Il Pd e la paura del rinnovamento "Bene, ma contro il nuovo perdiamo"


L'allarme tra i democratici dopo le amministrative: abbiamo i Pizzarotti e li emarginiamo. Bersani è in campo come candidato premier, ma c'è incertezza. E il tempo stringe, a settembre deve esserci il nome. Il segretario: il partito si trova in mezzo al guado tra la Repubblica finita e quella non ancora cominciata.


 
A METÀ strada fra l'orgoglio di bandiera e lo spavento. Fra la soddisfazione di aver vinto nella stragrande maggioranza dei comuni (persino Monza, persino Como, persino Crema) e la certezza di aver vinto male. Con la metà degli italiani astenuti, con un milione di voti in meno rispetto all'ultima volta e gli iscritti dimezzati, con un avversario politico dissolto, il Pdl e la Lega che non ci sono più.
E con l'onda della sfiducia che sale, ormai gigantesca, e che fra Cinque Stelle si incarna in volti e in nomi fino a ieri sconosciuti: Pizzarotti, chi è mai costui? Alvise Maniero di anni 26, nuovo sindaco di Mira già feudo del Pci? Ma il Pd non ce l'aveva un Pizzarotti, un Maniero?
Nel giorno in cui la Camera vota la legge che riduce il finanziamento ai partiti, boccone amaro ma dati i tempi necessario, i deputati del Pd si muovono nel cortile di Montecitorio in mezzo al guado tra la Repubblica finita e quella non ancora cominciata.
Amara e mesta la sensazione, dice il capogruppo Dario Franceschini reduce dal voto di drastica austerity, "di fare la cosa giusta ma inutile". Perché il disamore per chi ha condotto i giochi della politica fino ad oggi accomuna "chi ha combattuto Berlusconi e chi lo ha assecondato senza più neppure distinguere il tesoriere che compra diamanti da quello che paga i manifesti elettorali al suo partito".
E allora il vuoto attorno cresce
e cresce fino ad alimentare la fastidiosa sensazione che il Pd sia un luogo, come dicono coloro che conoscono solo questo linguaggio, "contendibile". Che sia un mezzo di trasporto ancora buono ma privo di una dirigenza all'altezza del compito che l'aspetta. Bersani? Forse, ma forse anche no. Chi altro allora? E attraverso quali metodi di selezione? Perché il tempo è poco, se si vota fra dieci mesi, dice ancora Franceschini, "a settembre al massimo il nome del candidato premier deve essere sul tavolo" e ad oggi il candidato del Pd è Bersani, il segretario.
Ma i giovani scalpitano, e non solo loro. Renzi è pronto per primarie che pretende, Civati ha una sua proposta e "Prossima Italia" - un sito, un libro, un progetto - al varo. I "giovani turchi" di Rifare l'Italia (che hanno in antipatia sia l'uno che l'altro) promettono "un grande evento a metà luglio a Milano", annuncia Stefano Fassina che ci lavora con Matteo Orfini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo.
Walter Veltroni commemora Falcone e pensa a un listone civico da affiancare a quello del Pd, in Transatlantico mormorano che persino D'Alema si sia infine convinto che senza un rinnovamento visibile la prospettiva dell'alleanza al Centro sia poca cosa e del resto è proprio Fassina, l'ortodosso Fassina a dire "basta pensare a Casini, il "patto di sindacato" che governa il partito deve lasciare campo alla realtà che si muove là fuori. Quello di cui abbiamo bisogno, oggi, è di premere sul governo perché siano rinegoziati con l'Unione europea gli obiettivi di crescita. Anche noi, come la Spagna, dobbiamo ottenere una deroga, spostare in avanti gli obiettivi economici e nel frattempo lavorare a valorizzare i tanti bravissimi dirigenti che abbiamo sul territorio".
Il "patto di sindacato" sarebbe la non belligeranza fra Veltroni e D'Alema. Tra i bravissimi dirigenti, Fassina lo elenca fra gli altri, il sindaco dimissionario di Siena, Franco Ceccuzzi, appena caduto sotto i colpi dell'epocale battaglia fra Ds e Margherita all'ombra del Monte dei Paschi, una storia esemplare che intreccia politica ed economia e che si combatte in queste ore nel silenzio quasi assoluto della dirigenza nazionale del partito.
Di storie esemplari, nel Pd, la stagione è colma. Prendiamo Parma, non si può non partire da lì. Parma dove Bersani dice: "Abbiamo non vinto". La storia della sconfitta di Parma, a volerla raccontare tutta, comincia 15 anni fa quando a Mario Tommasini, amatissimo psichiatra basagliano, la dirigenza del partito preferì un candidato più ortodosso e affidabile, che perse. È la regola del cursus honorum, ferrea fin dagli anni del Pci, alla quale ancora adesso è difficile sfuggire. Parti dalla Provincia, passi dal Comune, approdi in Parlamento.
A Parma Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia a fine carriera, era il candidato Pd alle primarie. Le ha vinte, ed ha perso le elezioni. Pizzarotti, il candidato Cinque stelle, ha vinto facendo campagna contro il termovalorizzatore che Bernazzoli considerava invece inevitabile. È vero che l'elettorato di centrodestra ha votato Cinque Stelle ma questo non toglie senso al risultato, semmai lo aggiunge.
