sabato 12 gennaio 2013

L'arena televisiva come Sanremo


Ieri mattina sembrava il day after dei vecchi Festival di Sanremo, quando Claudio Villa sfidava Toni Dallara sulle petunie calpestate dalla folla all'ingresso del Teatro Ariston. Come allora, terminata la gara più sgangherata del mondo, non duello ma duetto, gli italiani, e soprattutto quelli - smarriti - di sinistra, si sono messi a dire che "Silvio Berlusconi ha vinto" e a spiegare perché "Michele Santoro ha perso".

E "come mai Travaglio, che finalmente ce l'aveva davanti, ha sì recitato la sua pungente letterina, ma non gli ha fatto neppure una domanda, una sola?".

Scritturati dallo stesso impresario come due vecchie glorie, Santoro e Berlusconi hanno avuto ben nove milioni di spettatori, come la partita Italia-Germania. Ai tempi dell'editto bulgaro, quando nacque l'Epica, ciascuno di loro otteneva la stessa audience inseguendosi senza mai incontrarsi. È vero che già si cibavano l'uno dell'altro, ma delegittimandosi. E Berlusconi reagiva da padrone arrogante. Rancoroso, sproporzionato e ridicolo, licenziò Santoro con una censura che ne rivelò l'ossessione. Insomma un faccia a faccia il Berlusconi di allora non l'avrebbe mai concesso per la semplice ragione che non vedeva ancora il suo tramonto: era vincente. Le simulazioni di guerra sono debolezze da sconfitto, risorse da pensionato. Berlusconi sa di non potere vincere le elezioni e dunque vampirizza Santoro il quale, a sua volta, capisce che solo vampirizzando Berlusconi può rinfrescare la ragione sociale della ditta: uno così non riuscirà mai più a fabbricarselo. Dunque Berlusconi che dice di Travaglio "io sono il suo core business" è anche il personaggio che finalmente si consegna al suo autore. 

Ed è stato spettacolo, mai giornalismo. Si punzecchiavano ma ammiccavano: sulle ragazze pagate, sui soldi alla moglie, e "le relazioni che lei ha a Bari, ehm ehm", e "va bene, lo sappiamo che secondo lei i giudici sono comunisti". Era giostra e non sfida: "Lei, Santoro, si sta scavando la fossa", "deve tornare alle scuole serali", "ma siamo a Zelig?" "no, Zelig è lei". Quando poi Berlusconi si è seduto al posto di Travaglio, la doppiezza dei ruoli è diventata plastica, sembrava Marzullo, quello del "si faccia una domanda e si dia la risposta", la prosecuzione del marzullismo con altri mezzi: "Lo faccia stare lì, così lo guardo in faccia". Anche quel pulire la sedia (video) è una triste gag di avanspettacolo, la tipica trovata del filodrammatico in sintonia con il suo pubblico e con tutta la compagnia. E infatti se osservate le foto di scena e quelle del backstage è tutto un sorridersi di compiacimento e di soddisfazione per averlo lì, per avere l'orso nel sacco.

Santoro del resto ha cominciato la puntata con la canzone "Granada" e poi uno sconnesso sproloquio che non ho lo spazio per riprodurre interamente: "È finito il tempo dei toreri", e "abbiamo abbandonato la città di Granada", ma "c'è il pensiero unico e l'austerità alla McDonald's" e poi "la città di Vienna" e, "il bon ton austroungarico di Lilli Gruber" ma "se guardate bene questi tubi Innocenti vedrete un'altra città in costruzione, non di quelle con le casette tutte uguali" perché "lì c'era Hitler seduto sul vasino e la mamma che gli diceva "non sporcare, fai la cacca qua!"", e dunque "Servizio Pubblico è pubblico", "anche per Berlusconi?", "anche per Berlusconi!" ... Insomma una tiritera che sembrava il "glicerofosfatobromotelevisionatodittitìbicarbonato ... grammi zero zero tre" e invece si concludeva con "Chisto è o paese do sole / chisto è o paese addò tutte e parole, sò sempre parole d'ammore...". E forse voleva dire che quando cantava "Bella ciao" era il tempo della guerra civile mentre oggi è il tempo del dopoguerra, il tempo di "scurdammoce o passato".

