Chi non vuole cambiare

È falso dire che alle recenti elezioni amministrative «hanno perso tutti i partiti e ha vinto Grillo». È falso perché il Pd si conferma la prima forza nazionale e, pur con le sue serie difficoltà, il perno di un centrosinistra oggi nettamente prevalente. Mentre invece Pdl e Lega sono divisi e in rotta, e il Terzo polo non riesce a catalizzare il voto moderato. È falso perché Grillo, nonostante il grande balzo di consensi, soprattutto al Nord, è da tempo il capo di un nuovo partito (che intende crescere approfittando proprio del fatto che il Movimento 5 stelle non vince e che può presentarsi come l’alternativa più radicale a chi governa).
La tesi è falsa, ma soprattutto è insopportabile il suo contenuto ideologico: i partiti sono tutti uguali, la politica è inutile o dannosa, il conflitto sociale è negato o comunque gli viene negata una legittima rappresentanza nelle istituzioni. Tutto è ridotto a politologia, come se non fosse la drammaticità della crisi il primo fattore di sfiducia e di apprensione nelle famiglie e nei ceti più deboli.
Non stupisce che questa teoria sia propagandata, con un coro perfettamente intonato, da Libero, dal Fatto quotidiano e dal Giornale: purtroppo, nel dibattito pubblico sono entrate così tante tossine di destra da erigere a maestri il Berlusconi e il Bossi dei primi anni 90 (proprio nel momento in cui vengono pensionati). Anche loro dileggiavano la politica e i partiti, anche loro si mostravano come non-politici e come non-partiti: sono poi diventati l’antipolitica di governo. E il disastro lo stiamo ancora pagando. Certo, la ribellione verso un sistema destrutturato e incapace di offrire progetti alternativi di fronte alla crisi ha valide ragioni. Così valide da convincere molti elettori: il voto va sempre capito e rispettato. Ma non è ripercorrendo la strada di Berlusconi con nuovi cavalieri che l’Italia potrà invertire la rotta e avviare una ricostruzione. Piuttosto bisognerebbe usare quest’ultimo scampolo di legislatura per cancellare il Porcellum e dare anche all’Italia un sistema europeo: non sarà la risposta finale alla domanda di rinnovamento, ma è la sola strada per raggiungerla.
Tuttavia c’è una cosa ancora più insopportabile degli opportunismi di chi lucra sulla crisi senza neppure tentare di risolverla. È la schizonofrenia di certe élite nazionali. Finché pontifica contro i partiti chi cerca di salire sul carro di Grillo o chi, da destra, vuole usarlo per ridimensionare le proprie responsabilità nel declino italiano, si può capire. Ma l’assurdità è che da noi pezzi importanti delle classi dirigenti – le stesse che fino a pochi mesi fa applaudivano Tremonti e facevano la fila per inchinarsi a Berlusconi – da un lato incoraggiano la lettura del «Grillo vincitore contro tutti i partiti» e dall’altro danno lezioni circa la necessità di continuare la Grande coalizione anche nella prossima legislatura, rigorosamente con governi tecnici.
Ieri Alfredo Reichlin su l’Unità ha citato il «sovversivismo della classi dirigenti» di Gramsci. C’è una malattia antica nel capitalismo italiano e in certi salotti della borghesia. Ma oggi abbiamo uno spettro davanti a noi: è la Grecia. Come si può pretendere di delegittimare i partiti (indicandoli come una corporazione unica e negando le differenze sociali) e di chiedere loro, al tempo stesso, di sostenere un governo tecnico che li escluda a tempo indeterminato? C’è un limite all’indecenza.
Seguendo questa strada si finisce esattamente in Grecia, come dimostrano le recenti elezioni in quel Paese. Se vuole salvarsi l’Italia deve imboccare invece un’altra strada: quella francese. Dove alle elezioni si sono misurate due alternative, esplicitamente antagoniste, ancorate a progetti europei, entrambe legittime. Lo sbocco della transizione italiana, dunque la linea di marcia del governo Monti, non può che essere questa: il rinnovamento dei partiti comincia da un progetto plausibile, strettamente connesso a un programma di dimensione europea. I partiti che possono governare, imprimendo una svolta dopo il fallimento delle attuali leadership europee, devono avere un forte legame sovranazionale. Questa è la sfida. E chi vuole bene all’Italia deve darsi da fare perché nel 2013 si confrontino due vere, serie alternative. Solo così gli elettori saranno messi nelle condizioni di contare. Quando il voto non vale o vale poco, tutto il peggio emerge: dall’occupazione del potere al ribellismo più sterile. Noi invece vogliamo il cambiamento.

Claudio Sardo
da L'Unità 

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