sabato 5 gennaio 2013

“Montalcini ha onorato l’Italia”. Ma nel 2006 Berlusconi e Lega la insultavano

Oggi il Cavaliere le dedica "un doveroso omaggio" e Schifani fa lo stesso, ma tra il 2006 e il 2007 la senatrice a vita era stata costantemente presa di mira dal centrodestra per il suo impegno in Senato a sostegno del governo Prodi. Dalle "stampelle" di Storace al "microonde" di Calderoli

Ieri nemica giurata a cui offrire “stampelle”, oggi scienziata che ha onorato l’Italia. Hanno la memoria corta i politici di centrodestra che piangono la scomparsa del premio Nobel per la Medicina. Il messaggio di Silvio Berlusconi è commovente: “Mi unisco a tutti gli italiani che in questo momento rendono il doveroso omaggio a Rita Levi Montalcini. Una scienziata di grande valore, una donna che ha onorato l’Italia”. Eppure, il 19 maggio del 2006, l’allora capo dell’opposizione attaccò pesantemente i senatori a vita, definendo ”immorale” la loro decisione di votare la fiducia al governo Prodi che peraltro risultò ininfluente ai fini numerici. La scienziata rispose con eleganza: “E’ la sua opinione. Io non avevo solo il diritto ma anche il dovere di votare”.

Ha la memoria corta anche il presidente del Senato Renato Schifani che oggi scrive: “Nella sua lunga esistenza, dedicata sino alla fine, con straordinaria lucidità e immutata passione agli studi scientifici, ha illustrato il nostro Paese come pochi altri nel secolo passato”. Il 16 giugno del 2006,da capogruppo dei senatori di Forza Italia, si scagliò contro i senatori a vita e in particolare contro la ricercatrice: “Come dimostrano le dichiarazioni odierne di Ciampi e della Levi Montalcini, l’Unione fa scendere in campo i senatori a vita per tentare di spuntarla in tutti i modi, anche nel referendum. Questo dimostra tutto lo stato di profonda difficoltà in cui versa il governo Prodi, obbligato a ricorrere a tutto pur di scongiurare l’inevitabile disfatta. Attendiamo adesso che la maggioranza getti ancora di più nella mischia i senatori a vita nel dibattito politico, così tra poco ce li vedremo anche in trasmissioni radio televisive a fare opinione per la sinistra, senza aver ricevuto alcun mandato dai cittadini”. 
Anche Francesco Storace, attualmente leader de La Destra, commenta la morte della senatrice a vita cui offrì delle “stampelle” perché offendere l’impegno con cui la scienziata si recava e votava in Senato. ”Cominciata la corsa elettorale, Repubblica e compagnia varia aprono le danze con losciacallaggio peggiore usando letteralmente la scomparsa di Rita Levi Montalcini. Una polemica politica chiusa davanti al capo dello Stato è il pretesto per evitare di parlare del grande sforzo che fu sostenuto dalla mia amministrazione per la fondazione Ebri. Il protocollo per la cittadella delle neuroscienze, i finanziamenti per la ricerca assieme alla straordinaria opportunità di aver conosciuto una ricercatrice che è stata apprezzata in tutto il pianeta non saranno offuscati nel mio ricordo da una campagna miserabile” dice oggi, ma nell’autunno del 2007 le sue dichiarazioni fecero indignare anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. In una intervista l’allora esponente di An aggiunse: ”Questa gagliarda signora non è solo la ricercatrice che abbiamo conosciuto, bensì si è trasformata nello strumento micidiale di sostegno del governo Prodi, diventando, così, persona di parte”. E il suo collaboratore Fabio Sabbatani aggiunse: “Abbiamo scartato mutandoni e pannoloni, meglio le stampelle”.
A Storace, Montalcini rispose con una lettera a Repubblica: “A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse “facoltà”, mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria” 
Protagonista degli insulti per cause politiche è stata anche la Lega Nord: “Per noi è un vero onore che sia nata a Torino e che da qui abbia poi fatto tanta strada, dedicando la sua vita alla scienza, raggiungendo altissimi meriti in campo scientifico, fino al Premio Nobel per la medicina nel 1986”. E’ il messaggio del presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota. Ma anche dal Carroccio erano arrivati strali velenosi contro la ricercatrice. Nel giugno del 2006 Roberto Calderoli così criticò il no alla riforma della Costituzione: “Dopo Scalfaro e Ciampi, ora anche Rita Levi Montalcini dice No al referendum sulla riforma della Costituzione. Due senatori e una senatrice a vita, che insieme fanno quasi tre secoli: ecco il nuovo che avanza. Se nel mondo, in passato, i riformatori fossero stati della stessa pasta di quelli di casa nostra molto probabilmente la scienza sosterrebbe ancora che la terra è piatta, cosa che qualcuno forse potrebbe ancora pensare”. Era il luglio del 2007 quando l’allora capogruppo della Lega al Senato Roberto Castelli attaccò il centrosinistra per il ricorso ai senatori a vita per far passare il ddl Mastella. E in particolare se la prese con Rita Levi Montalcini. ”Lei è stata nominata perché ha illustrato la patria nel suo campo. Perché, quindi, si umilia e si abbassa a fare una parte del genere?”. Nell’agosto contro la scienziata si scagliò nuovamente Calderoli: ”Quando ieri ho visto la Montalcini votare, ho detto ‘allora è viva’. L’hanno tolta dal microonde e l’hanno scongelata. Prodi, tutti i giorni, sta in piedi con il microonde”.  E proprio la Lega fu propose di eliminare gli stanziamenti ad hoc per la fondazione Ebri (European brain research institute) della senatrice  nell’ottobre successivo per traferire i fondi “al centro San Raffaele di Milano, in particolare al settore neuroscienze”. Per punire, disse Castelli ”un mercimonio immorale”.
Oltre alle accuse dei politici a Rita Levi Montalcini, da ricordare è anche la vicenda che portò la scienziata a querelare Beppe Grillo dopo un insulto: il comico genovese, in uno spettacolo a Fossano nel luglio del 2001, disse che il premio Nobel era “stato comprato” da una società farmaceutica di cui era stata testimonial per il lancio di un prodotto dagli effetti neurotossici. “Sì è vero… le ho dato della vecchia bagascia – disse Grillo – ma a Genova è un modo per definire una persona molto astuta, come lei che a novant’anni, invece di sostenermi nella mia battaglia per una ricerca di qualità, mi ha querelato. Ma non perché l’ho definita affettuosamente così – scherzò il comico – mi ha querelato perché l’ho chiamata vecchia”.
Giovanna Trinchella
il fatto Quotidiano