È il tempo insomma dei nemici che, ridotti a compari nello scontro postumo, che non è corrida ma rodeo, si sono legittimati a vicenda come gli anziani, sformati e grassi Buffalo Bill e Toro Seduto che, nel famoso film di Altman, ripropongono il combattimento del Selvaggio West ma sotto il tendone da circo, quando "ormai molte lune hanno logorato il Grande Spirito" e i malinconici complici hanno esaurito i proiettili l'uno, e le frecce l'altro. E "tutti questi che stanno davanti a loro compongono il più magnifico spettacolissimo che si sia mai visto al mondo. Augh!". 

Obbediscono dunque alla medesima regia, ma anche alla stessa idea di televisione come imbonimento, e di politica come patacca populista fabbricata in studio. E infatti, grazie a Santoro, Berlusconi è pure cresciuto di due punti nei sondaggi che nemmeno dieci "Porta a Porta" più un Minzolini a rotazione continua. 

Il momento più alto di questa complicità politica, a conferma che il populismo è uno solo, Michele Santoro l'ha raggiunto con una zampata da vecchio frequentatore di assemblee. Ha infatti scavalcato Berlusconi concedendo circa venti minuti ad una efficacissima imprenditrice del Nord che si è esibita nel peggiore repertorio populista contro l'Europa e contro l'euro, una rabbia sociale da berlusconiana delusa che inutilmente Paolo Del Debbio, l'aspirante Santoro di Mediaset, cerca da un'intera stagione frugando tra i cattivi umori dei mercati a caccia del cittadino medio. E infatti mentre questa signora, Francesca Salvador, parlava, Berlusconi annuiva, la assecondava e la rincuorava: "La signora ha ragione ed esprime lo stato d'animo degli imprenditori del Nord". Lei gli rimproverava di averli abbandonati buttandoli tra le fauci di Mario Monti e Berlusconi la sondava e con lo sguardo esperto di chi fa casting la riconosceva come una sua pecorella smarrita. Mai vista una propaganda demagogica così ben confezionata.

Del resto tutta la puntata era costruita sul populismo. Santoro offriva la piazza e Berlusconi la occupava da piazzista. C'è stato un tempo in cui Santoro mandava le sue telecamere tra gli operai arrabbiati di Sesto San Giovanni e tra i contadini dismessi delle periferie di Palermo, ieri li ha mandati tra i piccoli imprenditori del Bresciano, ex elettori di destra in cerca di casa politica. Insomma pane per Silvio Berlusconi che ha infatti ringraziato così: "Servizio impeccabile". 

E poi c'è la lite finale. Santoro si è arrabbiato perché Berlusconi ha minuziosamente elencato le condanne di Travaglio in sede civile spacciandole per penali: "Avevamo concordato che in questa trasmissione non si doveva parlare di processi". Si dimostra così che Berlusconi non sta ai patti (sai la novità!) ma che anche la trasmissione di Santoro è organizzata concordando argomenti, modi e chissà cos'altro come una qualunque puntata di "Porta a Porta". Ed è proprio questo che alla fine gli ha disegnato il suo amico Vauro.

FRANCESCO MERLOrepubblica.it

venerdì 11 gennaio 2013

LA UE DA’ RAGIONE AL PD SULL’IMU


LA UE DA’ RAGIONE AL PD SULL’IMU: FIN DALL’INIZIO IL PD PROPOSE A MONTI (PRIMA DEL DECRETO SALVA ITALIA) DI ALLEGGERIRE L’IMU PER I PIU’ DEBOLI AFFIANCANDOLA CON UN’IMPOSTA PERSONALE SUI GRANDI PATRIMONI IMMOBILIARI.
L’Unione europea ha bocciato l’Imu, sottolineandone la mancata equità. E’ la conferma della bontà della proposta del Pd che fin dall’inizio (prima ancora che monti varasse il decreto Salva Italia) propose di abbassare questa imposta voluta e approvata dal governo Berlusconi per i cittadini meno abbienti e di compensare questa operazione con un’imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari. E dunque esattamente con una forma di progressività del prelievo sugli immobili, proprio come sostiene l’Europa.
Prevederne oggi la cancellazione (ma si ricordi l’Imu fu approvata dal governo Berlusconi nell’ambito delle leggi sul federalismo fiscale) è una inutile quanto pericolosa promessa elettorale: l’andamento dei conti pubblici non consentirebbe questa decisione, senza contare che un’imposta sugli immobili esiste in tutto il mondo occidentale. Ma l’Imu si può rendere più equa e meno pesante sulla prima casa dei meno abbienti. Attenzione alle definizioni che sulle proposte del Pd sull’Imu daranno i diversi quotidiani in vista della campagna elettorale.

