venerdì 3 maggio 2013

Il linguaggio della verità


Affinché l'esperimento Napolitano-Letta abbia successo, da subito devono essere raggiunte, e mantenute inseguito, due condizioni. 

Un atteggiamento realistico e responsabile verso la crisi economica, condiviso dai partiti che all'esperimento partecipano e continuamente ribadito nei confronti dei cittadini. Una attenuazione marcata dello scontro tra le due principali forze politiche della nostra Repubblica, una «messa tra parentesi» delle ragioni anomale che l'hanno alimentato fino ad oggi. Condizioni entrambe difficili da raggiungere e mantenere.

La prima discende da un'analisi corretta della crisi in cui versiamo. Non entro nel dettaglio delle misure che dovranno essere prese per reagire, sulle quali già si comincia a litigare, e mi limito alle loro premesse: non si uscirà dalla crisi, non si riprenderà a crescere, se non ci si convince che la causa di fondo sta in un grande ritardo di innovazione, efficienza, produttività in gran parte dei segmenti pubblici e privati del nostro sistema produttivo.
Ritardi accumulati in un lungo periodo di riforme mancate e non avvertiti a seguito dell'effetto anestetizzante dell'indebitamento e, prima ancora, della svalutazione del cambio. Indebitarsi e svalutare non è più possibile, e oggi possiamo distribuire per consumi e investimenti solo quanto riusciamo a produrre e vendere. È per questo che diventare più efficienti e competitivi è un imperativo categorico se vogliamo mantenere i livelli di benessere cui ci siamo assuefatti. Già li abbiamo intaccati e «il linguaggio sovversivo della verità» - quello che Napolitano ha raccomandato a Letta - impone che si dica ai cittadini che questi livelli potranno ridursi ancora, che ci aspettano anni di vacche magre durante i quali solo due obiettivi andranno perseguiti con ossessione: 1) il miglioramento della produttività e dell'efficienza in tutti i principali comparti del sistema; 2) in nome dell'equità, una ricalibratura del welfare indirizzata a lenire le aree di povertà che già si sono aperte e si allargheranno.

Letta non ha seguito fino in fondo la raccomandazione «sovversiva» di Napolitano, come neppure l'aveva seguita il precedente governo tecnico, quando suggeriva che rigore, crescita ed equità potessero essere tenuti insieme, e in tempi brevi. Non è così, non si rimedia facilmente a lunghi decenni di mancate riforme, e va tolta l'illusione che l'Europa possa svolgere un compito che è solo nostro: se va bene, può attenuare un poco l'austerità - e sarebbe già una forte manifestazione di fiducia verso i Paesi più deboli e verso il futuro dell'Unione se lo facesse - ma il compito di diventare più efficienti e competitivi dobbiamo addossarcelo noi. Il linguaggio «sovversivo» della verità non è facile per un politico, cui vengono più spontanee promesse miracolistiche al fine di acquistare consenso. Fare accettare «sudore, lacrime e sangue» riuscì a Churchill di fronte alla minaccia nazista: sembra impossibile possa riuscire a politici screditati e rissosi. Ma se la rissa si attenua, se c'è una comune assunzione di responsabilità nazionale, se la Grande Coalizione è intesa non come intollerabile rinuncia delle proprie identità di parte, ma come occasione eccezionale di servizio al Paese, se è accompagnata da una forte riduzione dei costi della politica e da una spietata lotta alla corruzione, forse anche i cittadini possono convincersi che i loro sacrifici non saranno sprecati.

Il secondo obiettivo di un governo politico di grande coalizione - attenuare l'esasperazione del conflitto tra il centrodestra «berlusconiano» e il centrosinistra «comunista» è importante di per se stesso ma è soprattutto essenziale al raggiungimento del primo, di un'analisi seria della crisi e di un progetto di riforme ad essa conseguente.Centrosinistra e centrodestra possono benissimo, quando è necessario, fare accordi comuni di governo: avviene ovunque. 
Ma quando all'inevitabile tensione tra questi due diversi indirizzi politici si aggiunge il conflitto non negoziabile tra berlusconiani e antiberlusconiani - conflitto solo italiano - ogni mediazione diventa impossibile, equesto il nostro Paese non può permetterselo oggi. Non si chiede a nessuna delle due parti di rinunciare alle proprie idee e ai propri giudizi, ma di ridurne le conseguenze politiche per un periodo limitato. Non un impossibile pacto de olvido - un accordo di dimenticanza e reciproca smobilitazione - ma una provvisoria e parziale messa tra parentesi del conflitto alla luce di un interesse superiore: ci sono riusciti grandi Paesi per conflitti normativi ben più drammatici - implicitamente ho menzionato la Spagna - e sarebbe incomprensibile se non ci riuscisse l'Italia.

Se e quando il M5S o Sel presenteranno in Parlamento una dura legge sul conflitto di interessi o se e quando Berlusconi sarà raggiunto da una condanna in uno dei tanti giudizi che ha in corso - entrambi eventi possibili, forse imminenti - vedremo come si comporteranno Pd e Pdl e se il mio auspicio in merito alla saggezza di questi partiti verrà confermato dai fatti.

Michele Salvati

giovedì 2 maggio 2013

3 Maggio, riunione di Circolo

A TUTTI GLI ISCRITTI E SIMPATIZZANTI DEL CIRCOLO PD DI MERATE

Si ricorda la prossima riunione di circolo è convocata per Venerdì 3 maggio 2013, ore 21.00, presso la sede del circolo PD di Merate, di Via Trento.

Vi aspettiamo

PD Merate

mercoledì 1 maggio 2013

Il Primo maggio: storia e significato di una ricorrenza

Origini del Primo maggio


Il 1° maggio nasce il 20 luglio 1889, a Parigi. A lanciare l'idea è il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese : 
"Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi". 
Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1 maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. 

Man mano che ci si avvicina al 1 maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento. 

"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1 maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!". 
Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perché non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere. 

Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1 maggio che per la domenica successiva, 4 maggio. 

In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva. 

Del resto si tratta di una scommessa dall'esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale - il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire - rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe. 

Proprio per questo la riuscita del 1 maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori,che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale. 

In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa. 
"La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista". 
Anche negli altri paesi il 1 maggio ha un'ottima riuscita: 
"Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Fiedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti". 
Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo. 
Il 1 maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".

Tra Ottocento e Novecento

Inizia così la tradizione del 1 maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. L'obiettivo originario delle otto ore viene messo da parte e lascia il posto ad altre rivendicazioni politiche e sociali considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento. 
Il 1 maggio 1898 coincide con la fase più acuta dei "moti per il pane", che investono tutta Italia e hanno il loro tragico epilogo a Milano. Nei primi anni del Novecento il 1 maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffraggio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.
Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ? 
Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1 maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1 maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa. 
Il 1 maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore. 

Il ventennio fascista

Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1 maggio. 
Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1 maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.

Dal dopoguerra a oggi

All'indomani della Liberazione, il 1 maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo. 
Appena due anni dopo il 1 maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio. 
Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.
Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato al progressivo abbandono delle tradizionali forme di celebrazione del 1 maggio. 
Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico, mentre il concerto rock che da qualche anno Cgil, Cisl e Uil organizzano per i giovani sembra aderire perfettamente allo spirito del 1 maggio, come lo aveva colto nel lontano 1903 Ettore Ciccotti: 
"Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l'interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa de'sensi; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa".

fonte: Cgil di Roma e del Lazio - Archivio Storico  "Manuela Mezzelani"