Ascoltiamo cosa dice Laura Puppato, oggi capogruppo Pd nel Veneto, che qualche anno fa, giovane ambientalista, strappò alla destra il comune di Montebelluna proprio con una campagna contro il termovalorizzatore. "Qui dal Veneto è chiarissimo: gli elettori della Lega e del Pdl non hanno più come riferimento Bossi e Berlusconi. Ne cercano un altro. Aderire alla proposta di Grillo è per molti naturale, una sorta di continuità ideale: consente loro di non ammettere di aver sbagliato in passato, di dire che destra e sinistra sono uguali e che appoggiano il nuovo. Mettono tutti sullo stesso piano, la "vecchia politica", e aderiscono ad una proposta che, sotto il profilo del populismo e della demagogia, è in continuità con le loro scelte trascorse.
Il Pd vince contro il centrodestra ma perde contro chi si propone come "nuovo": questo è quel che ci dice il risultato elettorale. Da Genova a Parma, perché anche la vittoria di Genova è una vittoria a metà. Quindi mi pare chiaro che la risposta debba essere questa: rinnovare la classe dirigente, che non vuol dire azzerarla, ma rimettere al centro tutte le persone piene di entusiasmo e di capacità che, per paura del confronto con l'opacità di certi profili promossi per logiche interne alle carriere di partito, sono state fino ad oggi confinate ai margini". Cioè a dire: nel Partito democratico le persone ci sono, di Pizzarotti il Pd è pieno. Solo che stanno di lato, per non fare ombra ai funzionari affidabili. Quelli che vincono magari le primarie col sostegno dell'apparato e la disciplina dell'elettorato, ma poi perdono le elezioni.
Marta Meo, una giovane dirigente del Veneto che - delusa - si è ultimamente fatta da parte pur restando in direzione Pd, aggiunge che "il sindaco di Mira, Alvise Maniero, se fossimo un partito accogliente sarebbe stato uno di noi. E invece no, perché io capisco che dobbiamo giustamente sostenere questo governo e dunque non possiamo fare quella politica radicale oggi molto richiesta, ma dovremo pur dire al nostro elettorato come la pensiamo sulle cose, dobbiamo pur dire dei sì e dei no. Sul lavoro, sulle tasse, sui diritti civili, sull'ambiente e sulle grandi opere. Sono questi i temi: i "no questo e no quello" hanno trovato humus e si sono rivolti altrove perché non abbiamo saputo gestire, coinvolgere, dare un posto a preoccupazioni che non sono anti-sviluppo, o almeno non solo: sono legittime paure per la salute per l'ambiente in cui viviamo, per il mondo che abitiamo. I giovani sono lì, giustamente".
Pippo Civati scrive oggi sul suo blog: "Ripeto ormai da anni, perfettamente inascoltato: che bisogna attaccare la Lega (non farle pesanti ammiccamenti), che il Terzo Polo esiste solo nei politicismi di Palazzo e che si deve interpretare il voto al M5S prima che, superando una certa soglia, diventi una forza alternativa al centrosinistra (che poi, come corollario, ci conduca tutti alla sconfitta alle elezioni politiche). Che il Nord non lo rappresenta più nessuno e il Sud si è auto-organizzato intorno a formule di difficile comprensione non appena si supera il Volturno. Che si vede una certa sclerotizzazione al Centro, nel senso geografico del termine: e un drappo pietoso copra Siena e le sue ricchezze perdute".
Siena, la prossima frontiera. Gli antichi responsabili del disastro Monte dei Paschi oggi tacciono. Tace il segretario, impegnato piuttosto a disegnare in relativa solitudine un percorso di galleggiamento fino alla prossima formazione delle liste per le politiche. Vasco Errani e Migliavacca i suoi consiglieri. Errani, al terzo mandato. Migliavacca, custode delle alchimie e dei dosaggi numerici. Salvatore Caronna, europarlamentare, è stato segretario regionale emiliano del Pd. Li conosce bene entrambi. "Accontentarsi di come sono andate le cose non va bene - dice - Nessuno è entusiasta. La scomparsa del Pdl e la crescita della protesta mettono in pericolo la tenuta stessa del sistema paese. Dobbiamo andare ad elezioni con una nuova legge elettorale. E' dirimente. Bisogna mettere la riforma elettorale come condizione per il sostegno a questo governo".
Se no? Perché non è detto che ci si riesca a fare questa riforma. Anzi. "Se no non esiste. Non è un problema che si risolva attraverso le primarie, questo. Le primarie i candidati perdenti le hanno vinte a Parma come a Palermo. Non si risolve un problema di identità con le primarie. Siamo a un cambio d'epoca, siamo davanti a un vuoto. Qualcuno presto lo riempirà. Il centrodestra, Berlusconi, troverà un nome facendolo uscire dai sondaggi, ci metterà i milioni, sembrerà nuovo. Qualcun altro arriverà. A sinistra bisogna dare una fisionomia alla proposta che vogliamo fare. Subito. Non con un altro giro di giostra fra capi e capetti, no. Con una legge elettorale. Il tempo è scaduto. Il maquillage non serve". Il maquillage, qualunque cosa sia, non serve. Il tempo è scaduto.

Concita De Gregorio

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