Da L’Unità, articolo di Massimo D’Antoni:
http://pdonline.ecostampa.net/rassegna/imgrsnew.asp?numart=1Q4WD4&annart=2013&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1&isjpg=S&small=N&usekey=B1RPIP6AOGLXI&video=0

giovedì 10 gennaio 2013

Un'agenda per la sinistra

Forse per la sinistra è giunto il momento di togliere lo sguardo dall'Agenda Monti, di sottrarsi alla sua malia, di vedere le opportunità che sempre s'annidano nei disinganni. Che il premier non sia un uomo sopra le parti, la sinistra ormai lo sa, lo vede. L'incanto s'è rotto, Monti salendo in politica è sceso dal piedistallo dove era stato messo, e questo dovrebbe spingere le sinistre coalizzate a concentrare tutte le forze, le attenzioni, su quello che hanno da dire e offrire in proprio.
Da dire e offrire a proposito della crisi e dei modi di uscirne, del Welfare e dello Stato di diritto da salvaguardare, dell'Europa e di un mondo non più egemonizzato dalla potenza Usa ma non compiutamente multipolare.
Vero è che Monti coltiva sottilmente l'ambiguità: vorrebbe essere al tempo stesso uomo di parte e uomo estraneo alle parti. Vorrebbe entrare in politica guidando un centro liberista e contando umilmente le proprie forze, e al tempo stesso ignorare i numeri, imporsi come premier futuro anche se la sinistra raccoglierà più voti. L'umiltà si mescola all'hybris, alla dismisura, e la malia continua. Lui l'alimenta con ragionamenti intelligenti, insidiosi e assai disinvolti. Il voto, il popolo sovrano, le tradizioni democratiche: ai suoi occhi pesano relativamente, se l'approdo ha da essere comunque un Monti bis.
Tanto più dovrebbero contare - il voto, il popolo sovrano - agli occhi di chi vuol salvare quel che la democrazia esige: il contrapporsi di programmi diversi su come saranno governate, e con quale visione della crisi, l'Italia e l'Europa. Uscire dall'emergenza unanimistica è l'imperativo più urgente, se in Italia ha da ritornare la politica, e l'opera di disinganno comincia da qui: con la rinascita di una destra e una sinistra. È un disinganno duro per Monti, che congedandosi dalle proprie malie vorrebbe salvarne una, almeno: quella dell'emergenza. L'emergenza come lui ambiguamente la racconta è al contempo finita e infinita: finita grazie al suo governo, infinita essendo che domani ci sarà ancora bisogno di lui, uomo provvidenziale chiamato a fronteggiare uno stato di pericolosità pubblica che non scema.
Sono ambiguità che vale la pena smantellare, se si vuol uscire dal mito antidemocratico di un centrismo che regna immobile, senza confrontarsi con idee alternative né con alternanze di governo, perché al di fuori del proprio perimetro non conosce altro che "ali estreme", da tagliare o silenziare. Una sorta di repubblica moderatamente radicale, che ricorda la Restaurazione del regno nella Francia dell'800: "Nazionalizzare il monarca e monarchizzare la nazione", tale era il suo motto.
A simili equivoci, Partito democratico e Sel hanno un modo di rispondere: mettendo in risalto quel che è differente e nuovo nelle proprie agende. Pensando se stessi a prescindere dal centro con cui toccherà negoziare, se l'ascesa di Monti ci restituirà camere ingovernabili. Sentimenti gemelli come l'illusione o la disillusione sono rischiosi, in politica. Meglio trattare Monti come normale rivale, puntare sulla sua umiltà più che sulla sua hybris, e contrapporre alla sua forza la propria, nel duello. Ha detto il premier: "Spero che Bersani convinca, ma non vinca". È una scommessa sull'ingovernabilità dell'Italia, che però fotografa la realtà: infatti Bersani convince, senza dar l'impressione di voler vincere. Purtroppo la sua agenda somiglia parecchio a quella di Monti, come rammenta Eugenio Scalfari. Nelle prossime settimane converrà dire in che cosa le sinistre dissomigliano dalla destra, e dal centro. Converrà anche rivedere alcuni successi di Monti. È vero: a Bruxelles fu ottimo commissario alla concorrenza, quando s'accapigliò con Microsoft. Non risulta che abbia combattuto con pari vigore l'assenza di concorrenza nell'informazione televisiva italiana. La lotta all'evasione c'è, ma non all'altezza dei proclami. Nel 2012 gli introiti (6,4 miliardi) sono aumentati di mezzo miliardo rispetto al 2011: appena un centesimo dell'evasione annua (120 miliardi). 
