sabato 23 marzo 2013

De senectute

Proponiamo un articolo di Sansonetti, da "Il Foglio". Si può condividere o no... ma serve per un dibattito lucido.


Rottamare i vecchi politici? Come se la Juve licenziasse Pirlo e Buffon, anzi molto peggio.
La Juventus ha due fuoriclasse: Pirlo e Buffon. Sono tutti e due vecchi. La Juventus, per dare un segnale serio di rinnovamento, potrebbe licenziarli. Poi perderebbe lo scudetto e forse anche il secondo, il terzo e il quarto posto. Infatti non li licenzia e se li tiene stretti.

Il Pd aveva due soli fuoriclasse in squadra: Veltroni e D’Alema. Molto diversi tra loro – come Pirlo e Buffon – ma entrambi con qualità politiche di anni luce superiori a quelle del resto della squadra. Il Pd ha deciso che i loro sessant’anni – più o meno – sono troppi e li ha pensionati. Ha deciso di puntare su nomi nuovi: un certo Speranza (del quale non ricordo il nome di battesimo), Pietro Grasso, quel Galli di Confindustria, Gentiloni, Sassoli, Marino, Alessandra Moretti, eventualmente Saccomanni… Roba forte. Certo non hanno nessuna esperienza politica, certo, non sono mai stati tra il popolo, non hanno la scuola delle battaglie dure in assemblea, o nelle fabbriche, o in congresso, certo non hanno carisma, hanno poca dialettica, non si sono formati su degli ideali, non hanno studiato politica, non sono molto colti, magari non sanno neppure cos’è la perestrojka e non hanno letto – né sentito nominare – Lukács o Labriola… ma che conta tutto questo? Loro sono giovani o comunque sono neofiti della politica. E chi ha vinto le elezioni? Le ha vinte Grillo, si sa (anche se è arrivato terzo); e cosa vuole Grillo? I neofiti. Dunque, se vuoi combattere Grillo, devi giocare d’anticipo e mettere tu dei neofiti, eliminare tutti i leader e le donne e gli uomini carismatici e di esperienza, di qualità, e sostituirli con persone incolori, inesperte e senza nerbo. E così è stato.

Non mi preoccupo per Veltroni e D’Alema, messi alla porta senza una ragione (cosa hanno fatto di male? Hanno rubato, hanno ucciso qualcuno, hanno distrutto il loro partito? Non mi pare, Veltroni alle elezioni del 2008 ha preso un po’ più del 37 per cento dei voti, contro il 29 per cento di Bersani, e D’Alema, quando è stato segretario del partito, ha sbaragliato Berlusconi prima in Parlamento, nel 1995, e poi alle urne, nel 1996…). Mi preoccupo per l’ulteriore cerimonia di distruzione e di mortificazione della politica che si sta celebrando. Mettere un ragazzino sconosciuto di nome Speranza nel posto che fu di Ingrao, di Natta, di Napolitano, di D’Alema (e di Andreotti, di Moro, di Martinazzoli…) non è un gesto di rinnovamento, è una specie di superstizioso sacrificio rituale celebrato sull’altare del Dio Grillo e degli Dei grandi-giornali-borghesi. E’ la politica che si inginocchia di fronte all’antipolitica. E di conseguenza, e di riflesso – ed è il problema vero – è la politica che si umilia e si ritira chiedendo perdono e lasciando tutto la spazio agli altri poteri, soprattutto al potere dell’economia, della finanza, e ancor di più ai poteri stranieri. Quando la politica si ritira è il momento del ritiro anche della democrazia. Non vi fa paura? Siete soddisfatti che forse il grillismo imperante, e che sta dominando in tutti i partiti, porterà ad una forte riduzione dei costi della politica (lo 0,0-0,04 per cento del pil) anche se il prezzo da pagare sarà la sospensione o la fine della democrazia politica?

