martedì 31 dicembre 2013

In attesa del Presidente: il dramma sociale e la speranza

Questa sera, più degli argomenti che Napolitano metterà al centro del messaggio di fine anno, conterà il tono, il "registro" scelto dal presidente della Repubblica per rivolgersi agli italiani. Sotto certi aspetti infatti questo è l'intervento più atteso e anche il più difficile fra tutti quelli svolti dall'inizio del primo mandato, nel 2006. Per almeno due motivi. Primo, perché la condizione economica e sociale del paese si è aggravata in questi anni, mentre la cornice dell'Europa, un tempo così rassicurante, ha perso molto del suo fascino. Secondo, perché la classe politica non sta procedendo con la dovuta energia al rinnovamento delle istituzioni. Oggi l'Italia è in uno dei passaggi più complessi della sua storia recente, ma il senso drammatico dell'ora è quasi sempre assente dal dibattito politico. Non si avverte l'urgenza di porre mano alle riforme o anche solo alla modifica di certi comportamenti non più accettabili dalla pubblica opinione. E allora ecco che il capo dello Stato dovrà trasmettere, ancora una volta, il senso di questa urgenza. Si dirà che è proprio quello che ha fatto anche in passato, in ciascuno dei messaggi di San Silvestro che si sono succeduti fin qui, senza che ne derivassero risultati degni di nota. Questo è in parte vero e infatti non bisogna attendersi novità clamorose fra i punti che Napolitano solleverà. Il nodo tuttavia sta nella sensazione che il tempo delle attese è esaurito: occorre agire subito per dare respiro al paese e per approvare le riforme capaci di sbloccare la paralisi. Non si parte da zero. C'è una maggioranza abbastanza coesa e un governo purtroppo incline a incespicare, ma che gode finora della fiducia del Parlamento. C'è un giovane leader in ascesa, da poco segretario del Pd, che ha tutto da guadagnare nel riuscire ad affermarsi come l'anima e il motore del governo, anziché come il suo affossatore. E c'è un'opposizione più debole di quanto pretende di essere perché è unita solo nel chiedere nuove elezioni, senza un'idea coerente circa il governo da costituire dopo. Ecco dunque che l'intervento del presidente trasmetterà, certo, il senso della condizione drammatica in cui ci troviamo, giusto alla vigilia di un 2014 che si annuncia carico di incognite dopo un 2013 da dimenticare. Ma accanto a questo aspetto, che non può essere minimizzato o trasfigurato con gli occhiali rosa di un ottimismo di maniera, c'è anche la necessità di inviare agli italiani un messaggio di speranza e di fiducia. Perché la nazione è stata eroica - si può bene usare questo termine - nel "tener duro", cioè nel sopportare gli infiniti sacrifici che la crisi ha imposto. Per un popolo che, secondo la vulgata, sarebbe privo di coscienza civile e senso civico, non c'è male. Senza dubbio nelle parole del presidente si avvertirà questo orgoglio, che è precisamente il punto da cui ripartire per ricostruire. Quanto alle polemiche, sono inevitabili. Come è inevitabile il contro-discorso via internet di Beppe Grillo. Ma la sostanza politica è talmente chiara che nella sua semplicità non può essere ignorata (e infatti Matteo Renzi dimostra di averla ben compresa). Il capo dello Stato non intende farsi condizionare dalle pressioni perché non ha intenzione di sciogliere il Parlamento finché questo non avrà varato una decente legge elettorale e possibilmente anche un quadro di riforme. Altrimenti si finirebbe per consegnare l'Italia all'anarchia e al caos dell'ingovernabilità. Napolitano ha fatto capire da tempo che non si presterà mai a un simile sbocco. Il che non significa che è pronto alle dimissioni. Significa invece che è pronto a dar battaglia con gli strumenti della Costituzione. Forse il "colpo di Stato" lo sognano quanti vorrebbero uno scioglimento delle Camere al di fuori dei canali previsti: uno scioglimento che sarebbe figlio di un'operazione di propaganda politica, piuttosto che il frutto di una legislatura che si esaurisce nell'alveo costituzionale. Anche per queste ragioni stasera Napolitano va ascoltato. E c'è da credere che lo ascolteranno anche molti di coloro che hanno dichiarato il boicottaggio.

Da Il Sole 24 Ore

mercoledì 25 dicembre 2013

Auguri di Buon Natale

Il Circolo PD di Merate augura a tutti un buon Natale e un Felice Anno Nuovo.
Gli aggiornamenti torneranno regolari dal 7 gennaio 2014

La redazione di pdmerate.blogspot.com


martedì 24 dicembre 2013

Un dittatore è una sciagura, un vero leader è una fortuna

Oppressa dai sacrifici e dalla disperazione, la gente ha perso ogni fiducia nel futuro ed è dominata dalla rabbia o schiacciata dall'indifferenza. Nel 2012 questi sentimenti erano appena avvertiti ma quest'anno e specie dall'inizio dell'autunno sono esplosi con un'intensità che aumenta ogni giorno. Siamo ancora lontani dal culmine ma indifferenza, disperazione e rabbia non sono più sentimenti individuali; sono diventati fenomeni sociali, atteggiamenti collettivi che sboccano nel bisogno di un Capo. Un Capo carismatico, un uomo della Provvidenza capace di capire, di imporsi, di guidare verso la salvezza di ciascuno e di tutti. Ha bisogno di fiducia? Sono pronti a dargliela. Chiede obbedienza? L'avrà, piena e assoluta.

L'uomo della Provvidenza non ha bisogno di conquistare il potere poiché nel momento stesso in cui viene individuato, il potere è già nelle sue mani.

Carisma e potere, fiducia e potere, obbedienza e potere: questo è lo sbocco naturale che non solo domina la gente orientando le sue emozioni, ma sta diventando anche l'obiettivo che molti intellettuali vagheggiano come la sola soluzione razionale da perseguire.

Non importa che la loro cultura sia stata finora di destra o di sinistra. L'uomo della Provvidenza supera questa classificazione, la gente che lo segue l'ha già abbandonata da un pezzo e gli intellettuali "à la page" se ne fanno un vanto.

Destra o sinistra sono diventati valori arcaici da mettere in soffitta o nelle cantine, materiale semmai di studio, ammesso che ne valga la pena. L'epoca moderna che ne fece i suoi valori dominanti è finita, il linguaggio è cambiato, il pensiero è cambiato o è del tutto assente.

Questa è al tempo stesso la diagnosi di quanto sta accadendo e la terapia risolutiva. L'ha scritto, ma non è né il solo né il primo, Ernesto Galli Della Loggia sul "Corriere della Sera" dello scorso martedì 17 con il titolo "Puntare tutto su una persona". Ne cito il passo dominante: "Non inganni il mare di discorsi sulla presunta ondata di antipolitica. È vero l'opposto: diviene ancora più forte la richiesta d'una politica nuova, sotto forma di una leadership che sappia indicare soluzioni concrete... La leadership in questione però - ecco il punto - dev'essere garantita solo da una persona, da un individuo, non da una maggioranza parlamentare o da un'anonima organizzazione di partito. Nei momenti critici delle decisioni alternative è unicamente una persona, sono le sue parole, i suoi gesti, il suo volto che hanno il potere di dare sicurezza, slancio, speranza. Nei momenti in cui tutto dipende da una scelta, allora solo la persona conta. Dietro l'ascesa di Matteo Renzi c'è un tale sentimento. Così forte tuttavia che alla più piccola smentita da parte dei fatti essa rischia di tramutarsi in un attimo nella più grande delusione e nel più totale rigetto".

