La vera posta in gioco

Per riscattare la politica dalla sfiducia e dal discredito che l’hanno investita occorre anzitutto calarsi nella drammaticità della crisi, nella sofferenza delle famiglie, in questa diffusa paura del futuro, nella sensazione di impotenza che purtroppo trasmettono le stesse istituzioni democratiche, ridotte spesso a esecutrici di mandati esterni (e per di più sbagliati).
È la crisi più grave che la generazione post-bellica abbia conosciuto. E i suoi effetti sociali sono ormai il contesto in cui si svolge la battaglia politica, si misura l’eticità dei comportamenti, si animano vecchi e nuovi populismi. Il cambiamento è possibile. Ma in questo tornante i rischi sono molto elevati. Compresi rischi democratici. Le classi dirigenti hanno grandi responsabilità. I partiti, e con loro i corpi intermedi, debbono resistere a chi li vuole morti perché, se il cittadino diventerà solo davanti a un mercato senza regole, allora sarà finito il modello sociale europeo.
Non c’è democrazia senza partiti. Non c’è vero pluralismo senza corpi intermedi. Non c’è possibilità di contrastare il pensiero unico, il predominio della finanza, i poteri forti senza la politica. Neppure è concepibile una ricetta diversa per uscire da questa austerità priva di sbocco, e riprendere la via della crescita, senza forze organizzate che trasformino la speranza civile in programma di governo. Peraltro il raccordo di governo ormai non può che essere a livello europeo: per questo le elezioni francesi sono così importanti per noi e condizioneranno la stessa candidatura del centrosinistra italiano a guidare il Paese dopo Monti.
Ma intanto c’è un’emergenza da affrontare. È il crollo di credibilità seguito al doppio scandalo di Luigi Lusi e della «famiglia» leghista. I partiti devono usare verso loro stessi una misura di sobrietà, di rigore, di moralità maggiore di quella che usano per gli altri. Non tanto perché lo chiede quella parte dell’establishment che fino a ieri applaudiva Berlusconi, Bossi e Tremonti, quanto perché la crisi sta colpendo i ceti medi e le fasce più deboli. E non può la politica democratica separarsi dal suo popolo: se lo facesse, sarebbe destinata a morte certa.
La necessaria umiltà e il rigore non devono comunque far perdere di vista il carattere politico dell’offensiva oggi rivolta contro i partiti (ma soprattutto contro il Pd e il centrosinistra). L’ha detto con molta efficacia Alfredo Reichlin ieri sul nostro giornale: il vero tema dello scontro è come uscire dalla crisi, o meglio quali forze, quali interessi devono prevalere nel Paese dopo la stagione di Monti. Il governo politico dei tecnici è figlio di un compromesso. Una soluzione che ha visto protagoniste in primo luogo le opposizioni, il Pd e l’Udc. Ma dal primo giorno è cominciata la narrazione dei tecnici buoni contrapposti ai partiti cattivi. Dal primo giorno chi aveva scommesso su Berlusconi si è messo a descrivere il fallimento politico del centrodestra come fallimento dell’intera politica. Anzi, come la fine della politica.
In fondo, la risposta al naufragio di Bossi è stata le stessa seguita alla caduta di Berlusconi: scaricando le colpe sulla casta indistinta. Tutti uguali, tutti screditati, tutti colpevoli. Nessuna distinzione. E che si spengano i riflettori sui veri conflitti sociali, su chi ha abbandonato gli esodati, su chi voleva eliminare l’articolo 18, su chi intende cancellare i contratti nazionali, su chi preferisce tassare il lavoro e i consumi primari anziché i grandi patrimoni.
I controlli sui bilanci e la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti sono necessari non per pagare un dazio a chi teorizza la casta al fine di giustificare soluzioni oligarchiche. I controlli e i tagli servono per ribadire a testa alta che il finanziamento pubblico dei partiti è indispensabile, a meno di consegnare tutti i partiti alle lobby di interessati (ed esigenti) finanziatori. Anche se oggi è scomodo dirlo, i democratici non possono tacere. Certo, il finanziamento deve restare «pubblico» in tutte le sue fasi, fino alla restituzione allo Stato di ciò che non viene utilizzato. Ma senza risorse pubbliche non c’è autonomia dei partiti. E l’autonomia è oggi esattamente il valore più prezioso da recuperare: lo scrive anche il Financial Times, che pone giustamente il recupero di potere sulla finanza come condizione minima per una diversa politica economica. Un criterio questo da tenere bene a mente per la riforma elettorale: se non si cancellerà il Porcellum, i partiti avranno comunque poche chance.
Il cambiamento passa dalla politica, dai partiti, dall’autonomia dei corpi intermedi. Chi lo contrasta confida in un esito oligarchico e/o tecnocratico. Spera insomma di domare la tigre e proteggere gli interessi di un capitalismo debole, impedendo soluzioni politiche guidate dal centrosinistra. Ma anche costoro rischiano di essere alla fine scalzati da una crisi, così acuta da far ricomparire gli spettri di populismi e autoritarismi che pensavamo sconfitti per sempre.

Claudio Sardo

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