Crisi: bisogna stringere la cinghia, ma le donne la tirano sempre di più

Fuori dal lavoro, chiuse in casa con le tasche vuote. Bambini, nonni, la spesa di chi non arriva a fine mese, mariti agitati dalla disoccupazione. Se il posto resiste, impiegate, operatrici telefoniche o commesse senza limite di orario: le ragazze non si sono ancora accorte della disperazione che sta per arrivare.

Uno spot della Presidenza del Consiglio si preoccupa di fare attenzione alla dignità del lavoro delle donne e invita a rivolgersi alle Consigliere di Parità regionali, figure istituzionali mal conosciute perché ritenute il solito contentino concesso a rappresentanze femminili di cui non fare gran conto. Perché mai questo zelo?
Ragazzi (e ragazze), torniamo all’antico ammortizzatore sociale primario. Siamo in presenza di una crisi destinata a pesare a lungo sulle nostre spalle e il governo tra le balle che racconta non dice quanta paura abbia del ripercuotersi sulla realtà del mondo produttivo: figuriamoci se con il calar di luna che ci ritroviamo se Tremonti si sarebbe precipitato a versare cinque miliardi per la Grecia, se non temesse di aver bisogno anche lui di chiedere aiuto. Così si presenta un antico fantasma: il principe degli ammortizzatori sociali, anzi la principessa, perché da sempre si ricorre alla donna. Non vorrei rievocare immagini storiche penose, ma le donne che con la prima guerra mondiale erano uscite dalle case emancipandosi con il lavoro in fabbrica perché gli uomini erano in guerra, furono riportate al focolare di cui sono gli angeli dalla crisi del dopoguerra e dal fascismo che, già che c’era, impose alle donne di fare figli per la patria.
Oggi qualche brutto segnale c’è. Ma, forse, le ragazze non si sono ancora accorte del pesante carico politico che comporta. Non sono poche, infatti, le donne che lasciano il posto di lavoro deliberatamente: commessa, senza limite di orario, un bimbo, un nonno sclero, gli 800 euro se ne vanno in badante e baby sitter. “Se resto a casa ci guadagno, anche perché occuparsi della famiglia è più bello che restare in piedi senza limite di tempo con tutto il mobbing del mondo sulle spalle”. La poverina non sa che lo stress in famiglia la distruggerà e che rischierà la stessa stabilità di coppia perché una ragazza nata negli anni ‘80 non è come la madre o la nonna che “sopportavano”.
Ma il governo conta sul fatto che è sempre meglio un immigrato che una donna sul mercato del lavoro: con un uomo si è sicuri che non ci sono gravidanze da pagare. La cosa sarebbe già nota abbastanza, ma non si farà nemmeno questa volta nessuna prevenzione perché a tutti, istituzioni e singoli uomini, la cosa va bene: in fondo il nonno sta meglio con la nuora che con l’ucraina, i bimbi a sera hanno già fatto i compiti, le camicie sono stirate e la minestra è in tavola. Il padre di famiglia torna a sentirsi creditore anche del conforto per il suo stress di cassintegrato.
Ma chi paga davvero? Pensiamo a chi amministra la famiglia, non trova un posto al nido perché se ne è ridotto il numero, deve andare in un altro quartiere per l’asilo del bimbo più grande perché quello vicino è stato soppresso e maestre e “dade” licenziate, litiga in banca perché non può pagare il mutuo, riempie al massimo la lavatrice per non fare due bucati per settimana, prega dio che la carta di credito non sia esaurita… E crescono le tensioni, con i bambini che pretendono sacchi di costose figurine e non ubbidiscono, con la mamma che le rimprovera di essere impaziente, con il marito. Il marito ha le sue ragioni, ma gli uomini quando sono in tensione come le donne, reagiscono male, capaci che sbattono la porta o bevono una birra in più…
Le donne che ripensano alla storia degli ultimi anni vorrebbero rinfacciare che le economiste femministe (aggettivo oggi esecrato) avevano detto che era tempo di cambiare la misurazione del PIL. Se non si introduce la riproduzione, con la solo produzione il “lordo” sbarella. Infatti viene in mente Domitila, la leader delle donne dei minatori boliviani, che spiegava alle amiche il bilancio dello stato con un foglio di giornale: una fetta così alla difesa, una fetta cosà all’industria… una fettina per la famiglia. Chi va a fare la spesa sa benissimo tutto del salire e scendere delle borse…
Però nessuno ha sentito il monito, che suggeriva la prevenzione. Le donne non lavorano di testa solo per sé e neppure per qualche beneficio come se fossero uno spezzone del sociale, ma vorrebbero aiutare a cambiare il mondo. Soprattutto in momenti di pericolo.
Oggi il pericolo è grande e certamente la società non si salva scaricando le fatiche occulte sul “genere” che, per tradizione, “subisce” senza reagire più di tanto. Oggi non si può più chiedere che le giovani tornino indietro: lo stesso consumismo le ha abituate a vivere in modo da avere pretese diverse, non rinunciabili. Amano i bambini, ma non ritengono che sia un appalto della società a loro spese. Anche se volessero, non potrebbero ridare slancio al mercato perché se si riducono le entrate, non tutte possono ridursi a battere sui viali, come suggerisce lo scempio del corpo femminile che fa la televisione.
Ci stiamo,comunque, andando di mezzo tutti: se le donne non reagiscono e pretendono un’altra politica, dietro le ragazze i ragazzi non hanno un grande futuro…

Giancarla Codrignani

Giancarla Codrignani, docente di letteratura classica, giornalista, politologa, femminista. Parlamentare per tre legislature

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