Quando la società è orfana dello Stato

MARIO Monti contro Silvio Berlusconi? Ancora una volta, quel che accade in Italia si decide a
Milano: nelle sue istituzioni politiche, nelle sue università, nelle sue aziende, nelle personalità che di qui partono, a intervalli regolari, per conquistare Roma. «Milano è la chiave d’Italia», la clef d’Italie, diceva Margherita d’Austria, zia di Carlo V, quando la caduta del Ducato di Milano mise fine alle libertà dell’Italia nel Cinquecento.
Fu chiave e resta tale non tanto per la geografia, quanto per le virtù e i vizi che la città ha mostrato di possedere, prima dell’Unità e fino ai giorni nostri: virtù d’impegno civile, vizi di estraneità allo Stato. Sia Berlusconi che Monti di questa città sono figli, di qui son salpati per Roma: il primo poggiando sulle sue aziende e su Milano 2, il secondo sul vivaio di economisti della Bocconi. Monti si ritiene alternativo all’inventore di Forza Italia, e certo non ha ingombranti interessi privati da anteporre a quelli pubblici. Ha una levatura e un respiro europeo del tutto assenti nel Cavaliere. Ma è alternativo per davvero, ne ha la volontà, oppure è l’altra faccia d’una medaglia che non muta?
Per rispondere a questi interrogativi, e tentare un distinguo fra le due figure milanesi oggi dominanti l’Italia, è assai utile leggere il libro-pamphlet appena pubblicato da Franco Continolo, che per anni ha operato nel mercato finanziario e che la città la vede da vicino se non da dentro, come il dottor Tulp nella Lezione di anatomia di Rembrandt. Il titolo (Milano «clef d’Italie», edito da Lampi di Stampa) rimanda subito all’essenza: cioè al rapporto della città con lo Stato, la politica, l’Italia. Ed è un libro doppiamente prezioso, perché i punti di vista dell’autore s’intrecciano a quelli di storici e scrittori che lungo i secoli hanno analizzato proprio questo rapporto, e che meticolosamente vengono trascritti e inanellati come in una collana: da Pietro Verri a Manzoni, Croce, Chabod; da Rosario Romeo a Giorgio Rumi.
La tesi del libro è avvincente: pur nell'alternarsi di fasi di rinascita a più lunghe fasi di decadenza, «Milano bifronte» appare incapace di diventare pòlis, cittàstato, formatrice di classe dirigente. Nell'800, dopo un periodo che Continolo chiama dell'incivilimento, la città, con l’insurrezione antiaustriaca delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848) diventa chiave del Risorgimento, e nei decenni successivi all'Unità può fregiarsi del titolo di capitale morale. 
La laicità dello Stato è centrale per gli innovatori («Val più il dubbio d’un filosofo – così Cattaneo – che tutta la morta dottrina d’un mandarino e d’un frate »). Notiamo tuttavia che l’incivilimento, rappresentato da illuministi come Pietro Verri, Cesare Beccaria, Giandomenico Romagnosi, Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo, era stato avviato proprio dalla potenza occupante, l'Austria di Carlo VI, Maria Teresa, Giuseppe II. Fondamentale, per le implicazioni politiche e civili oltre che economiche, fu la riforma del catasto.
Con Bava Beccaris, il generale che guida la repressione violenta, sproporzionata, della sommossa del 6-9 maggio 1898, il fuoco dell’incivilimento risorgimentale si spegne, e la città cessa di essere capitale morale per ridivenire capitale della restaurazione e, non di rado, dell’eversione. Il suo essere capitale morale durò poco: fu un’eccezione alla regola. La sua storia è fatta essenzialmente di quest’eccezione. Dall'incivilimento si passa dunque all'imbarbarimento, al prevalere dell'interesse privato sul pubblico (è il modello ricchezza privata-miseria pubblica), al venir meno della passione che aveva animato la scelta cavouriana e unitaria del vecchio ceto patrizio, al riproporsi dell'alleanza fra potere politico e gerarchie ecclesiastiche.