Le politiche di rigore sono il primo punto da discutere. In Europa non esiste solo la linea Monti, o Merkel. Lo stesso Fondo Monetario, con insistenza crescente, sta rivedendo strategie troppo cocciutamente difese. La tesi, esposta una prima volta nell'ottobre scorso, è che un errore grave è stato compiuto, dai neo-liberisti intenti a salvare l'euro. L'errore consiste nell'aver creduto che il rigore non avrebbe compresso oltre misura sviluppo e occupazione. Olivier Blanchard, direttore dell'ufficio studi del Fondo, conferma in un rapporto dell'inizio 2013 che i calcoli sono stati sbagliati (almeno nel breve termine, ma il breve termine è tempo lungo per le società): i tagli alla spesa pubblica hanno avuto effetti depressivi - sulla domanda interna, sulla crescita, sullo stesso debito pubblico - molto più ampi del previsto. Sul Washington Post del 3 gennaio, Howard Schneider parla di mea culpa dei vertici Fmi, e di una "tempesta nei circoli econometrici": degli economisti che, con Monti, basano le previsioni su modelli matematici. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd tanto vituperato da Monti, ha richiamato l'attenzione sulla svolta del Fondo sin dal 12 ottobre 2012. Chi, nel suo partito, riprende i suoi argomenti per meglio confutare l'Agenda Monti?
In Europa Fassina non è solo. Sono inquieti i portoghesi: il Presidente Cavaco Silva vuole che la Corte costituzionale si pronunci sui piani di austerità, visto che "esistono fondati dubbi sulla giustizia nella distribuzione dei sacrifici tra i cittadini". È irritato il governo irlandese, costretto a sacrifici (per rifinanziare le proprie banche) non più chiesti, oggi, a Madrid. Il primo a dissentire dalla trojka (Unione europea, Bce, Fmi) fu George Papandreou in Grecia: disse che la crisi era politica più che finanziaria, e poteva esser vinta solo se l'Europa cambiava alle radici, evitando che le discipline nei singoli paesi accentuassero povertà e disuguaglianza. Fu silenziato, divenne un paria. In Europa lo ascoltarono solo i Verdi.
Costruire un'Europa diversa è la principale discriminante, oggi, fra progressisti e liberisti. Non è vero che centro e sinistre difendono la Federazione in egual modo. Monti non pronuncia la parola, nell'Agenda. Mentre la pronunciano Vendola e Bersani, che chiedono gli Stati Uniti d'Europa e un governo federale dell'eurozona. Volere la Federazione non è battaglia marginale: significa dare all'Unione i mezzi politici e finanziari per contrastare la crisi non solo nella solidarietà, ma predisponendo piani comuni di rilancio finanziati da comuni risorse. Al momento vincono i minimalisti: il bilancio non ha da crescere, ordina Londra, imitata da Germania, Olanda, Finlandia, Svezia. L'Italia difende le spese che ci sono destinate, senza esigere incrementi di bilancio.
Anche in politica estera la posizione può divenire discriminante. Si tratta di dare all'Europa nuovi compiti, non più dipendenti dalla potenza americana in declino: soprattutto nel Sud Mediterraneo, dove le primavere democratiche non sono finite ma stanno appena ora cominciando. Si parla molto di credibilità italiana all'estero, e di sicuro oggi la nostra voce è meno svilita. Ma voce per dire che, sul mondo?
Ci sono alcuni punti infine, nell'Agenda Monti e nelle decisioni del premier, che non sono affatto di destra: fra questi il reddito minimo, o la decisione di escludere dalla propria lista gli inquisiti, oltre ai condannati. Una sinistra che voglia non solo convincere, ma vincere, non può limitarsi a criticare il rivale-avversario. Che si mostri ancora più progressista di lui, che non gli lasci l'esclusiva delle politiche buone. Che aggiunga alle proprie agende quel che Monti visibilmente omette: la difesa strenua della laicità e dei diritti, compreso il diritto di cittadinanza degli immigrati nati in Italia. Se non lo fa, vuol dire che è ancora preda delle malie del premier e dei suoi incantamenti.

