anzi alle elezioni presidenziali ha tentato persino di suicidarsi. E il leader del Pdl si è seduto sulla riva del fiume, anche perché sapeva che alcuni suoi processi stavano arrivando a sentenza.
La legislatura più incerta è cominciata così, tentando di aprire una strada per l’Italia prima ancora che per i partiti della strana coalizione. C’era una domanda di governo che veniva dai settori più deboli del Paese e dalle forze più esposte alla competizione interna ed internazionale. C’era una domanda di riforme, perché non si può più tornare al voto con questa legge elettorale. Se le nuove elezioni dovessero vanificare ancora le volontà degli italiani, sarebbe una catastrofe: svanirebbe ogni residuo di fiducia interna, scapperebbero gli investitori esteri e lo spettro populismo si allungherebbe sulla politica. Ma tutte le ragioni, che sono state all’origine del governo Letta, non sono venute meno. Anzi, sono diventate più grandi. L’Italia ha bisogno vitale di cambiamenti profondi, di riforme serie, di un nuovo clima sociale.
La reazione di Berlusconi alla sentenza ha colpito il governo alle fondamenta, nella sua stessa credibilità. Le dimissioni dei parlamentari Pdl annunciate mentre Letta era a Wall Street a convincere gli investitori a scommettere sull’Italia sono state un colpo alla schiena. In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano. Come si rispettano le leggi: un condannato per reati gravi come la frode fiscale si ritira dagli uffici pubblici senza neppure bisogno di un voto sulla decadenza. Questo accade ovunque c’è una Costituzione. Su questo è stato chiaro fin dal primo giorno che il governo Letta non avrebbe fatto sconti, né baratti.
Il governo Letta non è mai stato un’assicurazione per Berlusconi. Ora è stato dimostrato. La presenza del Pdl in maggioranza era semmai per il Cavaliere l’avamposto da cui lanciare l’affondo finale. Ma ora è arrivato il momento della verità. E non solo lui, ma l’intero suo partito e i suoi elettori sono chiamati a una scelta dalla quale può dipendere il prossimo futuro. È chiaro che nulla sarà più come prima. Dopo questo strappo, Berlusconi si è autoescluso dal confronto sulla transizione economica, sociale e istituzionale del Paese. Si è chiamato fuori dall’arco costituzionale, per dirla con parole del passato. Ora bisognerà vedere se il Pdl reggerà e se dalla sua rottura emergerà una nuova destra, europea e costituzionale, disposta a costruire le basi dell’Italia di domani.
Enrico Letta non deve mollare. E il Pd deve sostenerlo nel prossimo passaggio cruciale in Parlamento. Sarebbe demenziale a questo punto giocare di sponda con Berlusconi per arrivare ad elezioni immediate, senza cambiare neppure la legge elettorale. Letta e il Pd devono sfidare la destra, devono riproporre il tema di un governo fino alla fine del 2014 a quanti nel Pdl non accettano l’oltraggio all’Italia. Certo, la scena dei ministri Pdl licenziati come domestici sorpresi a rubare non offre molte speranze: ma sappiamo, e vediamo, che alcune coscienze sono turbate.
Letta e il Pd devono riaprire la sfida anche con Sel e anche nel campo dei grillini. Certo, sarebbe irresponsabile proseguire la legislatura con una maggioranza formata da qualche scilipoti del Pdl e/o dei Cinque stelle. Ma Letta sia chiaro in Parlamento: non ci saranno salvacondotti per Berlusconi come per nessun altro nelle sue condizioni; le riforme elettorali e istituzionali sono necessarie per costruire un nuovo sistema politico; la ripresa europea si riaggancia con politiche di equità e con politiche fiscale concentrate sul lavoro (altro che sconti Imu ai più ricchi). Se la maggioranza avrà una sua solidità politica (compreso il progetto di una destra alternativa a Berlusconi), si punti al traguardo del 2014 con il Cavaliere all’opposizione. Se i numeri saranno esigui si abbia almeno la dignità di cambiare la legge elettorale prima di tornare al voto. È una battaglia decisiva per l’Italia. Ma sapevamo che la battaglia decisiva sarebbe passata dentro questo governo.