Io non so se Renzi sia e voglia essere il personaggio qui così analizzato ma so con assoluta esattezza e per personale esperienza che Della Loggia ha descritto con estrema precisione Benito Mussolini e il fascismo. Non un leader, ma un dittatore del quale Bettino Craxi fu soltanto una lontana e breve copia fantasmatica e Berlusconi una farsa comica durata tuttavia vent'anni come il suo lontano predecessore.

Io ho conosciuto bene che cosa fu la dittatura mussoliniana. Nacqui che Mussolini era al potere già da due anni, studiai nelle scuole fasciste e fui educato nelle organizzazioni giovanili del Regime, dai Balilla fino ai Fascisti universitari. Il liberalismo e il socialismo risorgimentali ci furono raccontati come una pianta ormai morta per sempre; i comunisti come terroristi che volevano distruggere a suon di bombe lo Stato nazionale. Nel gennaio 1943 fui espulso dal Partito dal segretario nazionale Scorsa per un articolo che avevo scritto su "Roma Fascista", il settimanale universitario. Cominciò così il mio lungo viaggio nella ricerca d'una democrazia che fosse diversa da quella pre-fascista ed ebbi come compagni e guide in quel viaggio i libri di Francesco De Sanctis, Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Omodeo, Chabod, Eugenio Montale. So di che cosa si tratta; so che in Italia molti italiani sono succubi al fascino della demagogia d'ogni risma e pronti a evocare e obbedire all'uomo della Provvidenza. Caro Ernesto, ti conosco bene e apprezzo la tua curiosità politica. Ma questa volta l'errore che hai compiuto evocando l'uomo della Provvidenza è madornale.

Il leader non è l'uomo solo che decide da solo col rischio che i fatti gli diano torto.

Quando questo avvenisse - ed è sempre avvenuto - le rovine avevano già distrutto non solo il dittatore ma il Paese da lui soggiogato.

Il leader non è un dittatore. È un uomo intelligente e carismatico, certamente ambizioso, attorniato da uno stuolo di collaboratori che non sono cortigiani né "clientes" o lobbisti; ma il quadro dirigente con una sua visione del bene comune che si misura ogni giorno con il leader.

Il Pci lo chiamò centralismo democratico e tutti i segretari di quel partito, dal primo all'ultimo, si confrontarono e agirono in quel quadro.

Togliatti era il capo riconosciuto, Enrico Berlinguer altrettanto, ma il confronto con pareri difformi era costante e quasi quotidiano, con Amendola, Ingrao, Secchia, Macaluso, Pajetta, Napolitano, Reichlin, Terracini, Alicata, Tortorella.

La formula nella Dc era diversa ma il quadro analogo, da De Gasperi a Scelba a Fanfani a Moro a Bisaglia a De Mita. E poi c'erano anche i socialisti di Pietro Nenni e c'era Ugo La Malfa che impersonava gli ideali di Giustizia e Libertà, del Partito d'Azione, di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli.

I leader riassumevano il quadro ed erano loro ad esporlo e ad esporsi, ma prima il confronto era avvenuto e la soluzione non era affatto d'un uomo solo ma di un gruppo dirigente che comprendeva anche personalità rappresentative della società, economisti, operatori della "business community", sindacalisti (ricordate Di Vittorio, Trentin, Lama, Carniti e prima ancora Bruno Buozzi che fu ucciso a La Storta?).

Questo fu il Paese capace di affrontare gli anni difficili. Caro Ernesto, il tuo ritratto del Paese di oggi è purtroppo esatto, ma la soluzione non è quella che tu indichi e fai propria, anzi è l'opposto e non credo sia necessario che io la ripeta qui, l'ho fatto già troppe volte. Dico soltanto che la rabbia sociale c'è, è motivata, va lenita con tutti i mezzi disponibili, ma va anche affrontata sul campo che le è proprio e questo campo è soprattutto l'Europa. Molti che si fingono esperti e non lo sono affatto sostengono che l'Europa non conta niente e che - soprattutto - l'Italia non conta niente.

Sbagliano.

L'Europa è ancora il continente più ricco del mondo e se quel continente fosse uno Stato federale, il suo peso di ricchezza, di tecnologia, di popolazione, di cultura, avrebbe il peso mondiale che gli compete.

Quanto all'Italia, a parte il fatto che è uno dei sei Paesi fondatori dai quali la Comunità europea cominciò il suo cammino, essa trascina sulle sue (nostre) spalle il debito pubblico più grande del mondo. Questo è il nostro più terribile "handicap" che ci distingue da tutti gli altri ma è, al tempo stesso, un elemento di forza enorme perché se l'Europa non ci consente di adottare una politica di crescita, di lavoro, di equità, l'Italia rischia il fallimento economico e il dilagare della rabbia sociale. Ma se questo dovesse avvenire, salterebbe l'intera economia europea insieme con noi.

L'Italia non è la Grecia né il Portogallo né l'Irlanda né l'Olanda e neppure la Spagna. Italia ed Europa si salvano insieme o insieme cadranno.

Questo Letta deve dire e batta anche il pugno sul tavolo perché questo è il momento di farlo. Lo batta sul tavolo europeo ed anche su quello italiano. E non tralasci nulla, né a Roma né a Bruxelles, che ci dia fin d'ora respiro e speranza. Faccia pagare i ricchi e gli agiati (tra i quali mi metto) e dia sollievo ai poveri, ai deboli, agli esclusi. Non si tratta di aumentare il carico fiscale; si tratta di distribuirlo. Questo è il compito dello Stato.

Ma finora - bisogna dirlo - chi chiede a Letta di alleviare il malcontento, si guarda bene di indicargli le coperture, le risorse immediatamente disponibili.

Ho grande stima di Enrico Letta e gli sono amico, ma è adesso che deve parlare e non dica che non può fare miracoli che solo i malpensanti gli chiedono. I benpensanti - che vuol dire la gente consapevole - gli chiedono di fare subito quel che può essere fatto subito. Tra l'altro, proprio in questi giorni, è stato raggiunto un accordo di grandissima importanza sull'unione bancaria: in buona parte è merito di Letta e soprattutto di Mario Draghi.
Tassare ricchi e agiati si può.

Dare una stretta all'evasione e al sommerso si può.

Votare a maggio non si può. Parlare di legge elettorale con Verdini e Brunetta non si può. Debbo spiegare perché? Ma lo sapete tutti il perché.

Quando Alessandro per vincere contro eserciti cinque volte più potenti del suo, schierava i suoi uomini a falange, c'erano soltanto i macedoni a maneggiare lancia e scudo. Brunetta e Verdini e Grillo non sono arruolabili nella falange. Strano che Renzi non lo sappia o se lo dimentichi. Può essere un buon leader e forse vincente al giusto momento, ma di errori ne fa un po' troppi e sarebbe bene che smettesse di farli. È giovane, si prepari per il futuro e intanto crei uno staff preparato, non di ragazzi che debbono ancora imparare a camminare.

Una parola tanto per concludere al capo di Confindustria, che dice di capire i forconi.

È un fatto positivo che Squinzi capisca i forconi e sono positive le richieste che fa per l'economia italiana.

Ma le imprese che rappresenta che cosa hanno fatto finora e da trent'anni a questa parte? Il "made in Italy" ha fatto, ma è una piccola parte dell'imprenditoria italiana che comunque merita d'esser segnalata e appoggiata.

Ma il resto?

Non ha fatto nulla. Ha tolto denari alle aziende abbandonando il valore reale per dedicarsi all'economia finanziaria. Ha ristretto le basi occupazionali; ha distratto i dividendi; spesso ha evaso; spesso ha delocalizzato. Non ha inventato nuovi prodotti e ha usato i nuovi processi produttivi per diminuire gli occupati.

