mercoledì 22 maggio 2013

Comitato Nazionale dell’ANPI: Comunicato sulle riforme costituzionali


Il Comitato Nazionale dell’ANPI

In relazione ai diversi progetti che si vanno formulando, anche in sede governativa, a riguardo di un sistema di riforme costituzionali, ribadisce la più ferma contrarietà ad ogni modifica, legislativa o di fatto, dell’art.138 della Costituzione, che – semmai – dovrebbe essere rafforzato e del quale in ogni caso, si impone la più rigorosa applicazione;
conferma il netto convincimento che il procedimento da seguire non può che essere quello parlamentare, attraverso gli strumenti e le commissioni ordinarie, non essendovi ragione alcuna per eventuali nuove formule e strutture, essendo più che sufficiente quanto già previsto dai regolamenti parlamentari;
riafferma l’inopportunità del ricorso ad apporti esterni che in qualche modo incidano sul lavoro parlamentare e che non siano quelli già previsti, attraverso i quali si possono acquisire opinioni e contributi di esperti, mediante pareri, consultazioni, audizioni e quant’altro;conferma la convinzione, più volte espressa, che le riforme possibili ed auspicabili sono solo quelle che risultano in piena coerenza con i principi della prima parte della Costituzione e con la stessa concezione che è alla base della struttura fondamentale della seconda, indicando fra le riforme possibili, la diminuzione del numero dei parlamentari, la differenziazione del lavoro delle due Camere, l’abolizione delle province; tutte materie sulle quali esiste già una notevole convergenza e che non pongono problemi di coerenza complessiva; 
ribadisce quanto già espresso in varie occasioni, vale a dire la netta opposizione dell’ANPI ad ogni riforma che introduca il presidenzialismo o il semipresidenzialismo, non risultano ragioni evidenti per stravolgere il delicato e complesso sistema delineato dal legislatore costituente;
conferma ancora una volta, l’assoluta e prioritaria necessità di procedere alla modifica della legge elettorale vigente, da tutti ritenuta inadeguata e dannosa;
invita tutti gli organismi dell’ANPI ad impegnarsi a fondo su questi temi, promuovendo dibattiti e confronti, irrobustendo l’informazione ai cittadini, assumendo tutte le iniziative (a partire da quelle per il 2 giugno e in particolare da quella di Milano), idonee ad ampliare il consenso attorno a queste posizioni, d’intesa con altre associazioni democratiche e con tutte le forme di aggregazione di cittadini interessati a problemi di ordine costituzionale,
chiarendo soprattutto che non si tratta di restare ancorati a tutti i costi ad un sistema immodificabile, ma di impedire ingiustificate alterazioni di esso e assicurare che non vengano poste in atto misure pericolose, suscettibili di scardinare la profonda ed intima coerenza del sistema costituzionale, senza alcun vantaggio per la democrazia.

Roma, 16 maggio 2013

domenica 19 maggio 2013

Pd, ritrova te stesso in parlamento

Ora anche la legge-bavaglio: il Pdl porta in parlamento le proprie battaglie, i democratici non possono limitarsi al sostegno del governo.

La convivenza col partito storicamente avversario e l’appoggio al governo Letta possono essere intesi in due modi diversi. Ho paura che l’interpretazione che il Pdl dà della fase e delle circostanze sia più efficace di quella del Pd.
I berlusconiani si battono nel governo per far passare gli impegni che hanno preso con l’elettorato. Si scatenano nelle piazze in difesa del loro plurinquisito e ormai anche pluricondannato leader. Lavorano in parlamento sui loro temi, che poi alla fine sempre quelli sono, sicché ieri ha rifatto capolino con scandalo la legge sulle intercettazioni nella versione Alfano: cioè non la regolazione a tutela della privacy dei cittadini della quale davvero ci sarebbe bisogno, bensì il puro e semplice bavaglio.
Di questi tre approcci possibili alla fase eccezionale, i democratici condividono solo il primo, intorno all’agenda del governo Letta. Il secondo non possono condividerlo per ovvi motivi, oltre al fatto che il concetto stesso di “sostegno al proprio leader” nel Pd ha un valore molto più relativo che nel Pdl.
Il problema vero è che, a giudicare dai primi giorni, i democratici sembrano un po’ paralizzati in parlamento.
Il Pd sbaglierebbe molto se, preso dalla paura di scuotere troppo il precario quadro politico, si limitasse ad accompagnare e sostenere le proposte del governo mentre Pdl, Sel o Cinquestelle si fanno belli con le proprie iniziative.
La ripresa di un protagonismo democratico – oltre tutto doveroso verso gli elettori, dopo le velleità, le delusioni e addirittura i tradimenti degli ultimi mesi – passa soprattutto da una rivendicazione di identità e soggettività sui temi che non sono contemplati nell’accordo di governo, come è sempre capitato in qualsiasi normale legislatura.
Sulla riforma elettorale “d’emergenza”: per il Mattarellum, non per correggere il Porcellum.
Sui diritti: per introdurre lo ius soli, per eliminare le brutture presenti nella legge sulla fecondazione assistita, per il riconoscimento delle unioni civili.
Sulla giustizia: per il ripristino del falso in bilancio e per norme più forti contro la corruzione.
Ci fermiamo qui, i possibili punti di iniziativa sarebbero decine. Oltre tutto, non necessariamente destinati ad aprire conflitti col centrodestra: evenienza che sarebbe scorretto e pericoloso ricercare e provocare sistematicamente, ma che in parlamento può verificarsi perfino nelle maggioranze più coese, figuriamoci in questa.

Stefano Menichini
Europa