lunedì 19 dicembre 2011

Il bivio di Monti

L’emergenza economico-finanziaria e le drammatiche conseguenze sociali resteranno a lungo le priorità di governo e Parlamento. Ma sarebbe un errore trascurare – pur nella tempesta – la crisi di sistema che da tempo attanaglia la nostra democrazia e delegittima la politica mostrandola insignificante. In fondo il governo Monti è figlio di questa doppia crisi.
Se avessimo avuto a disposizione una legge elettorale civile e un sistema politico-istituzionale efficiente, il ricorso alle urne sarebbe stato l’esito più probabile e conveniente della caduta del governo Berlusconi. Invece così non era. Ma adesso quest’altro corposo deficit nazionale è destinato a pesare anche nel percorso di Monti, forse a diventare un discrimine. Le riforme istituzionali giustificano la conclusione naturale della legislatura: viceversa, senza riforme, cresceranno le ragioni a favore del voto a primavera 2012.
Nei giorni scorsi si è aperta una polemica sullo stato d’eccezione rappresentato dall’esecutivo guidato da Monti. Secondo Ernesto Galli della Loggia, il presidente della Repubblica avrebbe forzato i limiti costituzionali, attribuendosi una funzione sostitutiva di governo. Una tesi debole giuridicamente, e per questo contestata da molti costituzionalisti. Ma, se la provocazione non scalfisce la correttezza dell’operato di Napolitano, rivela tuttavia quanta confusione sia stata generata nella cosiddetta Seconda Repubblica tra la Costituzione formale e quella delle «narrazioni» dominanti. Una confusione che è parte, se non fondamento, della crisi di sistema.
È stato raccontato agli italiani che c’era un premier eletto direttamente dal popolo: non era vero perché la nostra Costituzione non lo prevede. È stato propagandato il mito del governo scelto dai cittadini: ma la cruda realtà è che agli italiani è stato scippato persino il diritto di scegliere i parlamentari. È stato incensato il maggioritario di coalizione: invece ha prodotto instabilità nelle coalizioni, un trasformismo sconosciuto persino nelle fasi decadenti della Prima Repubblica, la moltiplicazione di partiti e partitini personali. L’elenco delle distorsioni potrebbe continuare a lungo. Ma questa purtroppo è diventata la nostra Costituzione «materiale». O meglio, si potrebbe definire «virtuale» perché di fronte allo stato di crisi Giorgio Napolitano ha potuto ancora ricorrere alla Costituzione vera, come fece Oscar Luigi Scalfaro in altri convulsi frangenti.
Purtroppo ciò non attenua la gravità dei problemi. Perché pesano, eccome, le aspettative deluse dei cittadini. E perché l’impasto di miti presidenzialisti, di torsioni istituzionali, di leggi elettorali demenziali, di periodici tentativi di delegittimare la Costituzione hanno già prodotto effetti devastanti. La nascita del governo Monti è per certi aspetti una rivincita del Parlamento e della Costituzione. Eppure c’è chi assegna ora al governo dei tecnici quella missione che l’«unto del Signore» non è stato capace di condurre a termine.
Una democrazia sofferente ha meno forza nel promuovere risanamento, coesione sociale e crescita. Per l’Italia è in gioco anche il suo ruolo in Europa. Il tempo del governo Monti può essere un’occasione per chiudere finalmente la transizione cominciata nel ’93. Ecco, se ciò avvenisse, completare la legislatura potrebbe essere non lo «stato d’eccezione» ma il suo superamento. Non sarà facile. Perché è necessario un compromesso alto, che in questi vent’anni è sempre mancato. Tuttavia, la rottura a destra tra Pdl e Lega e a sinistra tra Pd e Idv potrebbe paradossalmente aiutare a costruire un bipolarismo di tipo europeo, non più fondato su coalizioni coatte. A condizione che si squarci il velo sulle troppe bugie di questi anni: non è vero che il bipolarismo è nato in Italia dopo Tangentopoli, né che ha assoluto bisogno di leggi maggioritarie per esprimersi; non è vero che la stabilità dei governi si garantisce con le leggi elettorali, semmai con istituti tipo la sfiducia costruttiva; non è vero che i collegi uninominali-maggioritari richiedono cartelli di coalizione, tanto che in Francia, Germania e Gran Bretagna, le sfide sono ovunque tra candidati di partito.
Possiamo, dobbiamo tornare in Europa anche come sistema politico. Il che vuol dire che i partiti debbono tornare a svolgere un ruolo di ricomposizione sociale e di rappresentanza istituzionale, al di là dei loro leader pro-tempore. Pochi partiti in Parlamento. Il leader del partito più votato che diventa premier. Coalizioni «corte», di due-tre partiti al massimo. Governi tendenzialmente di legislatura. Non ha senso eliminare l’autonomia delle forze intermedie, a condizione ovviamente che nessun partito minore pretenda il posto di premier. Se Monti favorirà il riscatto della Costituzione, arrivare al 2013 sarà un sacrifico utile. Altrimenti converrà a tutti anticipare le elezioni.

Claudio Sardo
da L'Unità

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