A me piacerebbe sapere da Squinzi che cosa ha fatto dagli anni Ottanta il nostro sistema. Poi ha tutte le ragioni per chiedere, ma prima ci documenti su che cosa i suoi associati hanno dato. Così almeno il conto tornerà in pari.

Quanto al sindacato, vale quasi lo stesso discorso. Il sindacato rappresentava una classe che da tempo non c'è più. Adesso rappresenta i pensionati. Va benissimo, i pensionati hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, ma poi ci sono i lavoratori, gli anziani e i giovani, gli stabili e i precari.

A me non sembra che il sindacato se ne dia carico come si deve. Ripete le stesse cose; dovrebbe cercare il nuovo.

Si sforzi, amica Camusso. Questa è l'ora e il treno, questo treno, passa solo una volta.


Eugenio Scalfari
Repubblica.it 22/12/2013

venerdì 20 dicembre 2013

Fenomenologia dei renziani


Contrapposizione fra le generazioni, fra “vecchio” e “nuovo”, perdenti e vincenti. Avversione per tutto ciò che, della sinistra, è considerato radicale e conservatore. L'ideologia del renziano tipo è la quintessenza di un post-ideologismo che si rivela però funzionale al pensiero unico. L'ennesimo frutto avvelenato del ventennio berlusconiano.

Il vincitore annunciato delle Primarie del Pd è stato, come ovvio, al centro di numerose analisi, tese a cercare di definire il suo sfondo culturale-ideologico (si può definire di sinistra? E' iperliberista o invece un liberista dal volto umano? È blairiano o addirittura anche un po' thatcheriano?) e a descrivere il suo stile comunicativo. 

Mentre questo secondo obiettivo è piuttosto agevole, visto che Renzi, al riguardo, è un caso “di scuola” di politico post-moderrno, con la sua tendenza a ipersemplificare i contenuti e privilegiarne l'efficacia mediatica e l'uso abbondante di stilemi pubblicitari, il primo punto pone invece non poche difficoltà. Se, infatti, tutti i leader politici attuali tendono, per ragioni di marketing, a declinare in forme diverse le proprie proposte a seconda del target che intendono raggiungere e a “riassestarle” qualora rischino di ridurre il potenziale bacino di voti, ciò diventa particolarmente vero per un politico dichiaratamente post-ideologico come Renzi, che privilegia messaggi semplici (il “fare”, il “nuovo” etc.) ed assume caratteristiche spesso “zelighiane”, adattandosi ai contesti e ai pubblici cui si rivolge. 

Per questo, invece di rivolgere l'attenzione alle proposte quasi sempre generiche e a volte contraddittorie del leader, può essere più interessante cercare di conoscere la natura dei suoi seguaci, lo sfondo ideologico-culturale che condividono e, direi, il tipo sociale e antropologico che incarnano. Naturalmente non mi riferisco alle centinaia di migliaia di persone che lo hanno votato alle primarie e che appartengono alle categorie più diverse: persone che hanno dato il loro voto al candidato più noto e mediaticamente efficace o che sono vicine all'ala più moderata del Pd o elettori di centrosinistra che, frustrati da innumerevoli delusioni, hanno aderito al leitmotiv per cui Renzi sarebbe l'unico candidato garanzia di rinnovamento e soprattutto di una vittoria troppe volte sfuggita di mano. 

Parlo della base militante, del cerchio ristretto dei renziani, quelli che, sui social network, luogo privilegiato di confronto e propaganda per la loro generazione, hanno condotto la campagna pro-rottamatore, che hanno partecipato ad una o più Leopolde, che sono attivi nelle realtà locali, dove hanno guidato la battaglia contro la vecchia classe dirigente, e dalle cui fila giungono diversi dei membri della nuova segreteria Pd, ad esempio Nicodemo e Faraone. Il neosegretario afferma che i “renziani” non esistono; ma loro, come l'Agilulfo di Italo Calvino, non sembrano saperlo e possiedono invece spesso una solida armatura di certezze, un forte sentimento d'appartenenza e un'accesa vis polemica nei confronti degli avversari o di chi semplicemente non condivide la loro fede nel verbo “nuovista” (il neonominato responsabile della comunicazione è in questo un esemplare del tutto rappresentativo). 

Proprio il loro attivismo sui social network ci consente un punto d'osservazione privilegiato. Innanzitutto: la fascia d'età. Nella maggioranza dei casi, sono 30-40enni, la generazione in panchina, di cui parla Scanzi, e che si è stufata di esserlo. L'identità generazionale è un aspetto centrale. Quando si tratta di uomini, si avverte un sentore, non proprio gradevole, di giovane maschio adulto dominante, o meglio aspirante tale, non “nativo digitale”, ma che si compiace della disinvoltura con cui maneggia i canali d'accesso al web e il lessico relativo (e si vedano le battute feroci contro i vari D'Alema, Bersani e finanche Cuperlo, accusati di essere retrò, goffamente pre-digitali, di non sapere cos'è un hashtag etc.). 

Sul piano professionale, quando non si tratta di eletti nelle istituzioni locali, raramente si ha a che fare con lavori comuni, impiegati pubblici o privati, commercianti etc.; dominano le professioni di difficile definizione: creativi, professionisti del web, content curators, consulenti di immagine o per i social network. Tutto un precariato post-moderno, che opera nella produzione immateriale, si sente estraneo al mondo del lavoro tradizionale e supera la frustrazione per la propria situazione di precarietà con l'auto-convincimento di essere affluente, di incarnare il futuro. Diversamente che per Civati, che ne ha fatto il centro della sua campagna, i ventenni sono poco presenti nella riflessione dei renziani. E' già così faticoso mandare a casa i “vecchi”, che ci mancherebbe anche doversi occupare di quelli che sono davvero giovani. 

Le metafore calcistiche, come nei discorsi del loro idolo, abbondano. Si respira un'atmosfera da dopo partita di calcetto, fra una battuta complice e il rifare il nodo alla cravatta. L'identificazione col leader è molto forte. E' sentito come “uno di noi”, con gli stessi gusti, le stesse abitudini, gli stessi miti di riferimento. Si veda questo brano, un poco imbarazzante, di Francesco Nicodemo: “Ed è parlando di noi, di quello che rappresenta la vita di ciascuno, che parliamo di Renzi e di quello che Renzi può rappresentare per la vita di questo paese. Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi, prima di conoscerlo. Perché è una sintonia culturale, politica, etica, pratica. È vicinanza anagrafica e simbolica. È la storia di uno di noi, dell’amico con cui ti scrivi i messaggi su WhatsApp, per organizzare la partita di calcetto del giovedì sera. Solo che questo amico prima diverrà leader del partito che sostieni e poi premier di questo paese. Ed è tutto qui, nessuna finzione, nessuna costruzione mediatica. È una straordinaria normalità, che genera fiducia e solidarietà, e solo Dio sa se questo paese ha bisogno di fiducia e solidarietà”.

A parte i toni bondiani, si coglie che l'identificazione non si fonda su basi ideologiche o semplicemente ideali, ma su affinità di gusti e abitudini e sul valore della “semplicità”. E' una semplicità non tanto di forme, ma di visione del mondo, e non è sentita come un limite, ma come un tratto positivo, generazionale, contrapposto ad ogni ideologismo, al gusto per l'astrazione, alla profondità barbosa. Il leader ci piace perché è come noi, non perché sia più informato e competente di noi (ed è per questo che lo scegliamo); se lui è come noi, e vince, noi possiamo essere come lui, e scalzare i “vecchi”. Vengono in mente la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Eco e il rapporto fra gli elettori di Forza Italia e Berlusconi; non contava qualche miliardo di differenza, ma l'ostentazione degli stessi gusti del suo elettorato (il tifo calcistico, l'immaginario televisivo, le barzellette di infimo livello). La cultura, il senso della complessità sono, se non colpe, segni di snobismo, handicap, gravami del passato. 