Barbara Spinelli

mercoledì 9 gennaio 2013

Sempre quelli

Ieri il segretario della Lega Nord Maroni ha tenuto una conferenza stampa per illustrare i contenuti del rinnovato patto con il Pdl che vedrà Silvio Berlusconi nuovamente leader della coalizione di centrodestra. 
Un patto in cui il candidato premier sarà scelto solo dopo le elezioni perché le due forze politiche non hanno trovato un accordo. 
Le facce sono le stesse e gli slogan pure: prima c’erano le fantasie secessioniste di Bossi, ora gli inciuci di Maroni, ma la sostanza non cambia.
Dopo vent’anni che il Cavaliere e il Carroccio si prendono, lasciano e riprendono, la minestra che propongono agli italiani è ormai rancida e immangiabile. Anche il progetto di macroregione del Nord è solo una scatola vuota, una variante “moderna” del mito separatista padano, buono appena per la campagna elettorale. Il Carroccio chiacchieri meno e cominci a impegnarsi nei progetti concreti per lo sviluppo del Nord, investendo sulle macroregioni europee, vero strumento per costruire un’Europa politicamente ed economicamente più forte.

On. Debora Serracchiani

martedì 8 gennaio 2013

Ma le tasse vanno ridotte non trattenute

La mossa era nell’aria da qualche giorno, e alla fine le cose sono andate come previsto. Dopo aver giurato e spergiurato «mai più con Berlusconi» la Lega è tornata all’ovile: si presenterà insieme al Pdl sia in Lombardia sia alle elezioni politiche nazionali. La base dell’accordo è chiara sul piano politico, molto meno sul piano tecnico. 
L’obiettivo politico sottoscritto da Maroni e Berlusconi è di trattenere in Lombardia il 75% delle tasse versate dai cittadini lombardi, e di arrivare entro la fine della prossima legislatura alla costituzione della macroregione del Nord, formata da Lombardia, Veneto, Piemonte ed eventualmente altre regioni. Sul piano tecnico, invece, è buio totale. 
Non è chiaro che cosa si intenda per tasse (tutte le imposte, tasse e tariffe? Solo le imposte locali o anche quelle nazionali?), non è chiaro in che modo si sia giunti a valutare che in Lombardia attualmente resterebbe solo la metà delle tasse riscosse. Soprattutto, nulla si dice su un punto decisivo: in che modo il nuovo progetto fiscale nordista si innesterebbe sulla realtà del federalismo in atto, quello voluto dalla Lega con la legge 42 del 5 maggio 2009, e che tra mille ritardi e pasticci sta entrando in funzione da qualche anno e dovrebbe andare a regime alla fine di questo decennio, cioè tra ben 7 anni. 
Ho il sospetto che questa lacuna non rifletta solo la consueta superficialità dei nostri politici, abituati a confondere slogan e disegni di legge, ma sia dovuta alla cattiva coscienza della Lega e del Pdl. Se ce la raccontassero tutta, i politici che ora propongono quest’ennesima versione del federalismo dovrebbero anche ammettere alcuni notevoli fallimenti e sciatterie del passato. 
Ricapitoliamo. Il primo tentativo della Lega di introdurre il federalismo risale al 2005, e consiste in una legge costituzionale, la cosiddetta devolution, approvata in Parlamento senza la maggioranza dei 2/3. Questo tipo di federalismo muore in culla, sotto la scure del referendum confermativo che lo cancella nel 2006. L’anno dopo, nell’estate del 2007, la Regione Lombardia propone un disegno di legge federalista, che diventa uno di punti programmatici dell’intero centro-destra alle elezioni politiche del 2008. Una volta vinte le elezioni, tuttavia, Lega e Pdl abbandonano il progetto su cui avevano chiesto il voto degli elettori, e varano una legge molto diversa, la legge 42 del maggio 2009, che è quella attualmente in vigore. 
Poi, dopo l’approvazione di quella legge, introducono varie norme e decreti che modificano ancora una volta il federalismo, dilatandone i tempi di attuazione fino al 2019. E infine, ultima tappa, la trovata di ieri: un progetto la cui filosofia ricalca la vecchia proposta del 2007 della Regione Lombardia, poi rinnegata da Lega e Pdl appena approdati al governo. 
Difficile non essere sconcertati. Ho passato anni a chiedere alla Lega perché avesse abbandonato il progetto della Regione Lombardia, discutibile nei dettagli ma, a mio parere, ragionevole nell’impostazione, e mi hanno sempre risposto che avevano bisogno del consenso della sinistra, e che per ottenerlo erano stati «costretti» ad annacquare il federalismo. Adesso, come minimo, mi piacerebbe sapere come mai ritornano a un progetto che avevano già abbandonato e che, guarda caso - proprio come nel 2008 - agitano in campagna elettorale, senza porsi il problema della sua attuabilità in Parlamento. Insomma, la mia impressione è che la Lega da molto tempo non sia più federalista, e che il 75% di tasse trattenute al Nord sia solo uno slogan per intercettare il malcontento degli italiani, ancora sotto shock per la grandinata di tasse dell’ultimo anno. E mi conferma in questa idea (un po’ maliziosa, lo ammetto), l’uso del verbo «trattenere». 
Trattenere significa non mandare a Roma, e fin qui tutto bene, almeno per chi crede che i produttori - lavoratori e imprese - siano ingiustamente vessati in Italia. Ma trattenere può significare anche lasciare al cosiddetto territorio e ai suoi amministratori locali, di cui Maroni - come governatore della Lombardia - si candida ad essere l’esponente più importante, al posto del tramontante o tramontato Formigoni. In breve, trattenere può voler dire lasciare sì i soldi in Lombardia, ma perché i suoi politici li spendano meglio dei politici di «Roma ladrona». Già in occasione della ventilata (e osteggiata dalla Lega) abolizione della province, la Lega ha dato ampia prova della sua mutazione in partito del governo locale, che tutela innanzitutto gli interessi dei suoi amministratori, anche loro - come quelli degli altri partiti - affamati di quattrini da trasformare in spesa pubblica. 
Ecco, non vorrei che andasse a finire così. Non credo che sarà facile costruire la macroregione o euroregione del Nord, ma se mai ci si riuscisse sarebbe davvero triste che vent’anni di battaglie federaliste finissero in maggiori risorse a beneficio del ceto politico del Nord. Perciò - per favore - cambiate quel verbo. Per far ripartire la locomotiva del Nord le tasse non vanno «trattenute», bensì «restituite». Il che, in italiano, si dice in modo ancora più semplice: le tasse vanno abbassate. Così è più chiaro.