Su questa fase di decadenza, durata per gran parte del ’900, si sofferma Tommaso Padoa-Schioppa in una lettera del settembre 2009, pubblicata in apertura del libro, quasi un'epigrafe. Scrive Padoa-Schioppa: «Non è un’esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861, forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti». Le responsabilità milanesi non si limitano all'aver suscitato le «tre marce su Roma» – Mussolini, Craxi, Berlusconi – per «mettere un leader politico “decisionista” alla guida del Paese». Un’intera classe imprenditoriale «ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all’impresa e portati fuori dall’Italia, dell’evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell’informazione economica».
L’imbarbarimento, Continolo lo riassume nel concetto, caro allo storico Rumi, di società senza Stato. Lo Stato è vissuto come nemico invadente, estraneo ai pragmatici bisogni della borghesia imprenditoriale milanese. E di conseguenza sono nemici la politica, l’impegno civile, il Meridione. Le pagine più terribili del libro evocano l’ostilità dei socialisti di Turati e dei repubblicani milanesi alle celebrazioni del XX Settembre.
Basti citare un articolo de La Critica sociale, diretto da Turati, nel 25° anniversario della breccia di Porta Pia: «Il 20 settembre, simbolo del compimento dell’unità che ci ha disuniti, che ha sovrapposto un minuscolo sciame d’arpie all’immenso popolo degli squallidi lavoratori italiani, non può essere per questi che giorno di raccoglimento e di protesta». Lo sciame d’arpie impersonava il Sud. Lo spirito antimeridionale delle sinistre milanesi fu feroce, e favorì la connivenza con il conservatorismo cattolico.
Così veniamo all'oggi: alla quarta apparizione, nell'orizzonte della politica nazionale e romana, di un milanese di primo rango. Monti non viene da un’impresa come Berlusconi, ma da un’università,  la Bocconi, che non è mai riuscita veramente a selezionare classe dirigente. È giunta l’ora in cui l’Ateneo si riscatta, in cui rivive la tradizione dell’incivilimento? È fondata, la fede di Umberto Ambrosoli nel senso di responsabilità rinato in Lombardia? In apparenza sì, ma molti dubbi restano da chiarire. La continuazione del governo Monti è reclamata a viva voce dai vertici ecclesiastici (Bagnasco, Ruini). Riceve il sostegno di Comunione e Liberazione, che furbamente s’è congedata da Berlusconi. È difficile che con lui tali vertici siano disturbati da leggi sulle questioni dette etiche, cruciali per l’incivilimento e la laicità dell’Italia: nuove regole sul fine vita, rispetto della legge sull’aborto, unione matrimoniale o semimatrimoniale fra omosessuali. È difficile che Monti difenda la neutralità laica dello Stato, attaccata aspramente dall'arcivescovo di Milano Angelo Scola il 6
dicembre a Sant’Ambrogio. Tanto decisivo è l’imprimatur del Vaticano, e della Dc europea: un imprimatur ingombrante, troppo, ma di buon grado accolto dal Premier.
La laicità è forse la prova nodale per Monti, in un paese dove la Chiesa s’intromette nella politica pesantemente. Dove l’egemonia ecclesiastica non è esercitata dagli eredi del Concilio ma – lo spiega il teologo Massimo Faggioli commentando l’omelia di Scola – dai creazionisti anti Obama del cattolicesimo americano (Huffington Post, 7 dicembre). Sembra enorme, il divario fra Berlusconi e Monti. Ma ancora non sappiamo bene la visione che Monti ha del mondo: se auspichi la riscoperta del senso dello Stato, o se sia un fautore della società senza Stato, senza politica, senza contrapposizione fra partiti. Di una società che tramite i suoi manager, o banchieri, o economisti, «educhi il Parlamento» e la politica, e li sorpassi, come lui stesso ha auspicato il 5 agosto nell’intervista a Spiegel, infastidito dalle tante, lente procedure della democrazia.