I riferimenti, oltre a quelli calcistici, sono musicali (principalmente anni '80 e '90) e sempre, anche in fatto di modelli politici, rivolti al mondo anglosassone. L'uso dell'inglese aziendalista e proprio delle nuove tecnologie è di rigore e a volte un po' ridicolo. Così come mostrare consuetudine con Londra e New York, citare con ammirazione Blair, condividere un americanismo anni '50 ed osannare il modello di sviluppo anglosassone proprio, paradossalmente, quando la crisi finanziaria lo ha maggiormente messo in discussione anche e soprattutto in quei paesi. Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi anni fa, questa esterofilia ignora completamente altri modelli un tempo popolari, come la Francia (troppo “statalista” e intellettualistica), l'Olanda o i paesi scandinavi (troppo socialdemocratici). 

Dietro l'ostentazione di modernità e cosmopolitismo, si avverte, in questo entusiasmo per modelli politici e sociali vecchi di almeno vent'anni, un retrogusto provinciale; il mix è molto “anni '80”. C'è peraltro un compiacimento (in stile “Anima mia” di Fazio) nell'opporre miti, riti e ricordi dell'ultimo ventennio del '900 a quelli, a lungo dominanti, propri delle odiate generazioni degli anni della contestazione giovanile. 

Totem negativo è il termine “ideologia”, con tutti i suoi derivati. Accusare qualcuno di ideologismo significa chiudere la discussione, metterlo irrimediabilmente fuori gioco. La prodigiosa confusione intellettuale che sta alla base dell'uso attuale del termine ideologia ne consente un uso spregiudicato, duttile, ubiquo. “Ideologia” non ha né, ovviamente, il senso marxiano di falsa coscienza funzionale ad interessi di classe né quello più generico di Weltanschauung. L'utilizzo del termine (in primis nell'espressione “fine delle ideologie”) diffuso da una specifica ideologia-quella neoliberista- per indicare in realtà soltanto la sua antagonista sconfitta, il marxismo, viene adottato in maniera semiconsapevole. Si trova così a godere di una certa ambiguità ed elasticità semantica ed indica, più o meno, una sorta di “esprit de système”, di adesione ad una spiegazione del reale astratta ed onniesplicatica. Ma, non essendo la sua adozione figlia di una lucidamente assunta scelta ideologica (ad esempio in favore di un fallibilismo di stampo illuministico), conserva la tara della sua origine e viene in sostanza usato solo per attaccare le opinioni che si rifanno alle idee tradizionalmente di sinistra. Il tutto con effetti, a volte, di involontaria comicità (come quando, dibattendo con un interlocutore su aborto e diritti civili, un renziano ha asserito con convinzione “Il Papa non è ideologico”). 

La generazione renziana è figlia di 30 anni di deideologizzazione è ha fatto, per così dire, di necessità virtù, riunendosi intorno a parole d'ordine come il “fare”, la semplicità, e soprattutto l'efficacia e la vittoria, riconosciute (con una sorta di nichilismo da età del web e della tecnologia immateriale, che contrasta nettamente con la retorica alla “I have a dream”) come unici criteri di giudizio. Non stupisce, quindi, che gli attacchi alla vecchia classe dirigente del centrosinistra siano in genere privi di contenuti e si riducano molto spesso alla contrapposizione fra vecchio e nuovo e all'accusa di “aver perso” (opposta alla propria autocertificata capacità di vincere). E che questo metta molto in difficoltà i fanatici del renzismo riguardo a fenomeni come i cambi di casacca, la corsa al carro del vincitore e l'alleanza con figure come Franceschini o Fassino (Veltroni è l'unico membro della vecchia classe dirigente a godere di un atteggiamento aprioristicamente benevolo da parte dei renziani. Il suo americanismo, l'immaginario pop, l'anti-ideologismo ecumenico lo rendono una sorta di San Giovanni Battista del renzismo, con D'Alema nei panni di Salomé). 

In effetti, se ciò che si propone non è una concezione ideologica, ma una visione manichea in cui solo il “nuovo” è il bene, convertirsi al renzismo, come all'ebraismo, è logicamente impossibile. Ciò porta i fedeli di Renzi che cercano di giustificare le sue mediazioni con l'Ancien Régime a faticose contorsioni che, in nome della necessaria gradualità e di nobili tatticismi, ammettono per il loro idolo attenuanti che non concederebbero mai ad alcun avversario. L' assenza di collante ideologico è infatti compensata da un forte senso di appartenenza, un vero spirito di corpo, con gradi diversi di inclusione a seconda dell'antichità della militanza renziana. La fede nei benefici effetti del trionfo del leader è assoluta, del tutto priva dell' alone di disincanto e dell' ironico pessimismo che sempre accompagnavano l'attivismo volenteroso dei tradizionali militanti di sinistra. 

Gli attacchi contro gli avversari sono spesso duri fino all'invettiva e al sarcasmo; non solo contro i “vecchi” (ferocissimi e spesso eccessivi quelli contro Bersani, visto semplicisticamente come fonte di ogni male e responsabile unico della non-vittoria), ma contro chiunque si opponga o si sia opposto alla marcia trionfale del vincitore annunciato (Cuperlo “vetero”, grigio e libresco; Civati portatore di un radicalismo che, una volta di più, condannerebbe la sinistra alla sconfitta, etc.). Al contempo, la suscettibilità nei confronti delle critiche o delle battute ironiche nei confronti del loro leader è estrema. 

Peraltro, al riguardo, si possono individuare due tipologie di renziani. Quelli che detestano i critici come persone escluse dalla comunione dei fedeli e sono egualmente irritati da tutti i tipi di attacco; e quelli che soffrono di una sorta di cattiva coscienza nei confronti delle posizioni più a sinistra e sono soprattutto intolleranti verso i dubbi sulla natura “di sinistra” delle proposte e dei valori di Renzi, anche quando questi sono pre-politici (come la lotta agli sprechi e il culto dell'efficienza) o francamente moderati (come l'adesione ai dogmi neo-liberisti). Il centro di questa “ideologia dell'anti-ideologismo”, e anche il suo aspetto più sorprendente, è la lettura che dà della storia italiana degli ultimi vent'anni. E' convinzione universale fra i renziani che la sinistra abbia perso in quanto “troppo di sinistra”, troppo ideologizzata. 

Se guardata con candore e senza il filtro dell'abitudine, questa posizione non può che suscitare stupore e portare ad interrogarsi sulla sua origine. Per vent'anni, la parte di elettorato di centrosinistra che si è mostrata critica nei confronti della sua dirigenza, l'ha accusata soprattutto di non avere una linea riconoscibile e di avere annacquato oltre ogni misura la sua identità. In primo luogo, mostrando di non volere o di non essere in grado di capire e contrastare l'anomalia berlusconiana (evidente a tutti i nostri vicini europei), nella sua natura di vulnus permanente ai principi fondanti una democrazia liberale, causa di danni profondi, che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, al tessuto civile del paese. Per farlo, sarebbe bastata una solida cultura liberale, magari con una spruzzata di azionismo. 