Che c’è di golpista nella piazza del Cav.?
Ditemi quello che vi pare, ma una cosa è chiara come il sole: per fare politica ad alto livello occorrono i professionisti della politica. Il resto è retorica. E il qualunquismo, forse, qualche volta un po’ serve, ma è inutile chiamarlo in un altro modo (rinnovamento, opposizione, democrazia diretta, eccetera eccetera), il qualunquismo si chiama qualunquismo e la democrazia politica democrazia politica. 



P.S. Chissà se un giorno qualcuno mi spiegherà perché convocare una manifestazione di protesta (contro la magistratura o contro l’elezione di un avversario politico al Quirinale) è antidemocratico. Io mi ricordo che ho iniziato a fare politica, un po’ più di 40 anni fa, manifestando a Palazzo di giustizia (credo contro l’arresto di Piperno e di Russo) e più tardi feci le manifestazioni contro l’elezione del presidente Leone, buonanima. Ero un golpista? Cosa c’entra questa osservazione con il mio lamento pro Walter e Massimo? C’entra, perché eliminare i leader politici e indignarsi contro chi usa la piazza è quasi la stessa cosa: odio per la politica allo stato puro. Un po’ come quello di Flores d’Arcais (quella volta che demmo l’assalto al palazzaccio, però, credo ci fosse anche lui…) che propone di raccogliere le firme per impedire al probabile capo dell’opposizione di sedere in Parlamento e per spingerlo a sedere su una panca di Regina Coeli.


di Piero Sansonetti

giovedì 21 marzo 2013

Ora si può voltare pagina


Laura Boldrini e Pietro Grasso. L’Italia che vuole il cambiamento, che ama la Costituzione, che combatte mafie e illegalità, che considera insopportabili le sofferenze dei più poveri, ha due presidenti delle Camere di cui andare orgogliosa. Se il voto ha prodotto uno scenario di incertezza, se la giornata d’esordio del nuovo Parlamento è stata confusa e inconcludente, ieri è stato un bel giorno di riscatto. Un giorno di speranza, che i discorsi dei neo-eletti hanno amplificato e abbellito. Proprio il 16 marzo, anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage degli uomini della sua scorta: allora, quell’attentato interruppe un processo democratico e deviò la storia nazionale verso esiti regressivi. Sarebbe bello se ora si aprisse davvero una pagina nuova, se, nella difficoltà, le istituzioni si mostrassero capaci di rispondere positivamente alla domanda di innovazione, alla richiesta di nuova politica, che le elezioni hanno espresso in modo dirompente.