Barbara Spinelli
“la Repubblica”

giovedì 3 gennaio 2013

Ecco le spese "pazze" del Trota Pagati spritz, caramelle e un frigo



Rimborsati oltre 22mila euro al figlio di Bossi: nella lista anche un rilevatore di autovelox, iPad, e 2 euro di «pizza bianca». IL DOCUMENTO: TUTTE LE SPESE, UNA PER UNA

Sarà colpa del viaggio in auto, ma le volte che Renzo Bossi entra in autogrill - almeno quando si faceva rimborsare le spese come consigliere regionale - prende sempre qualche caramellina, snack, brioche farcita, e qualche bibita: Red bull in prevalenza ma anche Gatorade o Powergade. Come molti suoi coetanei, del resto. 

Anzi, a differenza di tanti 24enni di oggi l’ex consigliere regionale leghista compra anche i giornali. Come i ragazzi della sua età, Renzo sembra appassionato di tecnologia. Per esempio, alla vigilia di Natale del 2010 non ha resistito ad acquistare Ipad, Iphone e accessori, tutti insieme per 1.515 euro (di iPad ne aveva già uno, mentre l’iphone lo ricomprerà qualche mese dopo). Qualche volta alla sera un cocktail: tre spritz all’Hollywood di Milano, il giorno dopo mojito, Campari e Negroni, sempre nel famoso locale della movida milanese.

Una volta in pizzeria ha pagato quaranta coperti. Sono alcune delle voci che sommate fanno i 22.617 euro che sono stati rimborsati al consigliere lombardo del Carroccio tra il 2010 e il 2012. Si chiamano «Provvidenze e contributi per il funzionamento dei gruppi consiliari», come la legge regionale che li istituisce, la numero 34 del 27 ottobre 1972. 

A guardare bene l’elenco c’è pure uno spazzolino, un frigorifero da 159 euro e un aggeggio dal nome Coyote autovelox-tutor-fotocam, che dovrebbe servire a localizzare le antipatiche telecamere piazzate su strade e autostrade. E ancora tanta tecnologia, caramelle, due euro di «pizza bianca», un libro di Gianpaolo Pansa - «Carta Straccia» - sul «Potere inutile dei giornalisti italiani», taxi e coperti. 

Il Trota, come in altri tempi lo aveva ribattezzato il padre, è uno dei 62 consiglieri (o ex) indagati con l’ipotesi di peculato dalla procura di Milano, che vuole capire meglio come funziona il sistema dei rimborsi ai politici del Pirellone. Nell’invito a comparire che gli hanno recapitato i pm Robledo e Filippini, il giovane Bossi è chiamato a presentarsi il dieci gennaio per giustificare gli acquisti fatti con soldi pubblici.

