venerdì 6 luglio 2012

Dal Nord la riscossa civica. Le parole di Bersani

Bersani conclude i lavori del Forum delle Assemblee del Nord

"Quando dico che ora 'tocca a noi' non indico una pretesa, ma una sfida. Indico la volontà di non avere paura di metterci in gioco". Così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha introdotto il suo intervento al forum delle Assemblee delle Regioni del Nord, concludendone i lavori.

“Alle parole devono seguire i fatti” ha continuato il leader democratico. “Il PD non può guardarsi la punta delle scarpe ma essere uno strumento per il cambiamento del paese”.

È evidente che siamo davanti ad un cambio di fase. Con l'impatto con la crisi la destra è arrivata ad un confuso e fiammeggiante tramonto. Il ciclo si sta finendo: il crollo del Pdl e della Lega è prezzo del fallimento di 10 anni di governo, un fallimento che adesso trascina con sé elementi di malcostume e di rapporti malati. Viene a compimento una forma sbagliata della politica: la politica del personalismo e del populismo. Ma i rischi non sono finiti perché potrebbero ripresentarsi sotto nuove forme di eccezionalismo. Tocca cambiare il sistema pena perdere altri dieci anni e più. Quello che abbiamo avuto ci ha portato nel luogo del disastro.

Quando dico che occorre restare larghi, intendo sapere affrontare le nuove sfide che si presentano come quella con Grillo. Al di là del messaggio che viene proposto, il nucleo di verità della sovrabbondanza di consensi di Grillo viene da un rifiuto verso la politica e dalla conseguente protesta.

Le spinte di protesta sono più cariche di domande che di risposte e questo è il tratto preminente una corrente di pensiero che ha fatto da base del populismo per troppo tempo: quello che conta sono le domande! Berlusconi ha governato cavalcando le domande finché non è arrivato contro un muro. Il Paese è abbastanza pronto per un progetto che parta dalla verità e dal tentativo di dare risposte?

Al nord tocca a noi! E per interpretare bene le esigenze del nord dobbiamo partire da dove si è sbagliato. Dopo dieci-quindici anni di governo del centrodestra non c'è un risultato qui. Hanno separato l'orgoglio del Nord dalla sua reponsabilità. Si è gonfiato il Nord a parole, ma lo hanno sgonfiato nei fatti. Questo riguarda tutti i nord, ovvero le parti dinamiche più forti del paese, chiamate a rispondere alla sfida globale e alle spinte di difesa e di protezione. È qui dove molti ceti sociali hanno subito l'incertezza se affrontare la sfida europea e mondiale o arretrare verso forme protezioniste. Nel passato la destra ha saputo vincere proprio perché, in nome della razionalizzazione del mercato, ha abbracciato e coltivato i soli mezzi difensivi e regressivi. Ma questo oggi è fallito e non è più realizzabile. I cavalli di battaglia sono stati sempre gli stessi: localismo, individualismo, il diverso è una minaccia, lo Stato è un ingombro. E con questa ideologia che si ripresenta oggi Maroni al congresso della Lega. “Prima il nord” è suo slogan. Io dico che se la pensi così, ci sarà sempre un nord più nord di te e per il quale sei un terrone! Per l'Italia, e anche per Maroni, i problemi maggiori nel consiglio europeo sono arrivati dalla Finlandia, guidata da un governo di destra. Non si puo' dire, 'prima il Nord', semmai, "il Nord in sala macchine, nel posto davanti sul tandem" del Paese. Ma quelli della Lega non ragionano così, ma in modo regressivo. Basti pensare che si alzavano in Parlamento contro il contributo al solare perché il sole è al sud. Come se gli impianti del solare non li facessero al Nord...".

La Lega in questi anni non è stata in grado di fare nessuna opera di sistema, di crescita, di infrastruttura ma solo politiche di localismo. Adesso non siamo più subalterni e tocca a noi. Il nord si deve prendere le sue responsabilità difronte ai problemi nazionali. Da oggi in poi si parla solo di Italia. Il “ci si salva da soli” è un'idea tramontata. E si deve parlare di Italia in un contesto sempre più europeo. Anche il risultato di ieri in consiglio europeo va in questa direzione: è il risultato tra forze progressiste e di sinistra e quelle moderate di un centro europeista.

Ci deve essere del buono anche al di fuori di noi, non si tratta solo di inglobare ma di crescere anche dando la mano. Accumulare forze per un cambio di passo. Il rinnovamento parte dalla politica che deve dare segni di sobrietà e saper riconoscere i propri limiti.

La legge elettorale deve essere il primo passo . Il giorno dopo le elezioni ogni cittadino deve sapere chi governa e chi lo rappresenta. Occorre una legge sulla trasparenza dei partiti; non bastano le operazioni di restyling, del nome del formaggino o la tecnica di comandare e fare tutto in proprio senza neanche candidarsi. Le conseguenze di questo modo di fare sarebbero allucinanti. Quale paese democratico vorrebbe una legge che garantisce solo i “listoni” dove non si sa più chi entra e chi esce.

Occorre prendere l'irrisolto che abbiamo alle spalle e affrontarlo in una chiave riformista e di battaglia. La crisi reale non sarà breve e la recessione si farà sentire. Ma dobbiamo ricordarci che otterremo fiducia solo se ci saremo, se saremo presenti. La buona politica non ci rimette anche se lavora dentro un disastro. Se ci sei ti viene perdonato anche l'inevitabile sbaglio. Se non ci sei non ti viene perdonato nulla. Noi oggi non abbiamo tutte le risposte ma ce poco da fare: dobbiamo esserci. Essere un partito popolare che va dove ci sono i problemi e si impegna a risolverli, ci mette la faccia.

Nel frattempo mentre diciamo e costruiamo il nostro progetto, non ci si tiri per la giacca. Siamo accoglienti, ci stiamo se ci sta anche l'altro. Ma se poi ci dicono che ci sta Grillo allora non va più bene. Siamo ragionevoli e abbiamo in testa l'Italia. Siamo riformisti, non populisti.

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