Il Parlamento è profondamente rinnovato. Come mai era accaduto in passato. Sono le Camere più giovani d’Europa e finalmente la presenza femminile è vicina a un terzo del totale. Laura Boldrini e Pietro Grasso ne sono l’espressione migliore. Sono entrambi esordienti: l’elezione è arrivata appena dopo aver varcato le soglie delle aule. A loro è accaduto qualcosa di paragonabile soltanto ai tempi della Costituente: ma questo è esattamente il compito che attende la politica. Siamo nel mezzo di una crisi di sistema. Una crisi gravissima, che può portare l’Italia al collasso o alla divisione. Una crisi che ha già spezzato il circuito democratico, provocando sfiducia nella rappresentanza, nei corpi intermedi, nelle stesse istituzioni. Una crisi che intanto, nella società, allarga l’area delle povertà, delle sofferenze, dei lavoratori espulsi, dei giovani precarizzati, delle imprese senza credito e spesso costrette a chiudere perché lo Stato non paga neppure i suoi debiti.
In una crisi di sistema non si risponde con procedure ordinarie, né con arroccamenti. Il cambiamento è la sola via percorribile. Il Pd di Bersani – sbeffeggiato perché ha cercato fino all’ultimo di costruire con tutte le forze politiche (grillini compresi) un metodo condiviso di gestione del Parlamento – ha risposto ai no di Grillo, di Monti e degli altri proponendo due nomi che nessuno si aspettava. Due novità, due persone con valori forti e, al tempo stesso, con un forte senso delle istituzioni. Non una mossa per demolire, o per compiacere. Ma un cambiamento per ricostruire.
Laura Boldrini l’abbiamo conosciuta mentre si batteva per i diritti dei profughi e dei rifugiati: gli ultimi, i più deboli, quelli a cui viene negato persino il diritto alla dignità. Pietro Grasso l’abbiamo conosciuto alla frontiera dello Stato che combatte la criminalità organizzata: un magistrato impegnato – che ha messo in gioco la sua vita dopo aver visto morire suoi amici, servitori della legge come lui – e insieme un magistrato equilibrato, che ha sempre avuto a mente la divisione dei poteri segnata dalla nostra civiltà democratica. Vorremmo dire che sono nostre bandiere. Ma sappiamo che da oggi saranno anzitutto chiamati a mostrare la loro imparzialità e la fedeltà alla Costituzione, che è di tutti e non solo nostra.
Il Pd avrebbe potuto reagire al fallimento delle trattative con candidature di esperienza e di partito. Non lo ho fatto perché aveva in mente il fallimento della legislatura 2006-08. Ma non lo ha fatto anche perché ha capito che nel cambiamento stavolta si gioca il destino del Paese, e non solo il proprio. Il Movimento di Grillo si è comportato in Senato come i vecchi dorotei: ha dato indicazione per la scheda bianca; ha corso il rischio di favorire l’elezione di Schifani; qualcuno dei suoi senatori, nel segreto dell’urna, ha fatto il franco tiratore. I Cinque Stelle hanno preso troppi voti per sottrarsi alle responsabilità: non possono scappare. E per questo emergono al loro interno i primi segni di un salutare scontro politico. Su alcuni temi diranno la loro, e chiameranno gli altri a pronunciare dei sì e dei no. Ma ci saranno occasioni importanti in cui toccherà a loro decidere se stare dalla parte del centrosinistra oppure di Berlusconi. E la prima occasione sarà molto probabilmente il voto sul governo Bersani.
Il segretario del Pd ha fatto capire ieri che intende proporre un governo di alto profilo. Che il cambiamento delle politiche sarà radicale perché riguarderà l’Europa, il lavoro, l’etica pubblica, la sobrietà della politica e dei partiti. E che i suoi ministri somiglieranno a Laura Boldrini e Pietro Grasso. Sarà un governo parlamentare, senza maggioranza precostituita, perché così hanno voluto gli elettori. È una difficoltà, certo. Ma anche un’opportunità per rafforzare il Parlamento. Dopo l’elezione di questi due presidenti, è ora necessario che tutte le forze politiche siano rappresentate negli uffici di presidenza e nelle questure delle Camere, che la trasparenza sia massima, che la presidenze delle commissioni siano ripartite in proporzione alla consistenza dei gruppi. Sarebbe un’innovazione straordinaria, un rilancio del ruolo del Parlamento dopo le umiliazioni degli ultimi vent’anni.
Tutti dovranno pronunciarsi. Proporre in alternativa un governissimo, o un qualcosa di simile al governo Monti, sarebbe un suicidio. I gruppi parlamentari, compreso il M5S, non potranno sottrarsi alla responsabilità. Non è necessario che votino la fiducia. Devono dire se preferiscono sfidare Bersani e il Pd sul rinnovamento del Paese, oppure giocare allo sfascio portando l’Italia a nuove elezioni. Da ieri, però, abbiamo una speranza in più.