Il dieci sarebbe toccato anche alla vicepresidente del Senato Rosi Mauro, ex colonnello leghista, anche lei per qualche mese consigliere regionale nel 2008 e anche lei indagata. Mauro però ha voluto togliersi subito questa incombenza e si è presentata ieri mattina in procura: «Ho già dato a Pasqua, non vorrei anche a Natale», ha detto riferendosi alla precedente inchiesta che travolto la Lega e che ha visto anche la senatrice protagonista sui giornali, pur non essendo indagata. 

La vicepresidente di Palazzo Madama si è fermata circa un’ora col pm Paolo Filippini, al quale ha detto che le spese da lei sostenute per 7.482 euro riguardano (come si vede nella lista) stampanti, cellulari e computer, per i suoi collaboratori. «Mi auguro che in futuro ci siano regole più chiare sui rimborsi», ha detto l’ex leghista, prima di lasciare il palazzo di Giustizia. Ma non ci sono solo Bossi e Mauro nella nuova tranche di inviti a comparire spediti dalla procura. Tra i consiglieri (ed ex) più conosciuti, compaiono Giorgio Puricelli (Pdl), fisioterapista del Milan, Monica Rizzi, leghista ex assessore allo Sport, e il vicepresidente regionale e assessore Gianni Rossoni (Pdl). 

A quest’ultimo viene chiesto conto solo di una ricevuta da 1.800 euro rilasciata da un ristorante cremonese per le consumazioni di 45 coperti. L’ex assessore Rizzi tra il 2008 e il 2010 ha speso 25.857 euro, per lo più in pranzi, cene, francobolli, tecnologia e cancelleria, mentre Giorgio Puricelli in due anni ha avuto rimborsi per 20.402 euro. Nella sua lista della spesa compare, seguito dal punto interrogativo, un videogioco Dragon, ma anche un servizio fotografico, un video proiettore Samsung, «nove bibite varie consumate su “divano”» a Gallarate intorno a mezzanotte (marzo 2011), poi taxi, tecnologia, ricariche telefoniche e coperti. Sono le «spese pazze», come le ha definite qualcuno dei consiglieri lombardi.

Al momento sotto la lente della magistratura, e della guardia di finanza di Milano, ci sono gli scontrini della maggioranza, leghisti e pidiellini delle ultime due legislature regionali. Il fatto che nessuno dell’opposizione sia stato chiamato in causa sta facendo montare un po’ di polemica. Il primo a lamentarsi è il governatore uscente Roberto Formigoni, che anche ieri ha chiesto che si faccia luce sui rendiconti dei partiti di minoranza prima dell e prossime elezioni. Per Formigoni, «aleggia un velo di ipocrisia intollerabile: ribadisco che chi ha sbagliato pagherà, ma deve essere portato alla luce tutto ciò che è accaduto».

Per il Pd risponde duro il consigliere Fabio Pizzul: «Chiariamo un equivoco: se i magistrati due mesi fa hanno chiesto la documentazione delle schede di Pdl e Lega è perché stavano indagando su Boni, Nicoli Cristiani e Buscemi, che sono esponenti di quei partiti. Ora - chiude Pizzul - gli inquirenti hanno deciso di vedere anche le carte dell’opposizione, degli assessori e del presidente. Noi siamo pronti a fornire le nostre. Intanto le spese di quest'anno sono sul nostro sito».

Giuseppe Vespo
da l'Unità

martedì 1 gennaio 2013

Convocazione riunione di circolo - 3/1/2013

A TUTTI GLI ISCRITTI E SIMPATIZZANTI DEL CIRCOLO PD DI MERATE

Si avvisa che è convocata per il giorno giovedì 3 gennaio 2013, ore 21.00, presso la sede di via Trento, una riunione di circolo con il seguente o.d.g.:
  1. Candidature consiglieri Regione Lombardia
  2. Varie ed eventuali
Cogliamo l'occasione per augurare a tutti un felice anno nuovo!

PD Merate

lunedì 31 dicembre 2012

Risultati primarie parlamentari provincia di Lecco

I risultati per la scelta dei candidati parlamentari della provincia di Lecco sono disponibili al seguente link:
http://www.pdlecco.it/public/pub_files/RACCOLTA_DATI_29.12.2012.pdf

A Merate, su 166 votanti, i candidati più votati sono stati Paolo Strina con 102 voti, Veronica Tentori con 56 e Adele Gatti con 47.