E' contro l'atteggiamento compromissorio e ottuso dei propri dirigenti che gli elettori del centrosinistra sono scesi in piazza, a difesa della legalità costituzionale e per una legge sul conflitto d'interessi, con i girotondi in diverse città, a Piazza San Giovanni nel 2002, in molte altre occasioni; che hanno difeso la libertà di Biagi e della Guzzanti, si sono riconosciuti, di volta in volta, nelle posizioni di MicroMega e nella protesta di Moretti, nelle denunce dei giornalisti non collusi o assuefatti e nelle opinioni che sono valse a Furio Colombo la sua cacciata dalla direzione dell'Unità. Il sentire comune di molti cittadini di sinistra era avverso all'anti-antiberlusconismo della dirigenza pds-ds-pd, fosse dovuto a togliattismo senza fini o a semplice mediocrità morale e intellettuale. 

In secondo luogo, l'insoddisfazione riguardava le posizioni in tema di laicità (con la sudditanza verso le gerarchie ecclesiastiche, la rinuncia alle leggi sui diritti civili, i finanziamenti alle scuole confessionali, fino alla partecipazione alla beatificazione di un franchista) e di giustizia sociale (con l'inseguimento del centro moderato, la rinuncia ad ogni politica redistributiva, candidature come quella di Calearo e così via). Insomma, la percezione era che tutto fosse, il nostro centrosinistra, meno che “troppo di sinistra”; che mostrasse, anzi, un'estrema sudditanza verso le posizioni del campo opposto, un'ansia di accreditarsi verso i poteri forti, una mancanza di tenuta su ogni principio. 

Da dove sia venuta fuori la convinzione dei renziani che la sinistra abbia perso perché troppo antiberlusconiana, radicale e ideologica è qualcosa che, a prima vista, pare inspiegabile. Eppure la ripetono come un mantra (i continui ed esclusivi riferimenti a Blair si spiegano anche col fatto che, se si eccettua la specificità inglese – che ha portato ad un tasso di diseguaglianza, secondo l'Indice di Gini, di tipo statunitense ed allo sfascio di molti servizi pubblici –, le posizioni del PD sono ultramoderate rispetto a quelle dei partiti socialisti o socialdemocratici europei). 

Particolarmente significativa, come pietra di paragone del cambiamento verificatosi, è l'immagine di D'Alema. Le sue responsabilità ed i suoi errori sono a tutti noti e lo hanno reso, negli anni, il bersaglio privilegiato delle critiche alla dirigenza del centrosinistra. La bicamerale, che legittimava Berlusconi con l'assurdo obiettivo di riformare insieme a lui i fondamenti del nostro vivere civile, era l'epitome delle sue colpe; la scena di “Aprile” con la famosa battuta di Moretti “dì qualcosa di sinistra”, la sintesi icastica del giudizio sulla sua condotta politica. 

Ora, i renziani sono in apparente continuità con questo atteggiamento e hanno in D'Alema uno dei loro nemici più detestati. Ma non si sono mai stracciati le vesti per il recente tentativo dei “saggi”, eredi della bicamerale, di riformare la costituzione aggirando l'articolo 138, con l'appoggio di una maggioranza ancor meno idonea di quella di allora; hanno, anzi, scarsa simpatia per i movimenti e gli intellettuali, come Zagrebelsky e Rodotà, che si sono battuti accanitamente contro questo progetto: li sentono intellettualistici, radicali, chiusi in un ridotto elitario e antiquato. E detestano profondamente giornali come “Il fatto quotidiano” e commentatori come Travaglio, che accusano di giustizialismo, in linea con l'opinione di osservatori a loro più graditi come Polito o Battista. 

Che cosa rimproverano, quindi, a D'Alema? Twittano, ad esempio, il link ad suo intervento del 1997, in cui, criticando Cofferati, si schierava a favore di un approccio nuovo e meno “ideologico” al problema dei diritti del lavoro; e, nei commenti, lo citano a esempio di un D'Alema “buono”, blairiano, poi soverchiato da quello “cattivo”, legato a una concezione di sinistra “vetero” e identitaria. Insomma, lo attaccano per ragioni opposte a quelle che erano alla base delle critiche precedenti; come si sia passati dal D'Alema incitato da Moretti a dire (e a fare) qualcosa di sinistra a quello simbolo di una sinistra troppo identitaria resta abbastanza oscuro. 

Se, insomma, si cerca qualcosa che non sia la mera contrapposizione fra le generazioni, fra “vecchio” e “nuovo”, perdenti e vincenti, si trova solo un'avversione per tutto ciò che, della sinistra, viene considerato ideologico, radicale, legato a valori del passato (“conservatore” è un altro termine chiave. Usato in accezione assolutamente negativa e al di fuori di qualsiasi determinazione storica legata alla tradizionale contrapposizione con “progressista”; senza accorgersi che, così, l'accezione sempre negativa è del tutto priva di senso, dato che anche chi difendesse i principi democratici contro una deriva autoritaria sarebbe “conservatore”). 

La difesa dei beni comuni? Ideologica (per questo, oltre che per il suo essere diventato un punto di riferimento per molti cittadini autenticamente di sinistra, Rodotà è assai poco amato dai renziani). Idem quella dei servizi pubblici, da cui la netta avversione a proteste come quelle dei tranvieri di Genova e Firenze. L'argomento più utilizzato dai renziani è che non ha importanza che un servizio sia pubblico o privato, ma solo che funzioni. Il resto è ideologia. Così come la difesa della scuola pubblica, infatti la loro antipatia per movimenti come il Comitato articolo 33 è nettissima e hanno osteggiato, e poi cercato in tutti i modi di dichiarare fallimentare, il referendum di Bologna. 

L'idea che possano esistere alternative all'attuale modello di sviluppo è completamente assente dal novero delle cose pensabili, così come quella che vi siano diversi interessi di classe o di ceto, sostituita da un appello al “fare squadra” di stampo neocorporativo. I sindacati sono visti con estraneità, se non con un'esplicita avversione, che va oltre la sottolineatura, spesso fondata, dei loro limiti e difetti, e rasenta la classica ostilità piccolo-borghese e bottegaia degli anni 70'-'80 (“L'Italia l'hanno rovinata i sindacati”). Curioso vederla presente in questa forma in militanti del più grande partito della sinistra. I renziani non giungono alla dichiarazione, propriamente di destra, che destra e sinistra non esistono più, ma si fermano giusto un passo prima; la differenza fondamentale è quella fra inefficienza ed efficienza, priva di significato politico, in quanto nessuno si dichiara a favore della prima e tutti in grado di portare la seconda. 

L'ideologia del renziano tipo è, insomma, la quintessenza del post-ideologismo funzionale al pensiero unico, perché incapace di immaginare la possibilità stessa di un'attitudine critica nei suoi confronti. La spiegazione più semplice è che sia l'ennesimo frutto avvelenato del ventennio berlusconiano, come, in modi diversi, il grillismo, di cui i renziani condividono la visione semplicistica della questione dei costi della politica. 

Probabilmente è sbagliato temere Renzi; il suo entusiasmo, il suo attivismo, la necessità stessa in cui si trova di dovere, in tempi brevi, dimostrare di essere in grado di innovare profondamente possono, forse, scuotere in qualche modo lo stagnante quadro politico in cui ci troviamo. Quelli che, per certi aspetti, fanno a volte davvero un po' paura sono i suoi troppo entusiasti sostenitori.


