In attesa del Presidente: il dramma sociale e la speranza

Questa sera, più degli argomenti che Napolitano metterà al centro del messaggio di fine anno, conterà il tono, il "registro" scelto dal presidente della Repubblica per rivolgersi agli italiani. Sotto certi aspetti infatti questo è l'intervento più atteso e anche il più difficile fra tutti quelli svolti dall'inizio del primo mandato, nel 2006. Per almeno due motivi. Primo, perché la condizione economica e sociale del paese si è aggravata in questi anni, mentre la cornice dell'Europa, un tempo così rassicurante, ha perso molto del suo fascino. Secondo, perché la classe politica non sta procedendo con la dovuta energia al rinnovamento delle istituzioni. Oggi l'Italia è in uno dei passaggi più complessi della sua storia recente, ma il senso drammatico dell'ora è quasi sempre assente dal dibattito politico. Non si avverte l'urgenza di porre mano alle riforme o anche solo alla modifica di certi comportamenti non più accettabili dalla pubblica opinione. E allora ecco che il capo dello Stato dovrà trasmettere, ancora una volta, il senso di questa urgenza. Si dirà che è proprio quello che ha fatto anche in passato, in ciascuno dei messaggi di San Silvestro che si sono succeduti fin qui, senza che ne derivassero risultati degni di nota. Questo è in parte vero e infatti non bisogna attendersi novità clamorose fra i punti che Napolitano solleverà. Il nodo tuttavia sta nella sensazione che il tempo delle attese è esaurito: occorre agire subito per dare respiro al paese e per approvare le riforme capaci di sbloccare la paralisi. Non si parte da zero. C'è una maggioranza abbastanza coesa e un governo purtroppo incline a incespicare, ma che gode finora della fiducia del Parlamento. C'è un giovane leader in ascesa, da poco segretario del Pd, che ha tutto da guadagnare nel riuscire ad affermarsi come l'anima e il motore del governo, anziché come il suo affossatore. E c'è un'opposizione più debole di quanto pretende di essere perché è unita solo nel chiedere nuove elezioni, senza un'idea coerente circa il governo da costituire dopo. Ecco dunque che l'intervento del presidente trasmetterà, certo, il senso della condizione drammatica in cui ci troviamo, giusto alla vigilia di un 2014 che si annuncia carico di incognite dopo un 2013 da dimenticare. Ma accanto a questo aspetto, che non può essere minimizzato o trasfigurato con gli occhiali rosa di un ottimismo di maniera, c'è anche la necessità di inviare agli italiani un messaggio di speranza e di fiducia. Perché la nazione è stata eroica - si può bene usare questo termine - nel "tener duro", cioè nel sopportare gli infiniti sacrifici che la crisi ha imposto. Per un popolo che, secondo la vulgata, sarebbe privo di coscienza civile e senso civico, non c'è male. Senza dubbio nelle parole del presidente si avvertirà questo orgoglio, che è precisamente il punto da cui ripartire per ricostruire. Quanto alle polemiche, sono inevitabili. Come è inevitabile il contro-discorso via internet di Beppe Grillo. Ma la sostanza politica è talmente chiara che nella sua semplicità non può essere ignorata (e infatti Matteo Renzi dimostra di averla ben compresa). Il capo dello Stato non intende farsi condizionare dalle pressioni perché non ha intenzione di sciogliere il Parlamento finché questo non avrà varato una decente legge elettorale e possibilmente anche un quadro di riforme. Altrimenti si finirebbe per consegnare l'Italia all'anarchia e al caos dell'ingovernabilità. Napolitano ha fatto capire da tempo che non si presterà mai a un simile sbocco. Il che non significa che è pronto alle dimissioni. Significa invece che è pronto a dar battaglia con gli strumenti della Costituzione. Forse il "colpo di Stato" lo sognano quanti vorrebbero uno scioglimento delle Camere al di fuori dei canali previsti: uno scioglimento che sarebbe figlio di un'operazione di propaganda politica, piuttosto che il frutto di una legislatura che si esaurisce nell'alveo costituzionale. Anche per queste ragioni stasera Napolitano va ascoltato. E c'è da credere che lo ascolteranno anche molti di coloro che hanno dichiarato il boicottaggio.

Da Il Sole 24 Ore

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