Ora si può voltare pagina


Laura Boldrini e Pietro Grasso. L’Italia che vuole il cambiamento, che ama la Costituzione, che combatte mafie e illegalità, che considera insopportabili le sofferenze dei più poveri, ha due presidenti delle Camere di cui andare orgogliosa. Se il voto ha prodotto uno scenario di incertezza, se la giornata d’esordio del nuovo Parlamento è stata confusa e inconcludente, ieri è stato un bel giorno di riscatto. Un giorno di speranza, che i discorsi dei neo-eletti hanno amplificato e abbellito. Proprio il 16 marzo, anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage degli uomini della sua scorta: allora, quell’attentato interruppe un processo democratico e deviò la storia nazionale verso esiti regressivi. Sarebbe bello se ora si aprisse davvero una pagina nuova, se, nella difficoltà, le istituzioni si mostrassero capaci di rispondere positivamente alla domanda di innovazione, alla richiesta di nuova politica, che le elezioni hanno espresso in modo dirompente.

Il Parlamento è profondamente rinnovato. Come mai era accaduto in passato. Sono le Camere più giovani d’Europa e finalmente la presenza femminile è vicina a un terzo del totale. Laura Boldrini e Pietro Grasso ne sono l’espressione migliore. Sono entrambi esordienti: l’elezione è arrivata appena dopo aver varcato le soglie delle aule. A loro è accaduto qualcosa di paragonabile soltanto ai tempi della Costituente: ma questo è esattamente il compito che attende la politica. Siamo nel mezzo di una crisi di sistema. Una crisi gravissima, che può portare l’Italia al collasso o alla divisione. Una crisi che ha già spezzato il circuito democratico, provocando sfiducia nella rappresentanza, nei corpi intermedi, nelle stesse istituzioni. Una crisi che intanto, nella società, allarga l’area delle povertà, delle sofferenze, dei lavoratori espulsi, dei giovani precarizzati, delle imprese senza credito e spesso costrette a chiudere perché lo Stato non paga neppure i suoi debiti.
In una crisi di sistema non si risponde con procedure ordinarie, né con arroccamenti. Il cambiamento è la sola via percorribile. Il Pd di Bersani – sbeffeggiato perché ha cercato fino all’ultimo di costruire con tutte le forze politiche (grillini compresi) un metodo condiviso di gestione del Parlamento – ha risposto ai no di Grillo, di Monti e degli altri proponendo due nomi che nessuno si aspettava. Due novità, due persone con valori forti e, al tempo stesso, con un forte senso delle istituzioni. Non una mossa per demolire, o per compiacere. Ma un cambiamento per ricostruire.
Laura Boldrini l’abbiamo conosciuta mentre si batteva per i diritti dei profughi e dei rifugiati: gli ultimi, i più deboli, quelli a cui viene negato persino il diritto alla dignità. Pietro Grasso l’abbiamo conosciuto alla frontiera dello Stato che combatte la criminalità organizzata: un magistrato impegnato – che ha messo in gioco la sua vita dopo aver visto morire suoi amici, servitori della legge come lui – e insieme un magistrato equilibrato, che ha sempre avuto a mente la divisione dei poteri segnata dalla nostra civiltà democratica. Vorremmo dire che sono nostre bandiere. Ma sappiamo che da oggi saranno anzitutto chiamati a mostrare la loro imparzialità e la fedeltà alla Costituzione, che è di tutti e non solo nostra.
Il Pd avrebbe potuto reagire al fallimento delle trattative con candidature di esperienza e di partito. Non lo ho fatto perché aveva in mente il fallimento della legislatura 2006-08. Ma non lo ha fatto anche perché ha capito che nel cambiamento stavolta si gioca il destino del Paese, e non solo il proprio. Il Movimento di Grillo si è comportato in Senato come i vecchi dorotei: ha dato indicazione per la scheda bianca; ha corso il rischio di favorire l’elezione di Schifani; qualcuno dei suoi senatori, nel segreto dell’urna, ha fatto il franco tiratore. I Cinque Stelle hanno preso troppi voti per sottrarsi alle responsabilità: non possono scappare. E per questo emergono al loro interno i primi segni di un salutare scontro politico. Su alcuni temi diranno la loro, e chiameranno gli altri a pronunciare dei sì e dei no. Ma ci saranno occasioni importanti in cui toccherà a loro decidere se stare dalla parte del centrosinistra oppure di Berlusconi. E la prima occasione sarà molto probabilmente il voto sul governo Bersani.
Il segretario del Pd ha fatto capire ieri che intende proporre un governo di alto profilo. Che il cambiamento delle politiche sarà radicale perché riguarderà l’Europa, il lavoro, l’etica pubblica, la sobrietà della politica e dei partiti. E che i suoi ministri somiglieranno a Laura Boldrini e Pietro Grasso. Sarà un governo parlamentare, senza maggioranza precostituita, perché così hanno voluto gli elettori. È una difficoltà, certo. Ma anche un’opportunità per rafforzare il Parlamento. Dopo l’elezione di questi due presidenti, è ora necessario che tutte le forze politiche siano rappresentate negli uffici di presidenza e nelle questure delle Camere, che la trasparenza sia massima, che la presidenze delle commissioni siano ripartite in proporzione alla consistenza dei gruppi. Sarebbe un’innovazione straordinaria, un rilancio del ruolo del Parlamento dopo le umiliazioni degli ultimi vent’anni.
Tutti dovranno pronunciarsi. Proporre in alternativa un governissimo, o un qualcosa di simile al governo Monti, sarebbe un suicidio. I gruppi parlamentari, compreso il M5S, non potranno sottrarsi alla responsabilità. Non è necessario che votino la fiducia. Devono dire se preferiscono sfidare Bersani e il Pd sul rinnovamento del Paese, oppure giocare allo sfascio portando l’Italia a nuove elezioni. Da ieri, però, abbiamo una speranza in più.

Claudio Sardo
L'Unità

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