Andrea Bianchi
da Micromega

martedì 17 dicembre 2013

Vile atto vandalico alla sede del Circolo PD di Osnago

Nella notte la sede del Circolo del PD di Osnago è stata oggetto di un vile attacco da parte di ignoti che con un'ascia hanno sfondato la vetrina lungo la strada principale del paese. Appena appresa la notizia, in tarda mattina, un brivido mi è corso lungo la schiena, quanto accaduto a Osnago questa notte è di una gravità assoluta e non si può derubricare come semplice gesto di uno o più vandali. Attaccare la sede di un partito è un metodo che ci riporta a tempi bui per il nostro paese, che speravamo di esserci lasciato alle nostre spalle per sempre. La mia condanna è senza se e senza ma, perchè se la protesta è legittima e, in alcuni casi, rispecchia un malessere concreto, la violenza non è mai accettabile. Non ci faremo intimidire mai, risponderemo sempre con la forza delle nostre idee e il nostro coraggio. Siamo una forza democratica che affonda le proprie radici nei valori della costituzione, continueremo a lavorare nel paese e nelle istituzioni per portare l'Italia fuori dalla crisi contribuendo a raffreddare il clima con atti concreti e a combattere contro la violenza. Il mio pensiero affettuoso e la mia solidarietà va al segretario della Federazione Fausto Crimella, al segretario di circolo di Osnago Felice Rocca, al Sindaco Paolo Strina e a tutti i militanti e iscritti del Pd di Osnago e della Federazione di Lecco.

On. Veronica Tentori
Camera dei Deputati

lunedì 16 dicembre 2013

Fabrizio Barca: "L'abolizione dei fondi pubblici favorisce partiti votati dai ricchi"

L'ex ministro Fabrizio Barca a Bologna: "Una legge non buona. Nel resto d'Europa i contributi sono significativi. Bene l'obbligo di certificazione dei bilanci"

BOLOGNA - Aspetti positivi, come l'obbligo di certificazione dei bilanci. Ma soprattutto limiti, tanto da far definire all'ex ministro ed esponente Pd, Fabrizio Barca, la misura varata dal governo che rivede il finanziamento ai partiti "una legge non buona".

"L'obbligo di certificazione bilanci è un fatto importantissimo - ha detto Barca a Bologna per il lancio dell'iniziativa 'Luoghi ideali' - che permette di fare quello che avviene nel resto d'Europa. Peccato che nel resto d'Europa sia esistente e significativo il finanziamento pubblico e che il resto della norma finisca per mantenere in realtà una forma di finanziamento che favorisce partiti votati da persone danarose". Per l'ex ministro, queste "possono permettersi di dare grandi donazioni che pagheremo noi. Pagheremo noi la contribuzione ma il beneficiario sarà il partito che attrarrà persone che mettono 300mila euro". Discorso simile anche per il due per mille che "consentirà di fare arrivare più fondi ai partiti che parlano a persone più ricche. Quindi la legge è una legge non buona".

"Ci sono due modi per ricomprare la fiducia degli italiani. Uno è il modo di Nerone, gettando in pasto cose ai leoni nel Colosseo - ovvero assecondarne la rabbia - e la legge sul finanziamento ai partiti è una di questi, oppure far loro vedere che sei in grado di migliorare la loro condizione di vita" ha aggiunto Barca.

Renzi, Letta e i teorici dell’inciucio


Prima ancora che Matteo Renzi vincesse le primarie, era chiaro che la stabilità intesa come valore assoluto era una cornice vuota, senz’alcun dipinto dentro. Giaceva a terra, come il potere dei vecchi regimi che i rivoluzionari raccattano facilmente. Il nuovo segretario del Pd gli ha assestato il colpo di grazia, domenica a Firenze («ai teorici dell’inciucio diciamo: v’è andata male») e in un baleno il mondo di ieri è apparso ingrigito, obsoleto.
È così anche se Renzi non sarà che schiuma delle cose. Già da tempo in Europa son fallite le strategie anticrisi che come fondamento hanno scelto la sospensione della democrazia e dell’idea stessa di conflitto, sociale o politico. Anziché spegnersi, la crisi s’è acuita. Perfino il Wall Street Journal, in nome dei mercati, ha scritto il 24 novembre che i toni sempre bassi, i compromessi tra oligarchi, la pacificazione come dogma, prefigurano la «stabilità dei cimiteri». Continueranno a prefigurarla se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente, ma pur sempre concesse.
Il suo tempo è brevissimo, perché enorme è la forza d’inerzia dei vecchi regimi, anche se incartapecoriti. Possiedono l’energia del corpo che non cessa di gorgogliare anche dopo morto, come nell’Illustre Estinto di Pirandello: sottosegretari deputati e curiosi s’affollano nella camera ardente, e nel silenzio quasi sacro della scena può accadere l’inatteso: «Un improvviso borboglìo lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? — Digestio post mortem, — sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo».
Il che vuol dire: nel ventre d’Italia tutto è ancora possibile, anche il borboglìo squacquerato che inneggia alla stabilità degli inciuci, e questo per il semplice fatto che il Paese vi sta rannicchiato da anni. Dante avrebbe detto, con i suoi magnifici neologismi: s’è in-ventrato nella stabilità oligarchica. Con linguaggio più moderno l’ultimo rapporto del Censis — presentato il 6 dicembre — usa metafore identiche. Narra un’Italia imbozzolata, senza «sale alchemico»: «sciapa, infelice », cerca riparo nella Reinfetazione.
Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis). È il dispositivo, al tempo stesso disciplinatore e rasserenante, che il pacificatore Napolitano coltiva da anni. Nella reinfetazione, scrive De Rita nel suo 47° rapporto, tutti i soggetti politici, i rappresentanti, le forze sociali, vivono «in stato di sospensione nelle responsabilità del Presidente della Repubblica». Vogliose, ma incapaci di «tornare a respirare».
Questo teorema avvizzisce d’un colpo: in realtà la reinfetazione «riduce la liberazione delle energie vitali. Implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti». Usa crisi e paure per salvaguardare il potere di poche, chiuse cerchie. Riduce e demonizza il conflitto, quando dovrebbe invece considerarlo sale della rinascita. Tradisce le speranze in Rodotà o Prodi. È probabile che gran parte degli elettori, votando Renzi e anche Civati (82%, insieme), più che un nuovo capopopolo abbia cercato precisamente questo: uscire dal ventre, chiudere l’era fetale, e fatale, cara a Napolitano. Riabilitare il conflitto, a cominciare da quello contro le larghe, strette, o larvate intese. Non sappiamo fino a che punto Renzi ne sia conscio. Se non lo è non gli basterà la veduta lunga consigliata da Fabrizio Barca. Entro un anno sarà sfinito.
Il rapporto del Censis non è stato il solo segno precursore. Non avremmo i sussulti odierni, senza la scossa di 5 Stelle. E anche la Corte costituzionale ci ha messo del suo, il 4 dicembre, abolendo un Porcellum carezzato per 8 anni dalla classe politica. È vero, nel gennaio 2012 proprio la Consulta bocciò il referendum col ritorno al Mattarellum chiesto da 1,2 milioni di cittadini. È innegabile, essa ci restituisce il grado zero della democrazia (la proporzionale). Ma mette i politici davanti alla verità e dice: volutamente avete preferito regole che hanno promosso i rappresentanti dei partiti anziché dei cittadini, allargando la faglia tra voi e loro, e questo lo dichiariamo illegittimo. Se non vi date da fare, avrete il proporzionale come nella Repubblica di Weimar. Una iattura? La questione è controversa, tra gli storici tedeschi: se Hitler vinse, sostengono molti, la colpa non fu solo del proporzionale.
Zagrebelsky ricorda giustamente che lo Stato continua, dopo la sentenza. Ma Stato non è sinonimo di governo. E il Parlamento attuale, pur non annullato, di fatto è «delegittimato dal punto di vista democratico»(Repubblica 8-12). Si è delegittimato lasciando che il gong, ogni volta, venisse suonato da fuori: da outsider come Grillo, i magistrati della Consulta, gli elettori dei referendum. Anche qui il Censis parla chiaro: la salvezza, anche economica, verrà dagli esterni. Dagli immigrati che si fanno imprenditori con più lena degli italiani, dalle donne che fondano aziende, persino dai giovani che fuggono all’estero e si riveleranno una risorsa. Tutti costoro, e tutti i movimenti cittadini di protesta, sono come un esercito straniero di liberazione: pronti ad approdare in Italia come le truppe anglo-americane in Sicilia e Calabria nel luglio e settembre ’43.
È uno sbarco generalizzato — Grillo ha dato il via, poi son venute la Consulta, le parole del Censis, le euforiche primarie — e per forza il popolo è «allo sbando», come l’8 settembre ’43 all’armistizio. Colpisce che l’espressione —Paese sbandato—appaia in tanti commenti di questi giorni. L’aveva usata Elena Aga Rossi, nel bel libro sulla fine della guerra (Una nazione allo sbando,2003). Furono anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti. Il governo Badoglio ordinò la resa agli alleati, ma senza rompere l’inciucio col socio nazista. Il giorno dopo fuggì col Re consegnando ai tedeschi due terzi dell’Italia, Roma compresa.
Seguì una reazione disperata del Paese, caotica. I più tornarono a casa senza battersi, e però la patria non morì: il 9 settembre nacque il Comitato di liberazione, e furono tanti i militari che rifiutando la doppiezza combatterono Hitler. Tuttavia il caos poteva esser risparmiato, se la rottura con il fascismo fosse stata netta. Se non fosse perdurata l’abitudine a restare nel suo ventre, a reinfetarsi. Ne nacquero film come Tutti a casa di Luigi Comencini, o ancor più Vita difficile di Dino Risi. Il protagonista di quest’ultimo — impersonato da Sordi — senza fine narra il nostro sperare e disperare, credere e sbandare. I suoi urli d’ira sulla litoranea di Viareggio, contro il Paese che ha tradito lui e la Resistenza, esplodono tali e quali in questi anni, questi giorni. Il voto a Renzi è l’ultimo della serie.
È una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia. Troppo presto forse Enrico Letta ha detto: «Non è un voto contro di noi. È un argine contro il populismo e la deriva distruttiva, estremista» di Grillo, più che di Berlusconi. Il senso del voto è in mano a Renzi. Non mente quando dice: l’urlo dei Vday è altro dalle primarie. Ma nella sostanza è simile quel che muove ambedue: la rabbia, la sete di rigenerazione. Ignorarlo è rischioso, non solo per lui.
È rischioso anche per l’Europa, bisognosa di scosse simili. Non per scaricarla (lo Stato del tutto sovrano è imbroglio) ma per edificare, questo sì, una vera Comunità.