l'Unità

domenica 29 settembre 2013

Due caimani e due bande di camerieri


Il Caimano. Debbo dire che Moretti aveva capito prima e meglio di tutti chi fosse il personaggio Silvio Berlusconi. E lo capì altrettanto bene Roberto Benigni scrivendo su di lui una ballata citata ieri sul nostro giornale da Gianluigi Pellegrino: "Io compro tutto dall'A alla Z / ma quanto costa questo c... di pianeta. / Lo compro io. Lo voglio adesso. / Poi compro Dio, sarebbe a dir compro me stesso".
Quanto a me, poiché siamo in tema di ricordi, in un articolo del 1992 scrissi e titolai: "Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa". E poi D'Avanzo e la "dismisura" del Capo e proprietario di Forza Italia denunciata da Ezio Mauro come una sorta di lebbra che infetta e uccide la nostra democrazia. 
Per dire chi è il Caimano la vena satirica e il giornalismo vedono talvolta più lontano della politica. La magistratura che ha il potere di controllo sulla legalità, è più lenta ma poi, quando arriva all'accertamento della verità, le sue sentenze definitive non consentono salvacondotti di sorta, il Caimano e il Mackie Messer di turno finiscono, come è giusto, in galera. Salvo difendersi con l'eversione.
Le dimissioni di tutti i deputati e i senatori del Pdl, chieste ed anzi imposte da Berlusconi e raccolte dai capigruppo Brunetta e Schifani, sono eversione vera e propria e così l'ha definita il presidente della Repubblica.
Non sono in nessun caso paragonabili all'Aventino messo in atto novant'anni fa dai deputati antifascisti. Loro avevano quella sola risposta possibile contro il regime dittatoriale che aveva calpestato e distrutto la democrazia; questi di oggi hanno la democrazia nel mirino e sperano che con questa trovata possano travolgere lo Stato di diritto che è la base sulla quale la democrazia si fonda.
Questo è l'obiettivo principale che il Caimano e i suoi sudditi ci propongono. Un obiettivo però difficilmente raggiungibile per due ragioni. La prima è procedurale: le assemblee parlamentari non possono funzionare se per qualche ragione viene a mancare non occasionalmente ma in permanenza il numero legale. Ma le dimissioni dei parlamentari del Pdl non incidono sul numero legale. Alla Camera il Pd da solo ha la maggioranza assoluta; in Senato la maggioranza è di 161 membri mentre i senatori del Pdl, della Lega e degli altri loro alleati raggiungono i 117. Quindi il Parlamento può continuare a funzionare.
Ma c'è un secondo elemento non procedurale ma politico: una parte dei sudditi forse non è più disposta a sopportare la sudditanza quando essa sconfina nell'eversione. Qualche segnale in questo senso c'è. Forse si aprirà qualche faglia nel Pdl che potrebbe innescare una vera e propria implosione. Si tratta di problemi di coscienza e di coraggio. Non ci metterei la mano sul fuoco per affermare che avverranno ma certo il tempo per verificarlo è molto breve.
L'altro bersaglio del Caimano è quello di abbattere il governo Letta o - peggio - di lasciarlo in vita paralizzato e logoro ogni giorno di più come già è stato tentato con qualche successo nei mesi scorsi e come si è platealmente verificato nella seduta del Consiglio dei ministri di venerdì, portando Letta alla conclusione di spezzare questo circuito nefasto e presentarsi alle Camere chiedendo la fiducia su un programma concreto e vincolante per tutti i parlamentari di buona volontà, quale che ne sia il colore e la provenienza. 
Il Capo dello Stato è d'accordo su questo percorso, ricordando che i primi adempimenti con tempistica obbligatoria debbono essere la riforma elettorale che modifichi il "porcellum" in modo adeguato abolendo i suoi aspetti chiaramente anticostituzionali e l'approvazione della legge finanziaria senza di che il primo gennaio andrebbe in vigore l'esercizio provvisorio con la conseguenza di portare al fallimento la nostra finanza pubblica e al suo commissariamento da parte dell'Unione europea, della Banca centrale e del Fondo monetario internazionale.