Claudio Sardo
L'Unità

martedì 19 marzo 2013

Discorso di insediamento a Presidente della Camera di Laura Boldrini

Sabato 16 marzo 2013

Discorso di insediamento a Presidente della Camera di Laura Boldrini 

Care deputate e cari deputati, permettetemi di esprimere il mio più sentito ringraziamento per l’alto onore e responsabilità che comporta il compito di presiedere i lavori di questa Assemblea. 
Vorrei, innanzitutto, rivolgere il saluto rispettoso e riconoscente di tutta l’Assemblea e mio personale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che è custode rigoroso dell’unità del Paese e dei valori della Costituzione repubblicana. 
Vorrei, inoltre, inviare un saluto cordiale al Presidente della Corte costituzionale e al Presidente del Consiglio. Faccio a tutti voi i miei auguri di buon lavoro, soprattutto ai più giovani, a chi siede per la prima volta in quest’Aula. 
Sono sicura che, in un momento così difficile per il nostro Paese, insieme riusciremo ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane. 
Vorrei rivolgere, inoltre, un cordiale saluto a chi mi ha preceduto, al Presidente Gianfranco Fini, che ha svolto con responsabilità la sua funzione istituzionale. 
Arrivo a questo incarico dopo avere trascorso tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera. Farò in modo che questa istituzione sia anche il luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno. 
Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa Aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno. Questa Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia. 
Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore, ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento. 
Dovremo stare accanto a chi è caduto senza trovare la forza o l’aiuto per rialzarsi, ai tanti detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante, come ha autorevolmente denunziato la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. 
Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di smarrire perfino l’ultimo sollievo della cassa integrazione, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato, ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana (Applausi) e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce ogni giorno gli effetti della scarsa cura del nostro territorio. 
Dovremo impegnarci per restituire fiducia a quei pensionati che hanno lavorato tutta la vita e che oggi non riescono ad andare avanti. 
Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la ricchezza interiore e inesplorata di un disabile. 
In Parlamento sono stati scritti questi diritti, ma sono stati costruiti fuori da qui, liberando l’Italia e gli italiani dal fascismo. 
Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e per questa democrazia. Anche con questo spirito siamo idealmente vicini a chi oggi a Firenze, assieme a Luigi Ciotti, ricorda tutti i morti per mano mafiosa. Al loro sacrificio ciascuno di noi e questo Paese devono molto. E molto, molto, dobbiamo anche al sacrificio di Aldo Moro e della sua scorta, che ricordiamo con commozione oggi, nel giorno in cui cade l’anniversario del loro assassinio. 
Questo è un Parlamento largamente rinnovato. Scrolliamoci di dosso ogni indugio nel dare piena dignità alla nostra istituzione, che saprà riprendersi la centralità e la responsabilità del proprio ruolo. Facciamo di questa Camera la casa della buona politica, rendiamo il Parlamento e il nostro lavoro trasparenti, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani. 
Sarò la Presidente di tutti, a partire da chi non mi ha votato. Mi impegnerò perché la mia funzione sia luogo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese. L’Italia fa parte del nucleo dei fondatori del processo di integrazione europea. Dovremo impegnarci ad avvicinare i cittadini italiani a questa sfida, a un progetto che sappia recuperare per intero la visione e la missione che furono pensate con lungimiranza da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, appunto un luogo della libertà, della fraternità e della pace. 
Anche i protagonisti della vita spirituale e religiosa ci spronano ad osare di più. Per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente dalla fine del mondo. 
A Papa Francesco il saluto carico di speranza di tutti noi. Consentitemi un saluto anche alle istituzioni internazionali, alle associazioni e alle organizzazioni delle Nazioni Unite, in cui ho lavorato per 24 anni, e permettetemi, visto che questo è stato fino ad oggi il mio impegno, un pensiero per i molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce. Un mare che dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni. 
Sento forte l’alto richiamo del Presidente della Repubblica sull’unità del Paese. Un richiamo che quest’Aula è chiamata a raccogliere con pienezza e convinzione. La politica deve tornare ad essere una speranza, un servizio, una passione. 
Stiamo iniziando un viaggio, oggi iniziamo un viaggio: cercherò di portare, assieme a ciascuno di voi, con cura e umiltà, la richiesta di cambiamento che alla politica oggi rivolgono tutti gli italiani, soprattutto i nostri figli. Grazie.