A pagare è sempre il dipendente pubblico

L’irritazione del dipendente pubblico: se tutti devono fare la loro parte si inizi da manager e parlamentari

ROMA—Massimo Fiorentino dice di ritenersi «fortunato». Ha una bella famiglia, il posto fisso e la casa di proprietà, a Ostia. Lavora alle Finanze, ora Agenzia delle Dogane, dal 1987. Stipendio: 1.400 euro netti al mese, più o meno come sua moglie, dipendente statale al pari del signor Fiorentino. Ottocento euro al mese se ne vanno per il mutuo, altri 350 per la scuola materna del figlio. E quello che resta in famiglia, ammette lui, è pur sempre più di quello che guadagna «un operaio cassintegrato». Per non parlare poi di chi il lavoro nemmeno ce l’ha. Ma lui, dipendente statale per destino dall’età di 21 anni («facevo l’apprendista odontotecnico, mio padre era morto e non potevo stare con le mani in mano: così ho fatto il concorso e sono entrato alle Finanze») non si rassegna all’idea che adesso per colpa della crisi la sua paga debba finire nel congelatore: «E’ semplicemente allucinante. Ogni governo si accanisce sempre contro di noi. Come se i dipendenti pubblici, gli statali, fossero la peste del Paese. Noi siamo la peste, mentre tutto il resto è produttivo. Chi ci crede a questa favola?».
Favola o realtà, dopo la crisi partita dalla Grecia la spesa pubblica è sotto attacco in tutta Europa. Tagli alle pensioni, licenziamenti, giri di vite agli stipendi. Perfino la Spagna del socialista José Luis Zapatero ha chiesto ai suoi statali lacrime e sangue. «Già, ma non capisco perché a pagare dobbiamo essere sempre noi», ribatte Fiorentino. «C’è chi ci accusa di essere fannulloni? Il professor Renato Brunetta sta cavalcando un’onda molto popolare, sapendo che pure nel privato ci sono sacche di improduttività. E che se in certe amministrazioni si produce poco, magari è responsabilità dei dirigenti.
Senza considerare che questo lavoro spesso è senza sbocchi, privo di prospettive: fai l’impiegato a vita, e pian piano le motivazioni vengono meno. Dicono che siamo privilegiati? Certamente qui è più difficile essere licenziati. Ma chi dice che siamo tutti dei nababbi, beh, si sbaglia di grosso». Vero. Resta il fatto che negli ultimi sei-sette anni, facendo il calcolo sui dati dell’Aran, le retribuzioni del pubblico impiego, grazie ad alcuni rinnovi contrattuali particolarmente generosi, sono salite in termini reali tre volte più di quelle dei dipendenti privati. Fiorentino sgrana gli occhi: «Pensi che invece ho la sensazione che la mia busta paga sia diminuita. Dopo 23 anni guadagno 1.400 euro netti al mese, e parliamo di 23 anni. Glielo dico di nuovo, non mi posso certo lamentare. Ma mi limito a far presente che nel 1987, quando sono entrato nella pubblica amministrazione, avevo uno stipendio di un milione 100 mila lire. Faccia un po’ il conto…». Facciamolo, questo conto.
Secondo le tabelle dell’Istat il milione 100 mila lire del 1987 corrisponde a circa 1.200 euro di oggi. «Appunto. Soltanto che allora ero single. E poi», dice Fiorentino, «nessuno fa il conto di come davvero si è alzato il costo della vita. Abbiamo due stipendi, sì, ma c’è il mutuo della casa da pagare, l’asilo privato perché resti fuori dalle graduatorie… Non escludo che ci sia chi sta peggio di me, ma intanto la scuola va pagata. Lavoriamo tutti e il figlio da solo a casa non si può lasciare. Ma torniamo agli aumenti favolosi che avremmo avuto. Lo sa che non abbiamo ancora ricevuto l’adeguamento contrattuale? Ci hanno dato 8 euro al mese di indennità di vacanza contrattuale, un insulto». Non è forse giusto che quando c’è da tirare la cinghia tutti debbano fare la loro parte? Soprattutto quelli che sono, come gli statali, se non i più ricchi sicuramente i più garantiti? «Giustissimo, ma tutti significa tutti», si indigna l’impiegato delle Dogane. «A noi 8 euro al mese, mentre sento dire che i dirigenti pubblici hanno avuto 600 euro. E se tutti devono fare la loro parte, perché non si comincia dagli stipendi stratosferici dei manager pubblici, oppure dai parlamentari? Perché non si comincia dagli sprechi veri, che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dovrebbe essere ben in grado di individuare? Quante auto blu inutili paghiamo? Quanti enti inutili manteniamo?».
Fiorentino è un fiume in piena: «Perché non si fa una vera battaglia contro il sommerso? L’evasione fiscale non è mai stata combattuta veramente. Quando ti dicono che un terzo dell’economia è in nero e poi vedi tanta gente così che circola con macchinoni da 100 mila euro, ti viene da pensare: forse c’è qualcuno che glieli regala. Altrimenti come si spiega? Boh.. Io ho una Fiat Multipla comprata usata e pagata a rate, fino all’ultimo euro. E posso assicurare che nessuno mi ha comprato casa a mia insaputa… Come posso assicurare che non riesco a risparmiare nemmeno un euro. Ma per me va bene così. Il problema è che cosa offriamo ai nostri figli, che dovranno crescere, studiare, fare l’università, imparare le lingue… Che cosa gli offriamo?».

Sergio Rizzo
dal Corriere della Sera

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