A questa catastrofe che peserebbe sulle spalle di tutti gli italiani il Caimano e quelli che gli danno man forte ci possono arrivare e vogliono arrivarci. Il paese e gli elettori dovrebbero risvegliarsi e farsi sentire. Capiranno? Lo faranno? O una parte rilevante di loro mangerà ancora una volta la minestra avvelenata della demagogia? Sarebbe la sesta volta in diciannove anni di berlusconismo. Il pericolo è questo.
* * *
Enrico Letta si presenterà alle Camere domani e dopo domani (meglio prima che dopo) con un programma concreto delle cose da fare.
Le prime due (riforma elettorale e approvazione delle legge finanziaria) le abbiamo già dette. Ma il contenuto di quest'ultima sarà aggiornato e integrato da decreti che tengano conto degli impegni già indicati cinque mesi fa, sui quali allora il governo ottenne l'ampia fiducia del Parlamento. Fermi restano quelli presi con l'Europa di mantenere il deficit sotto la soglia del 3 per cento per evitare la ripresa della procedura di infrazione da parte dell'Ue, tutti gli altri sono dedicati alla crescita, agli sgravi delle imposte che pesano sui lavoratori e sulle imprese e sulle relative coperture finanziarie, credibili e non inventate.
La cifra totale delle risorse che è necessario reperire oscilla tra i 5,5 e i 7 miliardi, necessari soprattutto per evitare l'aumento dell'Iva, incentivare l'industria e i lavoratori e aumentare entro quest'anno il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione creando in tal modo una liquidità preziosa per le imprese e per le banche.
Un programma al quale hanno lavorato nelle scorse settimane lo stesso Letta e Saccomanni. Ma il Caimano ha fiutato il pericolo ed ha emesso ieri pomeriggio un ultimatum rivolto questa volta ai suoi ministri: debbono dimettersi immediatamente perché l'aumento dell'Iva ci sarà. Doveva essere impedito dal Consiglio dei ministri di ieri, ma sono proprio i suoi ministri ad aver congelato quel Consiglio impedendo che prendesse qualunque deliberazione. Adesso il Caimano, sfoderando l'ennesima bugia, rovescia le responsabilità per mandare all'aria il governo prima ancora che si presenti alle Camere.
Resta ora da vedere se i suoi ministri si piegheranno all'ultimo ordine del boss. Tutti o solo alcuni? Tutti, capitanati da Alfano. Non ministri, ma camerieri che antepongono gli ordini del padrone agli interessi del paese.
Così l'Iva aumenta, la seconda rata dell'Imu dovrà esser pagata, le erogazioni destinate a pagare i debiti dell'amministrazione saranno bloccate e lo "spread" tornerà irrimediabilmente a salire. Il tutto senza curarsi dello sfascio del paese pur d'allontanare l'applicazione d'una sentenza che punisce un congenito evasore fiscale e creatore di fondi neri destinati alla corruzione.
Ci auguriamo che Letta vada fino in fondo e attendiamo anche di vedere come si comporteranno in questo caso Vendola e la sinistra che guarda le stelle (cinque che siano) e metta invece finalmente i piedi per terra.
Quanto a Grillo sappiamo che cosa vuole perché lo dichiara un giorno sì e l'altro pure. Può sembrare strano, ma vuole le stesse cose di Berlusconi: la caduta del governo, le elezioni anticipate col "porcellum", le dimissioni di Napolitano e un governo di grillini e di chi la pensa come loro (Berlusconi?) per una politica che si disimpegni dall'Europa e dall'euro e spenda e spanda per far contenti gli italiani.
Ma in che modo li farà contenti? Il risultato sarà lo sfascio totale, peggio della Grecia che comunque dall'Europa e dall'euro non è uscita e non vuole uscire.
La Grecia è irrilevante per l'equilibrio europeo; l'Italia no. Il fallimento dello Stato italiano, una democrazia etero-diretta da due caimani, una spesa pubblica alle stelle (molto più di cinque) e i mercati all'assalto del nostro debito, del tasso di interesse e di quello dell'inflazione, sarebbe più d'una catastrofe. Finiremmo come il Mali o il Kazakistan o la Somalia, nelle mani di due bande dominate da due irresponsabili.
Questa è la posta in gioco e ormai è questione di giorni.

Eugenio Scalfari
Repubblica.it