LUCA RICOLFI
La stampa.it

lunedì 7 gennaio 2013

Destra e sinistra pari non sono

Si sperava che la salita in politica di Mario Monti fosse, a partire dalla scelta delle parole, l'esatto contrario della discesa in campo di vent'anni fa. Un'azione in grado di elevare il tasso di modernità, concretezza e stile europeo nella lotta politica italiana, avvinghiata a furori ideologici d'altri tempi. Spostare insomma il centro del dibattito dall'eterno "chi" all'attuale "che cosa".
La speranza per ora è vana. Il Monti leader ha riscoperto il politichese e parla con il linguaggio di un vecchio democristiano. Con in aggiunta un po' di sussiego professorale.
Monti non dice che cosa bisogna fare per uscire dalla crisi, ma chi lo deve fare, ovviamente lui, e chi deve stare fuori. L'elenco è piuttosto lungo, dall'esperto di economia del Pd, Stefano Fassina, alla Cgil di Susanna Camusso, passando per Sel di Nichi Vendola. Il compito assegnato a Bersani, in vista di un'alleanza del centro con il Pd, è di "tagliare le estreme". Dev'essere una versione aggiornata del preambolo di Donat Cattin, se non che i dorotei mai avrebbero usato il termine "silenziare".
Quanto alla concretezza, Mario Monti si richiama all'agenda omonima, si definisce riformista e tanto basta. Peccato che non basti affatto. Riforme e ora anche "agenda Monti" sono parole che non significano nulla. Ormai anche gli amministratori di condominio, all'atto dell'insediamento, si dichiarano riformisti. Da un ventennio il riformismo è sulla bocca di tutti i leader politici italiani, nessuno escluso, e di riforme non se n'è vista l'ombra. Non si può neppure più ascoltare la retorica del "sinistra e destra ormai non esistono più". La destra esiste eccome, nessuno lo sa meglio degli italiani che l'hanno sperimentata al governo per molti anni, con i risultati noti. Ed esiste perfino la sinistra, anche se non sembra, tanto che Monti la vuole "silenziare". Chi sostiene che destra e sinistra non esistono più di solito è di destra, ma non lo vuole ammettere.
Se la salita in campo di Monti doveva servire a riciclare tutti i luoghi comuni dell'ultimo ventennio politico, il professore poteva risparmiarsela. Soprattutto poteva risparmiarla a una nazione che di luoghi comuni sta morendo. Da due decenni l'Italia politica si accapiglia su nominalismi e personalismi ridicoli, mentre il resto del mondo marcia a una velocità pazzesca e le mappe del potere e della ricchezza sono cambiate più che nel secolo precedente.
Da un premier che ha saputo risollevare e modernizzare l'immagine dell'Italia all'estero non ci aspettiamo un'altra lista con nome e cognome e l'ennesima raffica di slogan senza senso, ma finalmente una visione chiara del futuro del Paese. Che cosa fare con tasse, salari, pensioni, rendite, banche, politica industriale, istruzione e ricerca. Roba vera, concreta.
È tempo di scelte che possono essere, quelle sì, di destra o di sinistra. Il professor Monti dovrebbe comunicare agli elettori quali sono le sue. Altrimenti poteva rimanere sereno nel suo seggio di senatore a vita a Palazzo Madama, aspettare un'investitura al Quirinale e lasciare il compito di guidare il centro a Casini, che è un democristiano doc e a non scegliere è bravissimo anche da solo. Come testimonia del resto una lista centrista che va politicamente da Fini agli ex comunisti, socialmente dal salotto di Montezemolo alla comunità di Sant'Egidio.