Barbara Spinelli
da Repubblica, 11 dicembre 2013

domenica 8 dicembre 2013

Risultati primarie 8 dicembre Merate

Risutati per il seggio di Merate:

Votanti 671

Cuperlo 76
Renzi 463
Civati 129

Nulle 3

Risultati provincia di Lecco: 
http://www.pdlecco.it/public/pub_files/RACCOLTA_DATI_LECCO.pdf

Risultati Nazionali: 
http://www.primariepd2013.it

giovedì 5 dicembre 2013

Domenica 8 dicembre primarie per l'elezione del segretario PD

A Merate si vota, dalle 8 alle 20, presso la Sala Civica di V.Le Lombardia 14.

Per gli altri comuni della provincia di Lecco: 
L'elenco dei luoghi di voto dell'8 dicembre per singolo comune (formato pdf) 


Ulteriori informazioni su: http://www.pdlecco.it/ e su: http://primariepd2013.it/

Gianni Cuperlo

Matteo Renzi

Giuseppe Civati

Primarie 8 dicembre 2013

clikkare sull'immagine per ingrandire

Si vota dalle 8:00 alle 20:00, a Merate presso la sala Civica di V.le Lombardia, 14.

Elenco completo dei seggi nella provincia di Lecco
clikka qui per l'elenco completo (in pdf)
Hanno diritto di voto le cittadine/i e le elettrici/elettori che hanno compiuto il sedicesimo anno di età.
Cerca il tuo seggio visitando il sito www.primariepd2013.it oppure recandoti al circolo PD più vicino.
* I ragazzi tra i 16 e i 18 anni, gli studenti, i lavoratori fuori sede e i cittadini temporaneamente fuori sede per motivi personali, debbono obbligatoriamente registrarsi online per poter esercitare il diritto di voto. Per tutti la registrazione online si potrà effettuare fino alle ore 12:00 del 6 Dicembre 2013.
Ricordati che prima di prendere la scheda elettorale ti sarà richiesto di firmare l'albo degli elettori delle Primarie e la normativa sulla privacy.
Recati al tuo seggio munito di un documento d’identità e della tua Tessera Elettorale, nonché di 2 euro di contributo per le spese organizzative (gli iscritti al PD non hanno quest’obbligo) e ti sarà consegnata la scheda elettorale per esercitare il tuo diritto di voto.
Barra sulla scheda il nome della lista del candidato a Segretario Nazionale del PD che intendi sostenere.
Buone primarie a tutti!

giovedì 28 novembre 2013

E ora liberiamoci dal berlusconismo


La tentazione sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d'aver cancellato l'anomalia, si torna alla normalità come se mai l'anomalia - non fu che momentanea digressione - ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: "Non l'avete ucciso!" Tutt'altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire.

L'infezione, "nostro mal du siècle", sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava "combatterlo per tutta la vita", dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell'ottobre 2004: "Non c'è un potere politico corrotto e una società civile sana". Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all'ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: "Siamo tutti immersi nella corruzione", avvertì Sylos. La servitù volontaria a dominatori stranieri e predatori ce l'abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l'8 settembre '43, fu disastrosamente ambigua: "Tutti a casa", disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze.

Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel '94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall'oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino.

Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari. Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate. E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 15-16 punti, prima del voto a febbraio. Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l'eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d'agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d'intossicare l'Italia.
Il conflitto d'interessi in primis, e l'ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del '57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell'oblio. Sylos Labini sostenne che fu l'opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L'onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un'abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio. Berlinguer la pose nel '77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali. Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l'ambiguità di questa formula-passe-partout: è un'"etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica", ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile "viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune". (Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212).

Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all'uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell'amoralità o illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un'élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa "conversione del papato". Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un'Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com'è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?). Permane la vergogna d'esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l'ultima accusa è falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l'innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l'Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l'Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l'abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: "Siamo tutti immersi nella corruzione". Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro. Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la "putrefazione morale" svelata da Piero Calamandrei. Un'intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l'atroce giudizio di Calamandrei.

Barbara Spinelli, da Repubblica, 27 novembre 2013

lunedì 18 novembre 2013

Risultati del voto sulle mozioni - 17 novembre 2013

Provincia di Lecco:
Renzi 390
Cuperlo 335
Civati 157
Pittella 8

Circondario Meratese:
Renzi: 89
Cuperlo 74
Civati 60
Pittella 1

Circolo di Merate:
Cuperlo 12
Renzi 9
Civati 9
Pittella 0

Tutte le info su www.pdlecco.it

Delegati eletti: 

Riassunto voti per circondario: 

Riassunto voti per circolo

martedì 12 novembre 2013

PRESENTAZIONE DELLE MOZIONI DEI CANDIDATI ALLA SEGRETERIA NAZIONALE

13 NOVEMBRE ore 21.00 - sala civica -V.le Lombardia- MERATE

Presentazione delle mozioni dei candidati alla segreteria nazionale:
  1. Gianni Cuperlo: presenterà la mozione l'On. Gianmario Fragomeli (Camera dei Deputati)
  2. Matteo Renzi: presenterà la mozione Augusto Rimini (segretario circolo PD Calco)
  3. Gianni Pittella: presenterà la mozione Matteo Vismara
  4. Giuseppe Civati: presenterà la mozione Paolo Strina (Sindaco di Osnago)
Tutte le info su www.pdlecco.it

Vi aspettiamo numerosi!

PD Merate

sabato 9 novembre 2013

Congresso del Circolo PD di Merate - 27/10/2013 - Documento per la candidatura a Segretario Cittadino di Domenico Cavana

PREMESSA
Il successo delle primarie del 25 ottobre 2009 fu un valido e significativo inizio per la costruzione del nuovo PD. Da allora molto è cambiato nella Società Italiana e anche nella  Società Meratese.
Con onestà dobbiamo ammettere che il PD di Merate ha avuto grosse difficoltà a vivere questi cambiamenti.
Domenica 27 ottobre 2013 siamo chiamati sia ad eleggere il Coordinatore e i Componenti del Coordinamento del Circolo di Merate, sia a scegliere tra i due  Candidati colui che sarà il prossimo Segretario Provinciale.
Si ripresenta un’altra importante occasione per RIPRENDERE IL CAMMINO verso il PD a cui tutti tendiamo.
Un partito che si basa sui bisogni della vita delle persone, e sulle loro attese e speranze inerenti la qualità della vita. 
Un partito che abbia una direzione politica chiara, frutto della partecipazione dei suoi aderenti e dei suoi sostenitori.  
Un partito che abbia una linea verticale a doppio senso, dalla base dei suoi iscritti alle figure di riferimento politico nazionale e viceversa, e conosca anche una dimensione orizzontale, di scambio e collaborazione tra i territori, i circoli, le amministrazioni locali, condividendo le buone pratiche. Non gerarchie, insomma, ma rapporti e relazioni.
Un partito che interpreti in maniera univoca e chiara la missione assegnatagli dalla Costituzione: art. 49 “TUTTI I CITTADINI HANNO DIRITTO DI ASSOCIARSI LIBERANENTE.IN PARTITI PER CONCORRERE CON METODO DEMOCRATICO A DETERMINARE LA POLIOTICA NAZIONALE”.
Un partito che parli con chiarezza e riconquisti la sua credibilità ideale e politica sia nel campo dei Valori e dei Principi, sia nel  campo delle iniziative politiche.

LA “MISSIONE” del CIRCOLO
Per raggiungere gli obbiettivi in premessa, nell’ambito del Circolo di Merate, a mio parere, il Coordinatore, i componenti del Coordinamento e tutti gli iscritti si dovrebbero impegnare a:
1.      assumere i Principi descritti nel Manifesto dei Valori, approvato nel febbraio del 2008,  come forza ideale che sostiene l’azione politica.
  1. assumere la laicità come metodo di lavoro in tutti i campi e non solo per i temi eticamente sensibili, il che significa:
    1. operare nell’interesse generale e non di una parte sola.
    2. non porsi nel dibattito pensando di possedere la verità o di avere ragione a priori.
    3. saper ascoltare le ragioni altrui e avere l'umiltà e l'intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa diversamente.
  2. operare affinché:
    1. il Circolo sia un Circolo inclusivo e autonomo, aperto e disposto al dialogo con tutte le componenti sociali, culturali e imprenditoriali del territorio;
    2.  sia realizzata la trasparenza, mettendo a disposizione degli iscritti e dei cittadini, che ne facciano richiesta, gli atti e le decisioni prese, il rendiconto delle spese e dell’utilizzo dei contributi ricevuti.
  3. consolidare il metodo delle consultazioni primarie, soprattutto, per la scelta dei candidati che il PD intenderà proporre per gli incarichi istituzionali, anche a livello locale, al fine di aumentare la partecipazione non formale degli iscritti, per tenere vivo il confronto sulle idee e sui programmi.

IL COORDINAMENTO – COMPITI e DELEGHE
§         Al Segretario Cittadino: oltre al naturale compito di coordinamento delle attività interne al Circolo, spetta la gestione dei rapporti con le Istituzioni Territoriali e con gli altri livelli del PD (Circondario e Provinciale)
§         Al Tesoriere/Segretario è affidata la responsabilità amministrativa e di Segreteria Generale
§         Agli altri componenti nella prima riunione di Coordinamento verranno affidate le deleghe tematiche sulla base dell’accordo preso con tutti i componenti. Ogni titolare di delega avrà l’onere della preparazione e della conduzione delle riunioni di Circolo programmate per ogni tema.

IL COMUNE – IL DISTRETTO
Tra i temi che nel Circolo si devono affrontare, quello del Comune e del Distretto hanno carattere prioritario. L’analisi e le conseguenze operative che il Circolo saprà fare dei temi relativi al Comune e al Distretto non solo consolideranno il nuovo PD meratese, ma getteranno le basi per affrontare con successo le prossime elezioni amministrative.

Indicativamente ricordo:
  1. Per quanto riguarda il governo del Comune:
    1. Il PD di Merate ritiene che Il PEG (Piano Esecutivo di Gestione) e il BILANCIO SOCIALE siano gli strumenti indispensabili per un’efficace e efficiente gestione  e controllo delle risorse del Comune, non solo, ma che abbiano anche lo scopo di rendere conto con dati comprensibili a tutti i cittadini, siano essi imprese, enti, associazioni o singoli individui come vengono gestite le risorse pubbliche.
    2. Il PD di Merate ritiene che occorra rivedere e ammodernare la macchina comunale, dotandola di strumenti idonei, non solo informatici. Soprattutto, va assicurato un corretto coordinamento dei Servizi anche al fine di permettere ad ogni persona di lavorare in piena armonia con tutte le altre nella consapevolezza dei propri diritti e delle proprie responsabilità.

  1. Per quanto riguarda il Territorio allargato (il Distretto):
Merate si deve dare una missione di servizio verso il territorio distrettuale. Senza pigli dirigistici, o peggio di supponenza, deve trovare una forma di compartecipazione paritetica con gli altri Comuni nel gestire problemi comuni, tra cui ad esempio ricordo:
·         le Strutture Sanitarie
·         la Sicurezza,
·         l’Ambiente,
·         la Viabilità
·         l’Accoglienza e l’Integrazione degli Immigrati.
È molto importante consolidare l’esperienza della Conferenza dei Sindaci del Meratese, potenziando la sinergia con la Conferenza dei Sindaci del Casatese. A questi organismi va affidato il compito della programmazione e del controllo degli interventi relativi alle problematiche sovracomunali, come quelli sopra ricordati

IL PD PROVINCIALE
Il Circolo affida al Segretario Cittadino il collegamento con il Gruppo Dirigente Provinciale per assicurare la linea verticale a doppio senso (vedi premessa). A tal fine è auspicabile che i Segretari Cittadini e i Coordinatori di Circondario facciano parte di diritto nell’Assemblea Provinciale.

L’AREA DEL CENTROSINISTRA A MERATE
Il Circolo ritiene fondamentale e politicamente caratterizzante la collaborazione con Gruppi o Associazioni di Centrosinistra, presenti e attivi nel territorio meratese, disponibili a condividere traguardi comuni e modalità operative.

Domenico Cavana
segrerario Circolo PD Merate