Curzio Maltese
Repubblica

domenica 6 gennaio 2013

Io sono un conservatore

Conservatori. È l'accusa che Mario Monti ha rivolto a Stefano Fassina, Nichi Vendola. E a Susanna Camusso. I quali, da tempo, avevano imputato al Professore, questo stesso peccato capitale. Monti: colpevole di essere un "conservatore". Perché i conservatori, in Italia, sono impopolari. E stigmatizzati. Da sinistra, ma anche da destra. Nessuno che ammetta di esserlo. 


Ebbene, vorrei fare coming out. Io sono un conservatore. Non riesco ad ad accettare i sentieri imboccati dal cambiamento. Molti, almeno. Il paesaggio urbano che mi circonda. E mi assedia. La plaga immobiliare che avanza senza regole e senza soste. L'indebolirsi delle relazioni personali e dei legami comunitari. Il declino dei riferimenti di valore  -  perfino di quelli tradizionali. La famiglia ridotta a un centro servizi, a un bunker sotto assedio. La retorica dell'individualismo esibizionista e possessivo. Che ci vuole tutti imprenditori  -  di se stessi. La Rete come unico "spazio" di comunicazione. Gli smartphone che rimpiazzano il dialogo fra persone. I tweet al posto delle parole. La relazione senza empatia. Le persone sparse che parlano  -  e ridono, imprecano, mormorano - da sole. 

In tanti intorno a un tavolo, oppure seduti, uno vicino all'altro. Eppure lontani. Ciascuno per conto proprio, a parlare con altri. In altri luoghi - distanti. Tempi strani, nei quali tanti si sentono "spaesati", perché il "paese" appare un residuo del passato. E la "comunità": un fantasma della tradizione. Il lavoro senza regole e senza continuità. La flessibilità senza fine e senza un fine. Cioè: la precarietà. La politica senza società, il partito personale, riassunto in un volto e in un'immagine. Dove i consulenti di marketing hanno sostituito i militanti. E al posto delle sezioni si usano i sondaggi (d'altronde, quando si dà la possibilità ai cittadini di esprimersi si recano a milioni, alle urne, di domenica e persino a capodanno).

Insomma: i personaggi, gli interpreti e i luoghi della modernità liquida. Non mi piacciono. Li conosco ma non mi ci riconosco. Magari li subisco  -  in silenzio. Ma preferisco  -  di gran lunga - "conservare" quel che resta: del territorio, della comunità, delle relazioni personali, dell'economia "giusta", della politica come identità. Il "nuovo" come valore in sé non mi attira. 

Lo ammetto: sono un conservatore. E ne vado orgoglioso.


Ilvo Diamanti
Repubblica.it